Hai mai pensato a quanta acqua è necessaria per produrre e commerciare i generi alimentari di cui facciamo uso quotidianamente? Quando facciamo la spesa consideriamo solo il prodotto finale, mentre con il concetto di Virtual Water possiamo rendere quel prodotto in termini di acqua utilizzata per produrlo.
L’acqua virtuale corrisponde infatti alla quantità di acqua utilizzata in tutte le fasi della generazione del prodotto, dalla coltivazione alla produzione fino alla commercializzazione di un alimento o di un qualsiasi bene di consumo.
Ragionare in termini di acqua virtuale permette alle persone di fare acquisti più consapevoli poiché a ogni acquisto corrisponde direttamente un valore numerico. Questo dato contribuisce a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo al consumo di risorse idriche e permette, nel tempo, di adottare misure sostenibili nelle fasi di produzione e commercializzazione dei prodotti di uso quotidiano.
Fare la spesa pensando al peso ambientale dei prodotti che mettiamo nel carrello cambia considerevolmente la nostra percezione e quindi le nostre abitudini di acquisto. Ma la virtual water non nasce solo per sensibilizzare: si tratta di un metodo accurato che permette di tenere conto di diversi fattori che vanno a influire sulla stima di acqua utilizzata, come ad esempio il clima, la provenienza, le materie prime, la stagionalità, etc.
Il valore della virtual water, espresso in volumi ci permette di fare scelte più sostenibili, responsabili e consapevoli fin dai gesti più semplici, accrescendo la nostra cultura ambientale, che ci riguarda tutti.
Ecco come nasce il concetto di Virtual Water, nasce da un’idea semplice ma che cambia considerevolmente le carte in tavola, in tutti i sensi.
Cos’è il concetto di Virtual Water e perché è importante
L’acqua virtuale è l’acqua che viene impiegata in ogni fase della produzione e distribuzione di beni e servizi, in particolare quelli alimentari ma rientrano anche l’abbigliamento. Si chiama virtuale perché è un’acqua che tecnicamente non vediamo o tocchiamo, ma è comunque stata utilizzata, e in parte anche sprecata, per coltivare, trasformare, trasportare e confezionare ciò che consumiamo abitualmente o indossiamo.
Un concetto fin troppo attuale vista la crisi idrica globale ma che venne introdotto negli anni ’90 dal professore di geografia John Anthony Allan al King’s College emerito alla School of Oriental and African Studies. Durante una sua lezione all’Università di Londra, spiegò ai suoi studenti che per preparare una semplice tazza di caffè servono circa 140 litri di acqua.
La cifra di per sé sorprendente, si riferisce infatti all’acqua necessaria per coltivare, raccogliere, processare e trasportare i chicchi di caffè fino al consumatore finale, ossia noi. Il professore aveva già introdotto il concetto di acqua incorporata che aveva un significato simile, ma introdusse quello di Virtual Water solo nel 1993.
Con il termine virtuale il professore riusciva ad avere più effetto sul pubblico e il concetto sembrava essere più immediato. Oggi il termine Virtual Water viene utilizzato da professionisti di risorse idriche in tutto il mondo, dalla scienza alla politica, è diventata una pratica normale descrivere così il fenomeno.
La quantità di acqua si misura nel luogo dove il bene è stato prodotto e si parla di production-site definition, ovvero la somma dell’acqua dolce utilizzata nelle varie fasi di produzione. In alternativa, viene chiamata consumption-site definition, ovvero come il volume di acqua che sarebbe necessario utilizzare per produrlo nel luogo di consumo.
Il concetto di acqua virtuale si riferisce all’acqua indiretta ovvero quella utilizzata per coltivare le materie prime (ad esempio l’acqua per irrigare il grano da cui si ricava la farina per il pane), per alimentare gli animali da allevamento, per trasformare, trasportare e confezionare il prodotto.
Ma l’acqua virtuale è solo un concetto descrittivo, utile a capire quanta acqua è stata usata in maniera indiretta e non misura l’impatto complessivo dell’intero ciclo di vita del prodotto. In questo caso si parla di impronta idrica.
Si tratta di un indicatore ambientale molto più articolato che, sviluppato intorno agli anni 2000, permette di avere una visione più completa dell’impatto umano sul ciclo dell’acqua. L’acqua virtuale è un po’ una componente dell’impronta idrica e non considera l’acqua usata direttamente e quella inquinata, quindi non restituisce un quadro complessivo.
Il consumo invisibile di acqua nei prodotti di uso quotidiano
Spesso ci viene detto che per ridurre il consumo di acqua basta girare il rubinetto mentre spazzoliamo i denti, usare la lavastoviglie a pieno carico per non sprecare acqua nel lavandino, spegnere l’acqua nella doccia mentre ci insaponiamo.
Ma il vero consumo di acqua si nasconde altrove: la maggior parte dell’acqua che utilizziamo ogni giorno è invisibile, questo voleva dire il professor Allan. L’acqua invisibile è incorporata nei beni che acquistiamo e consumiamo, c’è ma non la vediamo.
L’acqua virtuale è quella impiegata nelle fasi ci coltivazione, allevamento, lavorazione, trasporto e confezionamento dei prodotti: basti pensare che per produrre un paio di jeans possono servire anche oltre 7.000 litri di acqua.
Che sia un alimento nel nostro piatto, un capo nell’armadio, un oggetto che usiamo, possiede un’impronta idrica precisa anche se non la percepiamo, ma è nostra responsabilità conoscere. Il consumo silenzioso di acqua invisibile ci accompagna in ogni scelta, per questo ridurre l’acqua virtuale è il primo passo per minimizzare gli sprechi e fare scelte più sostenibili.
Per fare questo dobbiamo però creare una società dove collaborazione e cooperazione nazionale e internazionale sono alla base. Questi dati devono essere ben visibili a tutti: chiari, specifici e ognuno di noi (nel suo piccolo) deve fare la sua parte per un consumo responsabile.
Perché visualizzarlo aiuta la consapevolezza ecologica

Dare forma a ciò che non si vede permette di visualizzare meglio il concetto. Quello dell’acqua virtuale, in particolare, è un concetto molto potente, ma spesso difficile da afferrare. Si parla di litri e litri di acqua che non vediamo né tocchiamo ma che comunque sono stati utilizzati per produrre ogni prodotto che usiamo: una rappresentazione visiva, come un’infografica, può allora fare la differenza.
L’infografica aiuta a tradurre i numeri in immagini immediati, confronti e simboli visivi che aiutano il cervello a dare concretezza a ciò che resterebbe solo un’astrazione. Tramite un’infografica è possibile mettere a confronto i consumi idrici dei diversi prodotti: un hamburger rispetto a una porzione di lenticchie, una bottiglia di birra rispetto a un bicchiere di acqua del rubinetto, una t-shirt di cotone contro una maglia in tessuto riciclato.
L’infografica visualizza e permette di riflettere all’istante perché mostra chiaramente quanto impatta ogni scelta di consumo. La caratteristica visuale fa leva sul fatto che il nostro cervello è più bravo a ricordare immagini che parole e numeri.
Un grafico che mostra che servono 15.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne di manzo è molto più efficace che una semplice scritta e, grazie all’immagine, il nostro comportamento è influenzato.
Visualizzare un concetto è un modo più empatico e coinvolgente per parlare di crisi idrica e sostenibilità, aiuta le persone a fare scelte più consapevoli, tramite un’infografica il concetto è più immediato, facile da ricordare, impattante e perfetto da utilizzare sui media moderni come i social.
Dietro le quinte: ideazione e realizzazione dell’infografica
Ovviamente per realizzare un’infografica sul concetto di acqua virtuale non è solo un processo grafico e tecnico, stiamo parlando di un processo che richiede ricerca, approfondimento, selezione ed elaborazione dei dati.
In questi casi si lavora con numeri complessi, dati traversali, ed è necessario costruire un ponte tra il dato scientifico e la volontà di arrivare a colpire le persone, restare impressi visivamente e in maniera efficace, semplificando al massimo il concetto.
Ridurre tutto il lavoro in una singola immagine memorabile può risultare complesso, ma la fase di ideazione permette di concentrarsi su ciò che conta davvero e sul messaggio che si vuole trasmettere. Un po’ come avviene nell’infografica elaborata dall’organizzazione FAO in cui è illustrata la quantità di acqua in litri utilizzata per realizzare e portare sulle nostre tavole il prodotto finale:
- Una tazza di tè richiede 35 litri di acqua;
- Una mela richiede 70 litri di acqua;
- Una fetta di pane 40 litri di acqua;
- Un hamburger 2400 litri di acqua.
Scelta dei dati, fonti e visual storytelling

Ogni infografica che si rispetti deve partire da una base solida: dati attendibili e ben contestualizzati. In ambiti così delicati come quello dell’acqua virtuale, le fonti devono essere autorevoli e aggiornate. Progetti come Water to Food, sviluppato dal Politecnico di Torino, sono fondamentali perché aggregano dati scientifici e certificati e li rendono accessibili attraverso visualizzazioni interattive.
Ogni infografica efficace parte da una base solida: dati attendibili e ben contestualizzati. In ambiti delicati come quello dell’acqua virtuale, le fonti devono essere autorevoli e aggiornate. Progetti come Water to Food, sviluppati dal Politecnico di Milano, sono fondamentali perché aggregano dati scientifici certificati e li rendono accessibili attraverso visualizzazioni interattive.
Anche organizzazioni internazionali come il Water Footprint Network o il WWF forniscono dataset dettagliati, ad esempio quanta acqua serve per produrre una bistecca (oltre 15.000 litri), una tazza di caffè (140 litri) o un paio di scarpe in pelle (8.000 litri).
Ma non basta il dato in sé. Serve capire quale dato scegliere tra quelli disponibili: meglio usare il valore medio globale, quello specifico per un’area geografica, o una stima “a km0”? Questa scelta incide profondamente sul messaggio finale dell’infografica.
Come rendere i numeri comprensibili e memorabili
La più grande sfida di quando si parla di acqua virtuale è riuscire a dare forma a ciò che non si vede. Il dato diventa memorabile se tradotto in immagine.
La qualità visiva, che comprende colori, dimensioni e forme, all’interno di un’infografica non è solo estetica ma fa parte di un progetto narrativo che guida lo sguardo e interpreta i dati in modo strategico mettendo in primo piano gli elementi salienti e comparazioni utili.
Mostrare quanto pesa ogni prodotto in termini di acqua umanizza i dati e fa vivere al lettore la quantità di acqua necessaria per produrre un hamburger. In questo modo l’utente non guarda solo i numeri, li sente, li riconosce e li ricorda: e se la sostenibilità passa attraverso la consapevolezza, quello delle infografiche è il metodo migliore per costruire un senso di consapevolezza e responsabilità nelle persone.