Politica digitale e Barroso: l’UE tra innovazione e sfide

La politica digitale europea negli anni da Barroso in poi. Scopriamo come si evolve la tecnologia e come le nazioni affrontano i digital divide.
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In un contesto digitale e geopolitico sempre più globale e competitivo, l’Europa ha presentato una nuova agenda di trasformazione digitale per promuovere l’innovazione e stare al passo con gli altri paesi, altrimenti “l’Europa diventerà irrilevante”.

Queste furono le parole di José Manuel Durão Barroso, ex presidente della Commissione europea la cui Digital Agenda 2010 ha posto le basi del mercato digitale, che l’Europa ha implementato attraverso altre tappe tra cui la strategia per il Mercato Unico Digitale (2015) sotto Juncker e Digital Compass e programma “Decennio Digitale” (2021–2030) sotto Von Der Leyen con obiettivi concreti per il 2030, seguiti dalla relazione biennale aggiornata a giugno 2025.

L’ex presidente Barroso dichiarò infatti che: “Nell’attuale interdipendenza mondiale, l’Europa si trova di fronte ad ardue scelte. O lavoriamo insieme per essere all’altezza delle sfide o ci condanniamo noi stessi a divenire irrilevanti. Raddoppierò i miei sforzi per realizzare un’Europa ambiziosa, un’Europa che ponga i popoli al centro della sua agenda politica e che proietti nel mondo i valori e gli interessi europei, [..] un’Europa di libertà e di solidarietà.”

Nel 2009, in piena crisi economica globale, Barroso fu tra i primi leader europei a dichiarare chiaramente che l’economia digitale non era semplicemente un “settore” ma il motore trasversale della crescita europea.

La sua proposta era quella di riformulare la Strategia di Lisbona e lanciare l’Agenda Digitale per l’Europa, in questo modo ha posto le basi di un concetto centrale ancora oggi: la trasformazione digitale è una condizione per la competitività sistemica dell’UE, così come oggi parliamo di sovranità tecnologica.

È grazie a Barroso che nasce l’idea di mercato unico digitale, ovvero la volontà di abbattere le barriere normative, armonizzare regole per le telecomunicazioni, il copyright e l’e-commerce gettando così le basi normative per il Digitale Services Act, il Digital Markets Act e l’AI Act e rafforzando il principio per cui l’Europa deve parlare con una sola voce anche nel digitale.

Ancora oggi le sue parole risuonano come un monito: “l’Europa si trova di fronte a una scelta: o diamo vita con uno sforzo collettivo al nuovo ordine o l’Europa dovrà rassegnarsi a perdere importanza.” L’obiettivo, allora come ora, è di rafforzare il ruolo dell’UE come attore tecnologico affidabile e promotore di un ordine digitale globale basato su regole e diritti.

La visione digitale dell’Unione Europea sotto Barroso

Tra il 2004 e il 2014, durante i suoi due mandati come Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso ha avviato una serie di strategie che hanno ridefinito l’approccio dell’UE all’economia digitale.

L’elemento centrale di questa visione è stata la consapevolezza, inedita per l’epoca, che l’innovazione tecnologica e la trasformazione digitale non fossero opzioni future, ma necessità strutturali per l’intero progetto europeo.

Quando nel 2000 l’UE aveva lanciato la strategia di Lisbona, non era ancora chiaro quali sarebbero stati i punti cardine che avrebbero portato l’Europa al centro dello scenario globale. Inoltre, la crisi economica del 2008 portò la visione a essere rimessa in discussione: Barroso rispose quindi proponendo un rinnovamento strategico incentrato su una visione digitale e innovativa dell’economia.

Ne scaturì l’Agenda Digitale per l’Europa del 2010 uno dei pilastri fondativi delle attuali Agende Digitali, con l’obiettivo di stimolare la crescita e l’occupazione attraverso il digitale e garantire diritti e inclusione in una società in rapido cambiamento.

L’Agenda di Barroso poneva il focus su:

  • Banda larga e accesso universale entro il 2020;
  • Mercato Unico Digitale;
  • Standardizzazione tecnologica;
  • Sicurezza e privacy online;
  • Investimenti in ricerca e innovazione ICT;
  • Alfabetizzazione e competenze digitali per colmare il Digital Divide non solo tra i Paesi;
  • Digitalizzazione dei servizi pubblici (attuale PNRR).

Il piano, altamente ambizione, anticipava temi centrali come la cybersecurity, il digital divide, la governance algoritmi e la regolazione delle piattaforme online. Il digitale, con Barroso, si conferma non parte dell’economia, ma l’economia stessa.

L’innovazione digitale quindi diventa uno strumento di autonomia e influenza globale, per questo serviva una strategia in grado di sviluppare standard europei in concorrenza con USA e Cina.

Strategie per l’innovazione e l’economia della conoscenza

Il mondo digitale, la politica europea e la digitalizzazione.

L’Unione Europea, sotto la guida di José Manuel Barroso, ha delineato una strategia digitale che andava ben oltre l’adozione delle nuove tecnologie: si trattava di ripensare radicalmente il modello di sviluppo europeo, trasformando l’economia tradizionale in un ecosistema fondato sulla conoscenza, sull’innovazione e sulle competenze. Una risposta culturale e politica alla globalizzazione, ma anche un’alternativa concreta al dominio del capitalismo finanziario.

L’espressione coniata dall’economista Peter Drucker, economia della conoscenza, implica un utilizzo delle informazioni che sia in grado di generare valore, quindi un utilizzo della conoscenza in ogni sua forma.

Tramite la conoscenza è possibile trarre un vantaggio competitivo ed è una risorsa che può essere una forma di guadagno. L’economia della conoscenza evidenzia quindi i legami tra i processi di apprendimento, l’innovazione e la competitività. Va da se che implementare strategie per aumentare la conoscenza è un vantaggio per l’innovazione. 

Quello dell’encomia della conoscenza era un concetto centrale all’interno della strategia di Lisbona che Barroso riprende proprio per ribadire che la ricchezza di una società non dipende solo dai capitali o risorse naturali ma dalla capacità di generare, condividere e valorizzare sapere e innovazione. La conoscenza diventa un bene comune nonché il motore del progresso, in netto contrasto con la logica speculativa della finanza globale.

Nell’epoca della crisi globale, era necessario poter rispondere con una strategia che cambiasse radicalmente le priorità, stabilendo i canoni per una innovazione che fosse anche sociale, intellettuale e digitale.

Questo tipo di progresso, basato sulla conoscenza, è più sostenibile e resiliente, in grado di adattarsi a cambiamenti ambientali e sociali. Non si trattava quindi solo di digitalizzazione dell’economia ma di renderla più intelligente, aperta e partecipativa.

All’interno delle iniziative proposte da Barroso diveniva chiaro che la ricerca scientifica e tecnologica era posta in primo piano con investimenti strategici per il benessere collettivo. Un’economia della conoscenza non può prescindere inoltre da una formazione continua, dalla digital literacy e dal capitale umano.

Per questo, sotto la Commissione Barroso furono avviate campagne per la promozione delle competenze digitali e investimenti nelle digital skills. La conoscenza era vista come un moltiplicatore di coesione, equità e partecipazione democratica, proprio perché l’innovazione non è tale se non è condivisa e accessibile, solo coì può diventare trasformativa. La digitalizzazione quindi è uno strumento per ridistribuire le opportunità a tutti.

Il ruolo della digital agenda europea

Nel 2010 con la sua Digital Agenda for Europe, José Manuel Barroso definì per la prima volta una strategia comunitaria per l’economia digitale. Gli strumenti che utilizziamo oggi, come il Digital Services Act e l’AI Act sono figli di quella visione.

Ma non solo: con Barroso si è parlato per la prima volta del legame tra innovazione digitale e coesione territoriale ed è stato posto il tema del Digital Divide non solo tra gli Stati membri ma anche tra le aree urbane e quelle rurali proponendo investimenti in banda larga e competenze digitali.

Oggi l’Europa continua a stanziare finanziamenti come NextGenerationEU proprio per colmare il divario digitale ancora esistente e promuovere l’inclusione. Basti pensare che molti progetti PNRR sono la prosecuzione naturale di questa visione inaugurata sotto Barroso.

Rendere il digitale parte del progetto politico europeo non è una cosa da poco: il suo approccio geopolitico ha portato a far sì che oggi parlassimo di Autonomia strategica e Sovranità tecnologica partendo da un’idea che era quella di mettere il digitale al centro della competitività globale sempre sotto i valori europei di libertà, trasparenza, pluralismo e privacy.

Sfide attuali e prospettive future dell’Europa digitale

La nuova presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, ha costruito il suo mandato su tre pilastri fondamentali: innovazione e digitale, politiche Green e strategia industriale. Tutti i governi, in questo senso, stanno scrivendo il modo in cui verranno utilizzate le tecnologie.

Ancora oggi la digitalizzazione è un aspetto fondamentale per il futuro dell’UE e vengono stanziati finanziamenti per diminuire il divario tecnologico dei Paesi membri. La dichiarazione sul futuro digitale dell’UE sull’intelligenza artificiale e la strategia per i dati, rappresentano il passo avanti moderno della strategia UE a lungo termine.

L’ecosistema tecnologico moderno è radicalmente diverso rispetto a quello di Barroso nonché più complesso, fluido: Intelligenza Artificiale, Cybersicurezza, Cloud, governance dei dati, regolamentazione delle Big Tech sono fattori che pongono nuove domande e impostano nuovi obiettivi sempre più articolati.

La naturale prosecuzione dell’Agenda di Barroso, ovvero il Digital Compass 2030 insieme al Programma per il Decennio Digitale, devono riuscire a stare al passo con i cambiamenti della società tecnologica moderna e continuare a costruire un sistema sostenibile e socialmente giusto.

Quello del divario digitali è una delle principali sfide che l’Europa si trova a dover affrontare ancora oggi: non si tratta però solo di una questione tecnologica, piuttosto di un divario economico e sociale che influenza la competitività delle singole regioni. Aree meno sviluppate, rurali e remote che spesso non hanno acceso a infrastrutture di connettività adeguate, come la banda larga o le reti mobile 5G, spesso per mancanza di interessi da parte di operatori privati.


Living in EU è un’iniziativa che promuove la trasformazione digitale a vari livelli per aiutare i Paesi a rendere le città uno dei migliori luoghi in cui vivere tramite la creazione di smart city in cui la collaborazione e la cooperazione permettano di non lavorare in modo isolato.

Il digitale, inoltre, presenta un ruolo cruciale nella transizione verde: l’infrastruttura digitale funge da supporto alla gestione sostenibile delle risorse naturali e nell’ottimizzazione del consumo energetico.

Sovranità tecnologica, regolamentazione e AI Act

Le sfide per una interconnessione digitale.

Negli ultimi anni, Bruxelles ha messo in campo un set normativo tra i più avanzati e ambiziosi al mondo per regolamentare il digitale a partire dall’AI Act del 2024 che regola e disciplina l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’AI Act si rivolge a diversi operatori nel mondo del digitale, dai fornitori agli utilizzatori fino agli importatori e può essere considerato il primo quadro normativo completo al mondo dell’AI.

Insieme all’AI Act l’EU ha implementato anche il Digital Markets Act per la regolamentazione dei mercati digitali e il Digital Services Act un regolamento comunitario dei servizi digitali, tutti con l’obiettivo di proteggere i cittadini da algoritmi opachi e discriminatori, imporre trasparenza e responsabilità alle piattaforme online e infine per evitare la concentrazione di poter in mano a pochi attori extraeuropei.

Allo stesso tempo l’obiettivo è quello di promuovere l’innovazione in settori strategici come il quantum computing, l’AI e i semiconduttori. La sfida consiste quindi nel riuscire a sviluppare e allo stesso tempo governare infrastrutture sia cloud che standard, e tecnologie proprietarie che rendano l’Europa dipendente da attori stranieri pur restando aperta all’interoperibilità nonché alla cooperazione internazionale.

Non a caso oggi quando si parla di Europa si parla di regulatory superpower, ovvero l’Europa è diventata un attore in grado di influenzare l’agenda digitale globale attraverso normative vincolanti e innovative. A partire dal GDPR quello dell’Europa è stato un approccio che ha ispirato legislazioni in decine di Paesi.

Inclusione digitale e riduzione dei divari

Le idee di Barroso sono ancora vivide nell’Europa che ha attraversato crisi, pandemia e tante giurisdizioni: dalle intuizioni pionieristiche di Barroso, siamo ancora nel vivo di idee pionieristiche per il futuro, idee che hanno a che fare con la democrazia digitale.

Il digital divide non è solo tecnologico e l’Europa non può permettersi divari interni e non può lasciare cittadini indietro lungo la strada verso il progresso. Non si tratta di sola disponibilità infrastrutturale ma anche di disparità culturali che vanno colmate, insieme a quelle culturali, educative, generazionali e sociali.

Uno dei pilastri del Decennio Digitale è l’obiettivo di raggiungere almeno l’80% di cittadini con competenze digitali di base entro il 2030 attraverso investimenti in formazione continua, didattica digitale e progetti di e-inclusion. L’inclusione non è un elemento accessorio, ma il fondamento di una vera cittadinanza europea.