L’Intelligenza artificiale non è solo uno degli argomenti più pervasivi di oggi, ma anche una realtà che utilizziamo quotidianamente quando facciamo ricerche online, ad esempio, utilizzando strumenti come Perplexity o ChatGPT, quando parliamo con un chat box di assistenza attivo 24 ore su 24, guidiamo un veicolo con oppure fruiamo dei contenuti di Netflix. Ma cosa significa davvero che siamo noi a utilizzare l’Intelligenza Artificiale? Si tratta di una cosa così al di fuori della nostra realtà?
Oltre ad essere una questione di algoritmi e di dati, l’Intelligenza Artificiale è un fattore concettuale e per capire meglio come funziona dobbiamo spostare il nostro paradigma verso quello dell’infosfera, ovvero lo spazio delle informazioni, quel nuovo ecosistema digitale e informazionale in cui viviamo immersi e che, secondo il filosofo Luciano Floridi, sta trasformando profondamente il nostro modo di esistere, decidere, conoscere.
Sin da sempre la società ha dipeso dalla possibilità di registrare il presente per il futuro e nel frattempo, nel corso della storia, si è sempre più connessa con quella quantità di dati, con l’information Technology al punto tale che oggi quella che era nata come una relazione è diventata una dipendenza. Viviamo sempre più in uno spazio fatto di informazione e al suo interno trascorriamo sempre più tempo: Facebook, YouTube, Instagram, hanno traslato la nostra esperienza nell’onlife.
Nell’infosfera ogni nostro movimento o scelta è codificata in dati: stiamo passando sempre di più da un mondo in cui il digitale era solo un supporto a uno in cui è parte integrante del nostro agire. Secondo Luciano Floridi questa è una vera e propria rivoluzione concettuale: l’uomo non è più al centro del mondo, ma l’individuo è un nodo all’interno dell’infosfera, un inforg che coesiste con agenti artificiali dotati di capacità decisionali.
Prendendo come base questo nuovo concetto possiamo rivoluzionare il nostro modo di concepire il mondo dell’online e soprattutto la concezione di Intelligenza Artificiale, che diventa ancora più decisiva all’interno delle nostre vite quotidiane.
La nascita dell’AI è però non solo un mero fatto tecnologico, ma un progetto umano che unisce, a detta di Floridi, il verde del mondo umano al blu di quello digitale. Comprenderlo significa anche imparare a vivere con consapevolezza.
Che cos’è l’infosfera e cosa c’entra con l’IA

Secondo la teoria di Luciano Floridi, Professore Ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione all’Università di Oxford nonché un’autorità internazionale nell’ambito della filosofia dell’informazione, il termine infosserà non fa altro che rimpiazzare quello di cyberspazio per abbandonare definitivamente l’idea che esistano spazi separati.
L’infosfera, infatti, è per noi un habitat quotidiano una realtà che denota l’essere in modo informazionale, se vogliamo vederla da un punto di vista ontologico. L’infosfera, ovvero il nuovo spazio informazionale in cui viviamo, ci permette di ripensare l’essere come una rete, ovvero un insieme di elementi in cui le relazioni costituiscono i nodi, con articolazioni e trasformazioni.
In altre parole, l’infosfera non è un semplice “contenitore di dati”, ma un ecosistema dinamico, popolato da esseri umani, macchine, algoritmi e interazioni continue. Un mondo in cui viviamo immersi come i pesci nell’acqua, spesso senza rendercene conto. Questa è l’acqua, diceva lo scrittore David Forster Wallace.
Floridi suggerisce che la distinzione netta tra online e offline ha ormai perso significato. Viviamo una condizione che si chiama appunto onlife, dove le nostre azioni quotidiane, che sia lavorare, informarci, socializzare, si svolgono in un continuum tra dimensione fisica e digitale. La nostra identità stessa è sempre più ibridata da queste due dimensioni.
Quindi l’AI non è più solo una macchina intelligente che fa le cose al posto nostro, ma uno degli attori dell’infosfera, un agente artificiale che raccoglie, interpreta e trasforma l’informazione per prendere decisioni anche complesse influenzando la nostra realtà sociale, economica e persino politica.
Il legame tra AI e Infosfera è molto profondo, l’AI vive e cresce dentro l’Infosfera nutrendosi di dati, alimentandosi di informazioni, e si sviluppa attraverso algoritmi che apprendono dai nostri comportamenti digitali e a sua volta modifica l’ambiente in cui agiamo. Si tratta quindi di una relazione biunivoca, quasi simbiotica.
Pensare all’intelligenza artificiale fuori da questo contesto è come parlare di una pianta senza considerare il terreno in cui affonda le radici. L’infosfera è il “terreno epistemologico” su cui germoglia l’intelligenza artificiale: è fatta di dati, ma anche di significati, decisioni, norme, relazioni umane.
Definizione e concetti introdotti da Luciano Floridi
La nostra epoca è onlife: viviamo in un continuum tra digitale e reale. L’intelligenza artificiale si sviluppa dentro questo spazio fluido, sempre più integrata in attività quotidiane come lavorare, curarsi o imparare. Secondo Floridi, quindi, non esiste una vita online e una vita offline, ma solamente una vita onlife: siamo sempre connessi.
Il nostro cellulare ci localizza, l’orologio misura le attività fisiche e abbiamo accesso a ogni tipo di informazione necessaria. Cuciniamo con Alexa, passeggiamo con le cuffie, guidiamo con le indicazioni stradali.
Viviamo sempre più online, dove il tutto si confonde fluidamente. In questo senso siamo anche culturalmente influenzati da questa vita onlife: archiviamo ricordi, cancelliamo ed editiamo la nostra storia, affidando alla tecnologia la nostra memoria senza ricordarci di quanto questa è fragile in confronto al supporto analogico.
Nel suo testo, “Etica dell’Intelligenza Artificiale”, Floridi non fornisce un’introduzione all’AI o un’etica dell’AI, quanto piuttosto una trattazione concettuale e interpretativa del significato profondo e delle conseguenze sociali di queste tecnologie.
I concetti chiave che Floridi introdue, dalla quarta rivoluzione agli inforgs, passando per la filosofia dell’informazione e il concetto di onlife, servono a leggere il presente e progettare il futuro con consapevolezza.
Dopo che Copernico ci ha tolti dal centro dell’universo, dopo che Darwin ci ha posti al centro della creazione biologica e dopo che Freud ci ha tolti dal centro della psiche, Floridi individua la quarta rivoluzione nell’era digitale che decentra l’essere umano anche da come unico centro di elaborazione e gestione dell’informazione.
Una rivoluzione che non è solo tecnologica ma ontologica, che cambia la nostra concezione dell’essere umano e dove le Intelligenze Artificiali non sono più strumenti ma agenti dell’infosfera.
Floridi conia il termine Inforg, Informational organism, per descrivere non solo gli esseri umani ma che gli agenti artificiali che operano e interagiscono nell’infosfera. Noi stessi, tramite i nostri movimenti online siamo in parte informazionali.
L’IA come agente informazionale tra dati e decisioni
L’intelligenza artificiale, nonostante il nome altisonante, non è intelligente nel senso in cui siamo abituati a intendere questa parola. Floridi lo sottolinea con ironia ma anche con rigore concettuale: un algoritmo che gioca a scacchi meglio di un campione umano non è per questo un soggetto intelligente, così come un frigorifero non è saggio solo perché si accende al momento giusto.
Quello che manca davvero è l’intenzionalità: l’AI è capace di compire azioni anche complesse ma lo fa senza consapevolezza, senza scopo e senza comprensione. Quella che è la capacità di agire nel mondo, ovvero “agency” è separata dalla necessità di essere intelligenti per agire.
Non si tratta di una mente, ma di un meccanismo molto raffinato che simula decisioni, prevede conseguenze, ottimizza i percorsi ma lo fa in modo puramente funzionale e non cognitivo. L’AI, dice von Clausewitz, è la continuazione dell’intelligenza umana con mezzi stupidi, un’estensione delle nostre capacità logico-computazionali che non possiede coscienza, emozioni e intuizione.
Quindi non può essere definita intelligente, ci mancano le parole adatte a descrivere ciò che stiamo costruendo: Quando parliamo di “machine learning”, “deep learning”, “smart assistant”, stiamo proiettando categorie umane su realtà non-umane, dando vita a una forma sottile di antropomorfismo.
Il linguaggio influenza profondamente le nostre aspettative, e pensare che l’AI capisca, apprenda, pensi, nel modo in cui lo facciamo noi può portarci a delegare troppo o a progettare un mondo che sia su misura dei suoi limiti.
Come si sviluppa l’intelligenza artificiale oggi

Partendo dai concetti elargiti da Floridi, possiamo arrivare a pensare che, se l’AI funziona meglio in ambienti completamente digitali e noi iniziamo a delegare e adattarci all’utilizzo sbagliato dell’AI, potremmo iniziare a creare un mondo più amichevole per le macchine costruendo smart city, veicoli autonomi, strade pensate per i sensori, e invece di adattare la tecnologia all’umano finiamo per adattare l’umano alla tecnologia.
È un cambio di paradigma insidioso dove l’efficienza vince sull’esperienza, l’ottimizzazione prende il posto della complessità, l’algoritmo detta le regole del gioco. Si parla con Alexa come si parlerebbe a un bambino, ma quel linguaggio semplificato rischia di diventare norma, non eccezione.
Floridi propone allora un altro modo di vedere le cose: considerare l’IA non come una “mente alternativa”, ma come un’infrastruttura cognitiva, un insieme di strumenti che amplificano, estendono e in parte automatizzano la nostra capacità di prendere decisioni basate su informazioni.
È una forma di intelligenza distribuita, non autonoma, che ha senso solo dentro una rete umana e sociale che le dà direzione, scopo, limiti.
Floridi sottolinea che l’evoluzione non avviene in modo neutro e che ogni scelta tecnologica riflette una visione del mondo, delle priorità, valori e interessi. L’AI non è quindi un prodotto ma un artefatto culturale che modella il modo in cui lavoriamo, ci relazioniamo e comprendiamo la realtà.
Dati, algoritmi e machine learning
I dati sono la materia prima di ogni AI, gli algoritmi sono le istruzioni e il machine learning è un processo con cui la macchina impara a riconoscere schemi e fare previsioni anche se non è stata programmata esplicitamente per quel compito. Ma il sistema non deve solo funzionare, è necessario chiedersi come funziona e perché, definire limiti e responsabilità: il significato etico e sociale del machine learning deve essere parte integrante della progettazione.
Oggi con un algoritmo si può decidere chi può vedere prima una notizia, a chi offrire un mutuo, quale pubblicità mostrare a un adolescente, il tutto attraverso correlazioni e non comprensioni, e per questo gli algoritmi restano ciechi al contesto e non sanno che impatto possono avere certe decisioni. Il futuro risiede nell’interpretazione etica del dato.
Come spiega Floridi, i dati non sono neutrali. Riflettono il mondo, ma non lo rappresentano fedelmente: sono raccolti, selezionati, trasformati. E quindi ogni sistema che si basa sui dati rischia di replicare, se non amplificare, le distorsioni già presenti nella società.
Etica e responsabilità nel costruire sistemi intelligenti
Costruire intelligenze artificiali responsabili significa pensare a un progetto umano condiviso. L’etica non è un vincolo, ma una condizione di possibilità: dobbiamo costruire tecnologie capaci di rispettare e valorizzare la dignità umana.
L’AI può essere un alleato informazionale davvero utile, ma è necessario che non si costruisca un’intelligenza simile alla nostra, piuttosto è utile creare strumenti che potenzino le nostre capacità cognitive ed etiche. A questo serve l’infosfera: se capiamo il nostro posto nel mondo possiamo anche diventare co-protagonisti della rivoluzione in corso, consapevoli, e direzionare l’AI in maniera matura verso un mondo sostenibile, equo e libero.