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Perché secondo me ci sono almeno tre errori madornali nella proposta di legge sulla sharing economy

Le norme contenute nella legge guardano al passato e non al futuro dell'economia basata sulle tecnologie di condivisione

Sono uno Strategist e un Social Hacker e da tempo promuovo la cultura open, Free e p2p e l'economia collaborativa in Italia e nel mondo. Scrivo di innovazione e di trasformazioni socio-economiche, progetto eventi e metodologie di co-creazione. Ho fondato Hopen Think Tank e sono Connector di Ouishare per l'Italia.

Era l’11 Novembre del 2014, l’invito mi era giunto inaspettato e mi aveva messo di buon umore: l’Intergruppo parlamentare sull’innovazione mi invitava a una cena per approfondire il tema “sharing economy”. Perché io tra gli altri? Già a fine 2014 da parecchio tempo mi occupavo di modelli collaborativi e in particolar modo grazie a OuiShare (il think tank globale di cui faccio parte dal 2012) avevo avuto già modo di interrogarmi sulla natura di questi fenomeni e su come le policy potessero in qualche modo essere utili, opportune, per regolamentarli.

Con entusiasmo accettai l’invito ma – dico onestamente – lasciai quella sera il ristorante poco lontano da Montecitorio piuttosto deluso: malgrado l’animata discussione ci avesse portato a mettere sul tavolo molti punti importanti, le nostre opinioni e i dubbi, l’impressione che avevo avuto era che molti di questi deputati mi avessero ascoltato si, ma avessero trovato più interessante la bonaria atmosfera di una cena tra amici, tra un supplì e un’amatriciana, e che tutto sommato fossero convinti che loro, come regolare la sharing economy lo sapessero già.

Qualche giorno prima del 2 marzo tuttavia, quando ho ricevuto il messaggio di Veronica Tentori – l’energica parlamentare PD anima della realizzazione di questa pre-proposta di legge – sono stato preso da una buona dose di curiosità. Negli ultimi mesi, grazie al lavoro instancabile di Gianni Dominici e dello staff di ForumPA avevamo avuto modo di offrire raccomandazioni tramite un tavolo di consultazione che aveva incluso startup, associazioni, consumatori e policy maker ed ero genuinamente interessato a capire quanto ci avessero ascoltato (qui i report di Milano e Bologna).

Mi sono posto fiduciosamente mercoledì di fronte allo streaming ma quello che ho sentito mi ha lasciato, rapidamente, perplesso. Forse non sono la persona più giusta per commentare: al di là della mia evidente storia di ricerca sul fenomeno vivo un periodo di deriva anarco-liberista anti burocratica e mi trovo a mio agio nel “libertarian marxist” di Varoufakis. Purtroppo quello che vedo in questa legge è un burocratismo d’altri tempi che rischia di rendere tutto più difficile.

Un Registro delle imprese di Economia Collaborativa

Partiamo dalle definizioni: sulla proposta di legge si definisce “economia della condivisione, l’economia generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali” e si dice che “I gestori di tali piattaforme agiscono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti” oltre a specificare che tra gestori e utenti “non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato” e che “sono escluse le piattaforme che operano intermediazione in favore di operatori professionali iscritti al registro delle imprese”.

Si istituisce inoltre un “Registro” delle imprese di economia collaborativa mantenuto dall’AGCM che è inoltre responsabile di approvare le policy (parliamo dei terms of services?) che regolano i rapporti tra piattaforme e utenti. Queste policy sono peraltro soggette a requisiti così stringenti che credo nessuna delle più utilizzate piattaforme attualmente operanti sul mercato italiano sarebbe compatibile.

Gli errori gravi della proposta

Tralasciando per un attimo l’aspetto fiscale, su cui torneremo dopo, ci sono almeno tre errori madornale in questa impostazione della legge.
In primis si da luogo a un approccio regolatorio “permission first” e non si crea un contesto favorevole alla sperimentazione: sostanzialmente, in questo modo si favoriscono le grandi aziende che operano già nel mercato o che – operando già in altri paesi – volessero iniziare a operare sul mercato italiano. Trovo assurdo che nel paese che ha fatto della narrazione sulle startup la medicina a tutti i mali non si capisca che una piccola azienda che sta sperimentando un prodotto o un modello di business non può aspettare un mese per un tacito assenso a operare ne iscriversi a un registro, prima di avere i clienti.

È inoltre impossibile fare tassonomie e porre recinti: nessuno sa cos’è veramente quest’economia collaborativa e, terzo punto, siamo di fronte in realtà agli effetti di una compiuta transazione verso la post-industrializzazione dell’economia. Non si è capito che è dunque la natura del lavoro che cambia, come cambia la natura dell’impresa  – nel modo che ho provato a descrivere col Platform Design Toolkit – e che tutti i mercati e i processi produttivi vanno nella direzione dei market networks.

Un motivo ci sarà, se nessuna nazione al mondo ha ancora legiferato sul contesto e se la Comunità Europea ha rinviato a giugno l’emanazione delle sue direttive? Pensiamo davvero che il nostro intergruppo innovazione sia un gioiello di efficienza mondiale? Certamente si ma, visti i risultati, si può forse dire che sono stati affrettati.

Altra cosa che non si capisce, quando si imposta una legge interamente sul ruolo dei gestori – i gatekeepers – è che l’economia intanto evolve verso la decentralizzazione. Pensiamo alla Bitcoin Blockchain: il sistema risponde alla nostra sintetica definizione di quattro righe. Si tratta di utenti che si scambiano beni in maniera peer to peer (beni digitali in questo caso), tuttavia mi chiedo se si pensa che siano l’inesistente Satoshi Nakamoto o la Bitcoin Foundation a mandare il documento di policy all’AGCM o se i miners cinesi faranno da sostituti di imposta. In questo caso il problema è che quel “gestore” di cui nella proposta di legge si fa tanto parlare, semplicemente e tecnicamente, non esiste. E non pensiamo che Bitcoin sia un caso limite perché è il seme di una nuova stirpe, quella delle Dapps: la Blockchain sta abilitando una nuova generazione di piattaforme, come OpenBazaar, possedute da nessuno e operate dagli stessi utenti, nodi del sistema. Lo dice pure la Singularity University: in futuro, compagnie senza padrone vivranno sulla Blockchain.

“non solo automobili senza conducente, ma anche imprese senza padrone. Immaginate in futuro in cui chiamerete un taxi che non solo non ha un autista, ma che appartiene ad una rete di computer, non a un essere umano. La rete ha raccolto i fondi, ha firmato i contratti, e ha cominciato a usare dei veicoli, anche se la sua sede è distribuita  in tutta la rete”

E le tasse? Ci avete pensato?

Da un punto di vista fiscale la legge propone una tassazione del 10% cross-piattaforma e annuncia che le piattaforme dovranno operare come sostituto di imposta. Si dice che inoltre, la soglia (piuttosto arbitraria) dei 10k€ definisce il passaggio tra l’attività «di economia della condivisione non professionale » a quella professionale. Quelli che non si comprende qui è proprio che è la natura del lavoro si trasforma e che non c’è discontinuità tra queste piattaforme e il crescente ruolo del lavoro freelance, indipendente e imprenditoriale.

Si crea una nuova fattispecie di reddito che va a comparire in dichiarazione dei redditi come una nuova voce, senza considerare che molti dei contesti dove queste piattaforme operano sono già normati con differenti aliquote e regolamentazioni (come quelli dei Bed and Breakfast e degli affitti a breve termine) o anche dell’esistenza dei voucher INPS per i lavori saltuari.

Si tenta di creare una soluzione che semplifichi il lavoro della burocrazia… con altra burocrazia: si complica il lavoro dell’azienda, che è costretta a integrarsi col fisco (ci servirà un API…) pure in una fase di sperimentazione iniziale.

Figura 1 - Da Nick Grossman http://www.nickgrossman.is/2015/06/04/regulation-the-internet-way/

Figura 1 – Da Nick Grossman http://www.nickgrossman.is/2015/06/04/regulation-the-internet-way/

Nel suo fondamentale “Regulation, the Internet Way” (quanti degli estensori della legge l’avranno letto?), Nick Grossman, ex Managing Director di Code for America e attuale General Manager di Union Square Ventures forniva qualche mese fa una chiave di lettura al problema della regolamentazione. Grossman invitava i regolatori ad approcci “Data Based” e non “Permission Based” e lo faceva commentando il dibattito nato intorno alla BitLicense, licenza ad operare trading di moneta virtuale nello stato di New York; dibattito che è ancora furiosamente alto oggi, con evidenti complicazioni per chi fa impresa che lamenta costi di decine di migliaia di dollari. Ne abbiamo parlato estesamente anche su Chefuturo.

Se alle considerazioni fatte si aggiunge che le piattaforme saranno tenute a avere una “stabile organizzazione” in Italia. Immagino che sarà facilissimo per nuovi servizi sbarcare da noi
Questa opinione è condivisa pure da Dominici a cui ho richiesto un commento in queste ”malgrado l’indicazione che il Tavolo di consultazione aveva dato con forza era quella di abilitare sperimentazioni nell’ottica del vantaggio degli utenti, la legge non sembra andare in questa direzione”.

Le (poche) cose buone della legge sulla sharing economy

In questa legge ci sono ovviamente anche cose buone. Di particolare interesse l’obbligo dei gestori di comunicare i dati relativi all’utilizzo delle piattaforme – aspetto essenziale se si vuole legiferare sulla base di giuste assunzioni sull’impatto. Altri aspetti positivi riguardano l’attenzione che la proposta pone sulla necessità di coperture assicurative: l’AGCM che può prevedere l’obbligo per i gestori o per gli utenti della stipula di polizze assicurative, lasciando al gestore della piattaforma l’ulteriore incombenza di verificarne la stipula.

Altra nota interessante è sicuramente quella che riguarda la tutela verso l’utente: egli non potrà essere escluso dalla piattaforma se non per “motivazioni gravi”. La ratio dietro a questa parte del provvedimento è senz’altro condivisibile: gli utenti ci mettono molto a creare la loro reputazione e per motivi difficili da capire possono talvolta essere espulsi, con ricadute non indifferenti sulla loro capacità di produrre reddito, la storia di un superhost di Bangkok ha fatto il giro del mondo questa estate.

 

Come ripartire?

La #LeggeSharingEconomy è ora disponibile per commenti, e avete tempo fino al 31 maggio, tre mesi, per commentarla.

Prendiamo quello che di buono c’è in questa proposta di legge ma facciamo un lavoro migliore: se vogliamo regolamentare questi nuovi strumenti, sarà il caso di comprenderli un po’ meglio, prima, magari cominciando dal venire a trovarci a Parigi per la OuiShareFest di Maggio.

 

 

 

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