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	<title>Che Futuro! &#187; Storie</title>
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	<description>lunario dell&#039;innovazione</description>
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		<title>Mariella Stella e Andrea Paoletti: Casa Netural, tra innovazione e ruralità nella terra dei Sassi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 14:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Innovation]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Netural]]></category>
		<category><![CDATA[co-living]]></category>
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		<category><![CDATA[Matera]]></category>

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		<description><![CDATA[Metti un piemontese in Basilicata. Metti che quel piemontese vuole a tutti i costi portare il concetto di spazio collaborativo in una Casa dei Sassi di Matera e nei paesini lucani. Metti una materana tornata nella sua terra dopo un decennio di esplorazioni. Aggiungi un po&#8217; di sana ruralità, tanto web 2.0 e una comunità. Agita per bene e avrai Casa Netural, il primo spazio di coworking e coliving in Basilicata , che a Matera unisce innovazione e ruralità. Casa Netural è uno spazio per scambiare in maniera libera esperienze, abilita’ e idee. Un’esperienza improntata sul metodo learn by doing , fare per imparare, aprendosi al territorio e al mondo, rivisitando e stravolgendo ruoli e relazioni, dove ogni persona all’interno della casa diventa abitante attivo. In Casa Netural la multidisciplinarietà diventa un coefficiente di sviluppo importantissimo per nuove iniziative e soprattutto per trovare nuove soluzioni. Le persone che la &#8220;abitano&#8221; spesso non si conoscono pur vivendo nella stessa città o nella stessa regione e pur facendo, ciascuno a suo modo, cose innovative. Attraverso Casa Netural gli innovatori locali trovano un luogo in cui confrontarsi, in cui crescere e fare rete, immaginando progetti condivisi, sognando a &#8220;porte aperte&#8221;, lasciando entrare anche &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/05/mariella-stella-e-andrea-paoletti/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Metti un piemontese in Basilicata. Metti che quel piemontese vuole a tutti i costi portare il concetto di spazio collaborativo in una Casa dei Sassi di Matera e nei paesini lucani. Metti una materana tornata nella sua terra dopo un decennio di esplorazioni. Aggiungi un po&#8217; di sana ruralità, tanto web 2.0 e una comunità. Agita per bene e avrai <a href="www.benetural.com">Casa Netural</a>, il primo spazio di coworking e coliving in Basilicata , che a Matera unisce innovazione e ruralità.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/05/casa_netural.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-19487" alt="casa_netural" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/05/casa_netural.jpg" width="279" height="180" /></a><span style="color: #222222;">Casa Netural è uno spazio per scambiare in maniera libera esperienze, abilita’ e idee. Un’esperienza improntata sul metodo <em>learn by doing </em>, fare per imparare, aprendosi al territorio e al mondo, rivisitando e stravolgendo ruoli e relazioni, dove ogni persona all’interno della casa diventa abitante attivo. In Casa Netural la multidisciplinarietà diventa un coefficiente di sviluppo importantissimo per nuove iniziative e soprattutto per trovare nuove soluzioni. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">Le persone che la &#8220;abitano&#8221; spesso non si conoscono pur vivendo nella stessa città o nella stessa regione e pur facendo, ciascuno a suo modo, cose innovative. Attraverso Casa Netural gli innovatori locali trovano un luogo in cui confrontarsi, in cui crescere e fare rete, immaginando progetti condivisi, sognando a &#8220;porte aperte&#8221;, lasciando entrare anche gli altri nei loro sogni e costruendoci sopra progetti allargati! </span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">In Casa Netural la creazione di reti di persone non rappresenta un’addizione di competenze e relazioni ma una moltiplicazione di idee e iniziative.</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">Il progetto ha, dunque, un grande impatto sociale perchè lavora per la crescita del territorio, ispira nuove direzioni, motiva, condivide valori, stimola al fare e ad essere changemaker e, soprattutto, incentiva a inventare nuovi lavori concreti e a creare nuove economie. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;"><strong>Casa Netural è uno spazio di co-working attraverso cui rafforzare il lato professionale di ognuno di noi e uno spazio di co-living per rafforzare la socialitá delle persone che condividono questo spazio e creare comunitá.</strong> La casa è la base per creare situazioni informali di collaborazione e di lavoro, dove far nascere progetti interessanti, dove sperimentare, dare stimolo e vitalità. Il mix di ospiti stranieri e di workers locali consente di creare situazioni di condivisione e scambio che valorizzano gli individui, le loro competenze e le loro storie.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/05/co_living.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-19489" alt="co_living" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/05/co_living.jpg" width="275" height="183" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;"><strong>La Terra in cui Casa Netural ha deciso di mettere le radici, la Basilicata, è piena di fascino e opportunità, piena di contraddizioni culturali e paesaggistiche, che fanno della diversità l’elemento più affascinante della sua bellezza.</strong> </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">Terra spopolata in molti luoghi, svuotata da migrazioni di giovani che partono per realizzare i loro sogni fuori, vogliamo che torni ad essere un luogo di sviluppo e creazione e solo la sinergia di forze interne ed esterne potrà rilanciare le sue possibilità e la sua progettualità. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">In Basilicata c’è molto terreno per l’innovazione e l’arrivo di occhi, tradizioni e idee “esterne” può rappresentare l’energia giusta per determinarne un’evoluzione sostenibile. Casa Netural nasce a Matera ma è un’esperienza che coinvolge tutta la regione e che cerca proprio nelle reti dei territoriali rurali un motivo di crescita e sviluppo. Non a caso Netural sta per Rural Networking. Le risorse a disposizione sono tante: artigianato, agricoltura,energie rinnovabili, innovazione, tech, problemi sociali. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #222222;">Non è più tempo per conservare ma è tempo di innovare avendo chiaro nella mente la complessita della triple-P (People, Planet e Profit) e della triple-R (Riduce, Reuse, Ricycle).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #222222;">Grazie al<a href="http://benetural.com/co-living-2/"> progetto CO-Living </a></span><span style="color: #222222;"> Casa Netural ha aperto le porte anche ad innovatori provenienti da tutto il mondo. Da marzo a luglio 10 innovatori hanno l’opportunità di vivere per sette giorni nella Casa dell&#8217;innovazione sociale e rurale, conoscere la comunità, il territorio di riferimento, raccontare la propria esperienza e ascoltare quelle di chi cerca di innovare sul posto con l’obiettivo di far nascere progetti condivisi e nuove collaborazioni. Se ne stanno vedendo  delle belle!</span></p>
<p style="text-align: right;">Matera, 10 maggio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>MARIELLA STELLA e ANDREA PAOLETTI</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Marta Mainieri: Ho inventato (e scritto) Collaboriamo!, per riunire tutti i servizi collaborativi italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 15:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[BlaBlaCar]]></category>
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		<description><![CDATA[Quella che sto per raccontare è la storia di un libro, appena pubblicato, e di un servizio ancora in versione “artigianale”. Entrambi si chiamano “Collaboriamo” e hanno l’obiettivo di divulgare i servizi collaborativi digitali (aka consumo collaborativo), servizi, cioè, che mettono in contatto persone con persone per scambiare, condividere e vendere direttamente beni, competenze, denaro. La storia è cominciata durante un periodo di maternità. Proprio quella maternità che pensavo mi avrebbe portato lontana dal lavoro che, con tanta fatica, dopo le precedenti altre due maternità, mi stavo faticosamente riconquistando. Appena rimasta a casa, tuttavia, mi sono subito resa conto che staccare la testa dall’operatività, dalle corse di tutti i giorni, mi avrebbe permesso di tornare a leggere, a pensare, e a rimettere in moto il cervello, come d’altra parte era successo durante le due astensioni dal lavoro precedenti. Sono arrivata a pensare che le aziende dovrebbero favorire dei momenti in cui gli impiegati stiano a casa a pensare, non in vacanza, ma a leggere e a informarsi, per qualche giorno e poi ripartire, con nuove energie e nuovi pensieri. In quei giorni, dunque, ho scoperto il libro di Rachel Botsman e Roo Rogers “What’s mine it’s yours”, nel quale si &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/03/marta-mainieri-da-mamma-ad-autrice-e-startupper-ho-creato-collaboriamo-per-riunire-tutti-i-servizi-collaborativi-in-italia/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quella che sto per raccontare è la storia di un libro, appena pubblicato, e di un servizio ancora in versione “artigianale”. Entrambi si chiamano “Collaboriamo” e hanno l’obiettivo di divulgare i servizi collaborativi digitali (aka consumo collaborativo), servizi, cioè, che mettono in contatto persone con persone per scambiare, condividere e vendere direttamente beni, competenze, denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia è cominciata durante un periodo di maternità. Proprio quella maternità che pensavo mi avrebbe portato lontana dal lavoro che, con tanta fatica, dopo le precedenti altre due maternità, mi stavo faticosamente riconquistando.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena rimasta a casa, tuttavia, mi sono subito resa conto che staccare la testa dall’operatività, dalle corse di tutti i giorni, mi avrebbe permesso di tornare a leggere, a pensare, e a rimettere in moto il cervello, come d’altra parte era successo durante le due astensioni dal lavoro precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono arrivata a pensare che le aziende dovrebbero favorire dei momenti in cui gli impiegati stiano a casa a pensare, non in vacanza, ma a leggere e a informarsi, per qualche giorno e poi ripartire, con nuove energie e nuovi pensieri.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In quei giorni, dunque, ho scoperto il libro di Rachel Botsman e Roo Rogers “<a href="http://www.amazon.it/Whats-Mine-Yours-Collaborative-Consumption/dp/0061963542">What’s mine it’s yours</a>”, nel quale si racconta come la crisi dei consumi, ambientale, e anche sociale, insieme al diffondersi delle tecnologie digitali, abbia portato al crescere e allo sviluppo di servizi come <a href="airbnb.com">Airbnb</a>, <a href="http://www.couchsurfing.org">CouchSurfing</a>, <a href="http://valet.swap.com">Swap</a>, <a href="http://uk.zopa.com/">Zopa</a>, <a href="http://www.etsy.com">Etsy</a>, e tanti altri che pure nella loro diversità hanno in comune il fatto che sono <strong>piattaforme <em>peer to peer</em>, che promuovono un nuovo modello di consumo basato sull’accesso al bene piuttosto che sulla proprietà e sull’usato piuttosto che sul nuovo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio ragionando sul valore di questi servizi, sui loro benefici, sulla loro crescita che una mattina, mentre spingevo il passeggino sperando di far addormentare mio figlio, a quel punto nato da qualche mese, ho pensato che sarebbe stato bello scrivere un libro per far conoscere questi servizi anche in Italia. Come solo poche volte nella vita succede, e dopo qualche rifiuto, il mio desiderio è stato valutato dalla casa editrice Hoepli che con mio grande piacere, misto a un po’ di stupore, mi ha dato il mandato per procedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il classico panico da foglio bianco, ho così iniziato a raccogliere storie: “<em>Questi servizi mettono in contatto persone</em>,” mi sono detta, “<em>funzionano grazie alla loro partecipazione, è da qui che devo cominciare</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho scelto dieci start up, cinque americane (Airbnb, Relayrides, TaskRabbit, Skillshare, Etsy), una inglese (Landshare), e quattro italiane (<a href="http://www.fubles.com/">Fubles</a>, <a href="https://www.prestiamoci.it/?gclid=COjs58PDn7YCFQVc3god5HkAaQ">Prestiamoci</a>, <a href="http://www.reoose.com/">Reoose</a>, <a href="https://milan.the-hub.net/">TheHub Milano</a>) per capire le difficoltà e le opportunità di casa nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ognuna vuole essere rappresentativa di un mercato di riferimento (automobilistico, alimentare, turistico, artigianato, lavoro e così via), in modo da dare un affresco soddisfacente di come ognuno di questi servizi impatti nel settore di riferimento. Mettendo insieme queste storie mi sono accorta che <strong>queste piattaforme non propongono soltanto un nuovo modello di consumo ma anche un modo alternativo di muoversi (carsharing peer to peer o carpooling), di prestare (crowdfunding), di lavorare (coworking), di imparare, di viaggiare, di stare insieme, di mangiare e quindi di vivere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E che <strong>questi modelli si portano dietro in genere tre grandi benefici</strong>: <strong>economico</strong> (perché riusando, condividendo e vendendo si risparmia ma anche guadagna), <strong>ambientale</strong> (perché di riutilizza quel che già c’è), <strong>sociale</strong> (perché permette di fare nuove amicizie).</p>
<p style="text-align: justify;">Ho così realizzato che <strong>questi servizi, pur nella loro diversità, hanno non solo un modello progettuale comune (il peer to peer) ma anche un linguaggio e dei valori riconoscibili.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono infatti tutti servizi che oltre a prediligere l’accesso al bene piuttosto che la proprietà, lo scambio invece dell’acquisto, promuovono anche il servizio invece del prodotto, la fiducia verso sconosciuti piuttosto che la diffidenza, la collaborazione al posto della competitività, un approccio fluido piuttosto che strutturato, la filiera corta come alternativa a quella lunga e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho così riscostruito il terreno comune di questi servizi che ho raccolto nella prima parte del libro -più teorica rispetto alla seconda, dedicata alle storie, che permette di più di connettersi più emotivamente al lettore – nella quale spiego il contesto in cui nascono questi servizi, cosa significa collaborare, chi lo fa, i benefici e le difficoltà, e quanto queste piattaforme siano diffuse in Italia. E proprio a questo proposito le cose negli ultimi mesi sono molto cambiate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ho iniziato il libro i servizi collaborativi in Italia si contavano sulle dita di poco più di una mano. Oggi ne ho contati più di 150</strong> (compresi gli spazi di coworking) <strong>e sono in continuo aumento sia per numero sia per utilizzo.</strong> Nel nostro paese, come all’estero, oggi si condivide di tutto: la casa (Airbnb, Wimdu, ecc) la tata (<a href="http://www.oltretata.it">Oltretata</a>), il tempo (<a href="http://www.sfinz.com">Sfinz</a>, <a href="http://www.tamtown.it/it/explore">Tamtown</a>), il cibo (<a href="http://gnammo.com">Gnammo</a>, <a href="http://www.newgusto.com">Newgusto</a>), la barca (<a href="http://www.sailsquare.com">Sailsquare</a>), la bici (Okobici), le competenze (<a href="http://www.oilproject.org">OilProject</a>, <a href="http://www.skillbros.it">SkillBros</a>), la macchina (<a href="http://www.blablacar.it">Blablacar</a>), il denaro (<a href="http://www.prestiamoci.it">Prestiamoci</a>, <a href="http://www.starteed.com">Starteed</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo forti anche nelle piattaforme di baratto, dove abbiamo una tradizione culturale piuttosto radicata, nelle aste online che, sulla scia di eBay, sono sicuramente le piattaforme più frequentate e conosciute, e nella mobilità, un settore in cui questi servizi stanno crescendo velocemente in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono servizi molto interessanti che propongono qualcosa di unico nel panorama internazionale come, per esempio, <a href="http://www.openwear.org/">Openwear,</a> una piattaforma collaborativa per la produzione di capi d’abbigliamento finanziata dalla Comunità Europea, <a href="http://www.impossibleliving.com/">Impossible Living</a>, una mappa di edifici abbandonati pronti per il loro riutilizzo, <a href="http://www.scambiatreno.it/">ScambiaTreno</a> che permette di scambiare biglietti del treno non utilizzati, <a href="http://www.dropis.com">Dropis</a> e <a href="http://www.sardex.net">Sardex</a> che sono monete virtuali la prima rivolta al consumatore finale, la seconda alle aziende della Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni servizi, in genere i più vecchi possono vantare numeri interessanti come, per esempio, <a href="http://www.zerorelativo.it">Zerorelativo</a> che ha più di 70.000 annunci, <a href="http://www.delcampe.net/">Delcampe</a>, un marketplace per collezionisti che dichiara più di 50 milioni di vendite in corso, <a href="http://www.subito.it">Subito</a>, con più di 54 milioni di annunci, <a href="http://www.carpooling.it">Carpooling</a> che annuncia più di 750.000 viaggi nazionali, <a href="http://www.reoose.com">Reoose</a> che conta una community di 25.000 membri o <a href="http://www.fubles.com">Fubles</a> che ha raggiunto più di 250.000 iscritti), ma in genere sono servizi molto giovani, nati dalla creatività, dalla passione, e anche dallo spirito di iniziativa dei ragazzi che spesso investendoci tempo e denaro sperano in un futuro diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche per questo sono ancora servizi isolati, non c’è tra loro alcun tipo di coordinamento e non c’è quella consapevolezza che possiedono invece i protagonisti del consumo collaborativo negli Stati Uniti. Per questo, ma non solo, ho lanciato <a href="http://collaboriamo.org/">Collaboriamo.org</a> Finito il libro mi sono posta il problema di come presentarlo sulla rete. Non volevo un semplice sito statico, una sorta di brochure del libro come spesso si fa, e ho quindi pensato, a mia volta, di creare una piattaforma nella quale mettere in contatto chi cerca un servizio e chi lo offre.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Collaboriamo.org, infatti, è oggi una semplice directory che ha lo scopo di riunire tutti i servizi collaborativi italiani al fine di dar loro visibilità e farli conoscere a un numero sempre maggiore di persone.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Per i consumatori potrebbe diventare un luogo dove conoscere nuovi modi per vivere e fare la spesa, dove leggere le esperienze di chi ci ha già provato, dove conoscere le opportunità offerte da modelli collaborativi. Per i servizi, invece, potrebbe essere il luogo attraverso il quale far nascere collaborazioni fra le diverse piattaforme e per questo insieme a Simone Marini di Sailsquare abbiamo iniziato a organizzare una serie di incontri.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutti si spera possa diventare il luogo dove far crescere e diffondere consapevolezza su nuovi e diversi modelli di consumo e di vita. Spiegare bene i benefici di questi servizi, sensibilizzare sui temi legati alla condivisione, al riuso e alla vendita diretta, sottolineare il fatto che si è parte di un movimento che condivide valori e anche opportunità, aiuta a sensibilizzare le persone, ma anche la stampa, a far crescere i servizi e a sperare in un futuro migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Così oggi mi ritrovo ad essere da autrice a startupper, due ruoli in cui, fino a poco tempo fa, non avrei mai immagino di ricoprire. E in queste vesti sto già iniziando a sperimentare tutto le fatiche dei tanti startupper italiani. Passione, curiosità, tanta voglia di fare che si scontra con la mancanza di tempo, soldi e aiuto. Tutto questo, però, probabilmente, fa già parte di un’altra storia.</p>
<p style="text-align: right;">Milano, 28 marzo 2013</p>
<p style="text-align: right;">MARTA MAINIERI</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Alvise de&#8217; Faveri Tron: A 17 anni ho fatto Woofun per non prendere mai più buca</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 19:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[corteggiamento]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo classico Galvani Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Woofun]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono Alvise, ho 17 anni e studio al liceo classico Galvani di Bologna. Dagli studi non si direbbe che anche l’informatica sia una mia passione, ma è così. Proprio a scuola ho seguito un corso Java, che è stata la scintilla per imparare poi a programmare software sia web che mobile. L’estate scorsa ho avuto un’idea; tra ottobre 2012 e gennaio 2013 l’ho sviluppata insieme ad un piccolo team e da pochi giorni ho messo online Woofun, la mia nuova web e mobile app, dedicata a chi vuole corteggiare qualcuno che gli piace, ma non vuole sbilanciarsi. In pochi mesi ho scoperto che quando pensi di aver finito di programmare e ritieni che ti manchi un 10%, in realtà sei ancora più o meno a metà! Il “confezionamento” di Woofun ha richiesto parecchio tempo per realizzare un’interfaccia evoluta con una grafica accattivante, ma nello stesso tempo semplice, è veramente difficile ed è per questo che è stato importante creare un team di amici già esperti di app che mi aiutassero a curare questi aspetti. Adesso però Woofun è disponibile in 6 lingue (italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, brasiliano), gira su web, su mobile (Apple Store e Google Play) e in &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/03/alvise-de-faveri-tron-a-17-ho-fatto-woofun-per-non-prendere-mai-piu-buca/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono Alvise, ho 17 anni e studio al <a href="http://www.liceogalvani.it/">liceo classico Galvani di Bologna</a>. Dagli studi non si direbbe che anche l’informatica sia una mia passione, ma è così. Proprio a scuola ho seguito un corso Java, che è stata la scintilla per imparare poi a programmare software sia web che mobile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estate scorsa ho avuto un’idea; tra ottobre 2012 e gennaio 2013 l’ho sviluppata insieme ad un piccolo team e da pochi giorni ho messo online<a href="http://www.woofun.com/"> Woofun</a>, la mia nuova web e mobile app, dedicata a chi vuole corteggiare qualcuno che gli piace, ma non vuole sbilanciarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">In pochi mesi ho scoperto che quando pensi di aver finito di programmare e ritieni che ti manchi un 10%, in realtà sei ancora più o meno a metà! Il “confezionamento” di Woofun ha richiesto parecchio tempo per realizzare un’interfaccia evoluta con una grafica accattivante, ma nello stesso tempo semplice, è veramente difficile ed è per questo che è stato importante creare un team di amici già esperti di app che mi aiutassero a curare questi aspetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso però Woofun è disponibile in 6 lingue (italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, brasiliano), gira su web, su mobile (Apple Store e Google Play) e in pochi giorni, solo con il passaparola, sono entrati 3000 nuovi utenti, dei quali il 16% ha già ottenuto un “Wow”, cioè è stato ricambiato sentimentalmente!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con Woofun si possono abbattere le tipiche barriere del “corteggiamento”: timidezza, imbarazzo, paura di essere rifiutati. </strong>A me è successo in passato e penso che tutti noi, almeno una volta, abbiamo provato questi stati d’animo e magari abbiamo rinunciato a qualcuno che ci piaceva, solo per paura di rovinare rapporti o amicizie.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosco ragazzi che hanno passato mesi di indecisione, sempre in bilico tra il “ci provo e non ci provo”, con la paura di fare la mossa sbagliata e intanto le amiche si trovavano un fidanzato! Beh…in realtà è successo anche a me e quando mi sono deciso era troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con Woofun invece… tentar non nuoce! <strong>Potete inviare i vostri “woo”, cioè corteggiamenti in forma anonima, all’interno della vostra rete di amicizie Facebook, senza alcun timore di essere scoperti o rifiutati.</strong> La persona che riceve il woo (“qualcuno ti sta pensando…”) a sua volta può inviare i propri woo a qualcuno che le piace. <strong>Se due persone provano sentimenti reciproci allora ciascuna viene a conoscenza dell’altra, altrimenti nessuno saprà mai nulla.</strong> Elementare ma molto efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Woofun piacerà a tutti, perché è semplice, non costa nulla, non si rischia nulla ed è su Facebook: un&#8217;alternativa alle rose, alla ricerca di indizi tramite gli amici e le amiche della persona che ti piace, in un mondo in cui la vita sociale passa sempre di più per i social network.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;idea nuova, che nulla ha a che vedere con i classici siti di incontri, dove le persone si cercano senza conoscersi e in modo spesso squallido, ma un&#8217;app che dentro la rete di amicizie può aiutare a superare barriere e ostacoli che spesso sopravvalutiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">E ora che Woofun ha iniziato a correre con le sue gambe? Beh, c’è sempre da fare manutenzione applicativa, inventarsi nuovi sviluppi (che ne direste di poter inserire degli “indizi” per la persona che ci piace?), aiutare la crescita finora spontanea degli utenti e portare Woofun in altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per raggiungere il sogno: 1 milione di utenti in un futuro il più prossimo possibile. Ci riuscirò? Come diceva una vecchia canzone…”Lo scopriremo solo vivendo”.</p>
<p style="text-align: right;">Bologna, 8 marzo 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>ALVISE DE&#8217; FAVERI TRON </em></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Come trovare il nome adatto ad una startup, la storia di AdEspresso</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2013 13:02:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Adespresso]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Mantegazzini]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>

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		<description><![CDATA[Come dare un nome ad una startup? A volte ti svegli la mattina con un nome in testa, cerchi la disponibilità del dominio e via sei pronto a partire. Ma altre volte è molto più complicato. Quando abbiamo iniziato il nostro progetto avevamo una visione chiara del prodotto: creare un servizio semplice e funzionale per gestire e ottimizzare l&#8217;advertising su Facebook. Ci siamo concentrati sullo sviluppo e ignorato il naming per molti mesi fino a febbraio 2012. In quel momento avevamo un ottimo prototipo, che richiedeva un altrettanto ottimo nome. In un brain-storming abbiamo deciso le caratteristiche che il nostro nome avrebbe dovuto avere. Volevamo che fosse: -il più breve possibile -facile da ricordare -facile da pronunciare in ogni lingua -disponibile .com e .it -che iniziasse con una lettere tra la a e la g per essere in cima alle liste ordinate alfabeticamente. Abbiamo organizzato una serie di incontri con tutto il team scrivendo ogni nome che ci veniva in mente. il 30% del tempo è stato speso pensando a nomi molto divertenti ma assolutamente inutili, il restante 70 % aveva portato a nomi potenzialmente buoni, per poi scoprire però che i domini non erano liberi. Spendere o no cinquanta &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/come-dare-un-nome-ad-una-startup-la-storia-di-adespresso/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come dare un nome ad una startup? A volte ti svegli la mattina con un nome in testa, cerchi la disponibilità del dominio e via sei pronto a partire. Ma altre volte è molto più complicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando abbiamo iniziato il nostro progetto avevamo una visione chiara del prodotto: <strong>creare un servizio semplice e funzionale per gestire e ottimizzare l&#8217;advertising su Facebook.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo concentrati sullo sviluppo e ignorato il naming per molti mesi fino a febbraio 2012. In quel momento avevamo un ottimo prototipo, che richiedeva un altrettanto ottimo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">In un brain-storming abbiamo deciso le caratteristiche che il nostro nome avrebbe dovuto avere. Volevamo che fosse:</p>
<p style="text-align: justify;">-il più breve possibile</p>
<p style="text-align: justify;">-facile da ricordare</p>
<p style="text-align: justify;">-facile da pronunciare in ogni lingua</p>
<p style="text-align: justify;">-disponibile<em> .com e .it</em></p>
<p style="text-align: justify;">-che iniziasse con una lettere tra la a e la g per essere in cima alle liste ordinate alfabeticamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo organizzato una serie di incontri con tutto il team scrivendo ogni nome che ci veniva in mente. il 30% del tempo è stato speso pensando a nomi molto divertenti ma assolutamente inutili, il restante 70 % aveva portato a nomi potenzialmente buoni, per poi scoprire però che i domini non erano liberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Spendere o no cinquanta o centomila dollari per un dominio?</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente abbiamo cercato nomi di dominio brevi, di 4 o 5 caratteri. Tutti erano già presi, a meno che non avessimo voluto chiamarci Wjyxh.com. Altri domini, brevi e attraenti, erano in vendita sui vari marketplace (Sedo, BrandBucket) ma i costi superavano i 50 o 100.000 dollari. Troppo! Avevamo messo in conto la possibilità di comprare un dominio già registrato, ma ci eravamo prefissati un budget massimo di 3 mila dollari.</p>
<p style="text-align: justify;">Un dominio che davvero mi piaceva era Promoto: breve, facile da ricordare e pieno di O, che generalmente sono pronunciate allo stesso modo in ogni lingua. Inoltre il proprietario del dominio lo stava vendendo per un buon prezzo. Eppure all&#8217;interno dell&#8217;azienda ad alcuni piaceva, altri dicevano che sembrava un servizio legato a motociclette, o a Motorola. Perciò abbiamo deciso di usare un approccio più analitico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo scelto una parola chiave ed abbiamo deciso di collegarci qualcosa di cool alla fine.</strong> Ma neanche questo ha funzionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni possibile combinazione sembrava già registrata. Inoltre alcune combinazioni sembravano più uno spam Seo che un vero brand.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo stava finendo, avevamo cercato di essere creativi ma non aveva funzionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi abbiamo pensato a dei domini che sono generalmente trendy per le startup, come ad esempio <a href="http://like.ly/" target="_blank">like.ly</a>. (come <a href="http://bit.ly/" target="_blank">bit.ly</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Poi ci è venuta un&#8217;idea. Chiamiamo la nostra compagnia Forgely: è breve, semplice da pronunciare, i domini sono disponibili e inizia per F.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo comprato il dominio Forgely, finalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi abbiamo aggiornato il nostro sito e il design della nostra applicazione, abbiamo stampato i nostri biglietti da visita e i volantini, abbiamo registrato ogni possibile dominio con il nome Forgely.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in realtà la festa è durata poco: nessuno tra noi era veramente convinto che il nome Forgely fosse quello giusto. Non riuscivamo ad  immaginarci mentre dicevamo: &#8220;Ehi, lavoro da Forgely&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra cosa molto importante è che dovevamo condividere il nome con persone che sono al di fuori della nostra compagnia e guardare le loro facce. Ti assicuro, è veramente semplice capire cosa stanno pensando: &#8220;Wow, come hai fatto a trovare questo nome così fico?&#8221; oppure &#8220;o mio Dio, quanti aperolspritz hai dovuto bere per trovare un nome così folle?&#8221; .</p>
<p style="text-align: justify;">Cinque giorni al debutto della nostra azienda in Silicon Valley e ancora nessun nome.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto mancavano solo 5 giorni al nostro viaggio per la Silicon Valley per presentare il nostro prodotto. Mancava solo una cosa da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovevamo contro verificare il nome con una persona di fiducia. Questa persona per fortuna era <a href="http://www.linkedin.com/pub/francesco-mantegazzini/0/269/681">Francesco Mantegazzini</a>, responsabile dell&#8217;investor relations and business developement al Sole 24 Ore.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco ha revisionato la nostra presentazione silenziosamente. Alla fine ci ha guardato e ha detto: &#8220;Siete pazzi? non potete assolutamente andare negli Stati Uniti e presentare una startup che si chiama Forgely, cosa significa? E soprattutto Forgely suona come forgery, che significa contraffare. E&#8217; una parola a cui vorreste essere associati?!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sembrava perso. Poi mentre eravamo seduti e stavamo bevendo il nostro quarto caffè, qualcuno disse, per scherzo: &#8220;Ad espresso, what else ?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo slogan cool probabilmente ci avrebbe fatto incontrare i legali della Nespresso molto presto. Ma eravamo tutti molto entusiasti del nome. Rispondeva a quasi tutti  i nostri criteri, inoltre aveva un chiaro link alle nostre origine italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione siamo arrivati alla nostra conferenza in Silicon Valley con la nostra nuova identità: <a href="http://adespresso.com/">Adespresso</a>. Dio benedica Francesco Mantegazzini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/come-dare-un-nome-ad-una-startup-la-storia-di-adespresso/adespresso/" rel="attachment wp-att-16613"><img class="aligncenter size-full wp-image-16613" alt="AdEspresso" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/AdEspresso.png" width="226" height="133" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Lezioni imparate su come chiamare la tua startup.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della nostra esperienza vorrei condividere alcuni consigli su come dare nome alla vostra startup.</p>
<p style="text-align: justify;">1) <strong>Definisci alcune regole base per il tuo brand prima di iniziare il brain-storming.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">2) <strong>Decidi un massimo budget per comprare un dominio già esistente</strong></p>
<p style="text-align: justify;">3) <strong>Una volta fatta una lista di potenziali nomi, ripetili ad alta voce. Immaginati dire: &#8220;io lavoro da XXX!&#8221;. Funziona?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">4)<strong> Di il nome a più persone che puoi e verifica le loro reazioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">5) <strong>Trova un amico fidato che sei sicuro ti dica se il nome fa schifo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">6)<strong> Quando hai un buon nome, chiediti se spenderai il tuo intero budget per quello. Se la risposta è no, cancellalo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">7) <strong>Cambi dell&#8217;ultimo minuto sono difficili da gestire ma a volte meritano di essere fatti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">8) <strong>Se ti trovi a dubitare del tuo nome verso la fine del gioco è forse perché non è ancora quello giusto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Spero che condividere la nostra esperienza possa essere utile a qualcun&#8217;altro nella stessa situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai altri consigli su come trovare il giusto brand? Condividili con noi e lascia un commento. Saremo felici di conoscere la tua esperienza.</p>
<p style="text-align: right;">Roma, 14 febbraio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>FUTURA PAGANO</em></p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/come-dare-un-nome-ad-una-startup-la-storia-di-adespresso/team_adespresso/" rel="attachment wp-att-16614"><img class="aligncenter size-full wp-image-16614" alt="team_adespresso" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/team_adespresso.jpg" width="1400" height="1038" /></a></p>
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		<title>Perché ho fatto Klash, l&#8217;app per le sfide pazze tra amici</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 11:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Klash]]></category>
		<category><![CDATA[seed round]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
		<category><![CDATA[Venista Ventures]]></category>

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		<description><![CDATA[Pochi giorni fa, proprio qui su CheFuturo!, ha raccontato la sua esperienza di giovane founder italiano a Berlino. Questa la sua frase più importante: “(A Berlino) La gioventù è vista seriamente, come potenziale d’innovazione. “ Ora, Alessandro Petrucciani, 25 anni, annuncia che la sua Klash rilancia una nuova versione, in occasione del primo, importante, round di finanziamento. - Allora Alessandro, prima domanda di rito: cos’è Klash e perché vale la pena farne uso? Klash è tutto ciò che avrei desiderato durante gli anni del Liceo prima, dell&#8217;Univeristà poi. Si tratta di  un&#8217;applicazione mobile per sfide tra amici. La nostra idea è quella di una piattaforma social per scommesse tra amici che spinge alla creazione di contenuti, quali foto, GIF animate,e, in futuro, anche video. Ci siamo resi conto che c&#8217;era un&#8217;opportunità in questo senso: anche se l&#8217;idea è semplice,l nessuno prima di noi è riuscito a creare un piattaforma di questo tipo. Ci siamo concentrati molto sul design e sulla facilità a sfidare un amico; spesso queste azioni vengono fatte &#8220;on the go&#8221; e  quindi il tutto deve essere molto rapido ed intuitivo. Perche usare Klash? Quante volte hai fatto una pazzia, o hai sfidato un amico e, poi, a scommessa avvenuta, hai &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/klash-lapp-per-le-pazze-sfide-tra-amici/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pochi giorni fa, <a href="http://www.chefuturo.it/2013/01/dieci-italiani-e-il-cielo-digitale-sopra-berlino/">proprio qui su CheFuturo!</a>, ha raccontato la sua esperienza di giovane <em>founder</em> italiano a Berlino. Questa la sua frase più importante: “<i>(A Berlino) La gioventù è vista seriamente, come potenziale d’innovazione. “</i><b><br />
</b>Ora, Alessandro Petrucciani, 25 anni, annuncia che la sua <a href="http://www.klashapp.com/">Klash</a> rilancia una nuova versione, in occasione del primo, importante, round di finanziamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>- Allora Alessandro, prima domanda di rito: cos’è Klash e perché vale la pena farne uso?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Klash è tutto ciò che avrei desiderato durante gli anni del Liceo prima, dell&#8217;Univeristà poi. Si tratta di  u<b>n&#8217;applicazione mobile per sfide tra amici.</b> <strong>La nostra idea è quella di una piattaforma social per scommesse tra amici che spinge alla creazione di contenuti, quali foto, GIF animate,e, in futuro, anche video.</strong> Ci siamo resi conto che c&#8217;era un&#8217;opportunità in questo senso: anche se l&#8217;idea è semplice,l nessuno prima di noi è riuscito a creare un piattaforma di questo tipo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo concentrati molto sul design e sulla facilità a sfidare un amico; spesso queste azioni vengono fatte &#8220;<em>on the go</em>&#8221; e  quindi il tutto deve essere molto rapido ed intuitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perche usare Klash? Quante volte hai fatto una pazzia, o hai sfidato un amico e, poi, a scommessa avvenuta, hai realizzato di non aver catturato il momento della sfida? Oppure, quante storie di sfide incredibili ti vengono raccontate dai tuoi amici e vorresti vedere solo una foto di quanto è successo? <b>Beh, Klash è la risposta a tutte le volte che “avresti voluto essere lì”</b> e a tutte le volte che i tuoi amici ti hanno detto “non ci credo finché non vedo una foto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>- Chi sono i vostri nuovi investitori e come impiegherete i soldi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I finanziatori sono due gruppi privati, che io chiamo Super Angel, <a href="http://venista-ventures.com/">Venista Ventures </a>e EierFabrik, di base a Colonia e Berlino. <b>Ora il nostro focus è interamente sul prodotto e sulla nostra community.</b> Stiamo assumendo programmatori PHP per completare il team e velocizzare lo sviluppo. In Europa è difficile attrarre <em>early adopters</em> e mantenerli attivi e anche per questo nei prossimi mesi punteremo forte sul mercato americano.</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Saremo in Silicon Valley per un periodo e cercheremo di mettere a punto campagne di marketing</b>, soprattutto <em>guerrilla marketing</em>, in scuole e campus universitari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;importante è divertirsi e far divertire, due scopi molto più nobili di quanto si creda.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/klash-lapp-per-le-pazze-sfide-tra-amici/team-di-klash/" rel="attachment wp-att-16337"><img class="aligncenter size-full wp-image-16337" alt="team di klash" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/team-di-klash.jpg" width="620" height="414" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>- L’ultima volta che mi hai raccontato qualcosa di Berlino mi dicevi di averne “viste di belle e di brutte”. Vuoi raccontarci brevemente com’è andata nell’ultimo anno?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Averne viste di belle e di brutte è sempre soggettivo, perché nel mondo imprenditoriale se ne sentono di tutti i colori. Nel mio piccolo, però, penso di aver passato un anno intenso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trovare il team non è stato facile, ma ora è davvero il nostro punto di forza. Costruire un&#8217;app da una semplice idea è stata una vera sfida.</strong> Per me era la prima volta e, ad esser sincero, dobbiamo tanto ad Emiliano, nostro CTO, che ha portato tanta esperienza nell&#8217;esecuzione del prodotto. Ed infine il fundraising, passaggio più complesso e delicato di tutti. <b>Perché anche se sono in tanti che credono nel tuo team e nella tua idea, beh, tra il dire e il fare c&#8217;è sempre un abisso.</b> Abbiamo commesso tanti errori, abbiamo avuto anche degli stop imprevisti, ma ora abbiamo trovato il partner giusto che crede veramente nella nostra vision e nelle nostre capacità di portarla a compimento. Abbiamo soldi, team, prodotto e del tempo a disposizione. Non ci resta che <em>portare a casa</em> i risultati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>- A Klash non sei da solo: siete un bel Team internazionale e, se non mi sbaglio, vi siete conosciuti tutti qua a Berlino, andando in giro per eventi. Me lo confermi? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo in sei: un italiano, un italo-argentino, un turco, un austriaco, un tedesco e uno svedese. In principio eravamo tre amici partiti da Barcellona subito dopo l&#8217;università (Alex, Baris ed io). Arrivati a Berlino abbiamo girato come trottole per completare il team, abbiamo speso diversi mesi per conoscere e convincere Emiliano e Roland ad unirsi a noi in questa pazza avventura (il convincere Emiliano in realtà è stato il tempo di un caffè). Ultimamente si è unito a noi anche August. <b>In questo anno abbiamo lavorato come matti, gomito a gomito. Ora abbiamo un buon mix di esperienza, creatività, business, sviluppo. </b>E non ci mancano neanche un po’ di sana ingenuità e, soprattutto, tanta voglia di arrivare in fondo, <i>no matter what</i>.</p>
<p style="text-align: right;">Berlino, 9 febbraio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>LORENZO MONFREGOLA</em></p>
<p><iframe width="584" height="329" src="http://www.youtube.com/embed/4L2lHYpDCHM?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Cristina Interliggi: Care neomamme disoccupate, uniamoci su networkmamas.it e inventiamoci un telelavoro!</title>
		<link>http://www.chefuturo.it/2013/02/cristina-interligi-care-mamme-disoccupate-unicamoci-su-networkmamas-it/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 06:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il progetto]]></category>
		<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Maternità]]></category>
		<category><![CDATA[Networkmamas]]></category>
		<category><![CDATA[Next - Repubblica delle Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media Week]]></category>
		<category><![CDATA[Telelavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto inizia ad Agosto 2007: Alèèèèè! Sono incinta! Evviva! (e altre espressioni di gioia più o meno smodata) Novembre 2011: Sono incinta. Oh-oh. Bene. Bene? Bé, sì… felice son felice ma… (e altre espressioni di panico più o meno intenso) Cos&#8217;è cambiato in questi anni? Perché ad una notizia che tendenzialmente dovrebbe farti saltar di gioia fa da contraltare una paura che ti blocca e ti si appende alle caviglie impedendoti di svolazzare ad un palmo da terra? Ma soprattutto, cos&#8217;è questa paura? Si chiama mancanza di lavoro. Il lavoro che c&#8217;è, che poi non c&#8217;è più, che non si trova, che è finito e che chissà se tornerà. E quando manca, sogni con il fiato un po&#8217; corto. Ogni anno circa 65.000 donne del settore impiegatizio, non riescono a rientrare a tutti gli effetti nel mondo del lavoro dopo la gravidanza. Io, complice il periodo economico decisamente infelice, sono una di queste. Dopo aver conseguito la laurea al DAMS, ho lavorato come developer nell&#8217;area web di una società che si occupa di IT. Finché sono finita in cassa integrazione e poi in mobilità… Curriculum curriculum curriculum… ma niente risposte. Inutile dire che col passare del tempo si diventa sempre &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/cristina-interligi-care-mamme-disoccupate-unicamoci-su-networkmamas-it/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Tutto inizia ad Agosto 2007: </em>Alèèèèè! Sono incinta! Evviva! (e altre espressioni di gioia più o meno smodata)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Novembre 2011: </em>Sono incinta. Oh-oh. Bene. Bene? Bé, sì… felice son felice ma… (e altre espressioni di panico più o meno intenso)</p>
<p style="text-align: justify;">Cos&#8217;è cambiato in questi anni? Perché ad una notizia che tendenzialmente dovrebbe farti saltar di gioia fa da contraltare una paura che ti blocca e ti si appende alle caviglie impedendoti di svolazzare ad un palmo da terra?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto, cos&#8217;è questa paura? Si chiama mancanza di lavoro. Il lavoro che c&#8217;è, che poi non c&#8217;è più, che non si trova, che è finito e che chissà se tornerà. E quando manca, sogni con il fiato un po&#8217; corto.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno circa 65.000 donne del settore impiegatizio, non riescono a rientrare a tutti gli effetti nel mondo del lavoro dopo la gravidanza. Io, complice il periodo economico decisamente infelice, sono una di queste.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver conseguito la laurea al DAMS, ho lavorato come developer nell&#8217;area web di una società che si occupa di IT. Finché sono finita in cassa integrazione e poi in mobilità…</p>
<p style="text-align: justify;">Curriculum curriculum curriculum… ma niente risposte. Inutile dire che <strong>col passare del tempo si diventa sempre meno schizzinosi e quello che prima ti faceva storcere il naso, ora ti pare quasi un&#8217;ipotesi degna di nota.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma passano i mesi, il numero di figlie sale da una a due e le maniche si devono tirare sempre più su. A tutti i siti di telelavoro visitati nel periodo è sempre mancato quel qualcosa che mi facesse sentire nel posto giusto. Da qui l&#8217;idea di colmare un vuoto creando una <a href="http://www.networkmamas.it/">piattaforma di telelavoro di riferimento per le neomamme italiane</a> (di bambini 0-6 anni, periodo che precede l&#8217;ingresso alle scuole dell&#8217;obbligo).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea parte dal mio compagno e da me, ma parlandone un po&#8217; in giro, alla ricerca di feedback, otteniamo l&#8217;adesione entusiasta di un developer e di un production manager.</p>
<p style="text-align: justify;">Fornirà alle neomamme in grado di lavorare via internet (siano esse traduttrici, webdesigner, consulenti marketing o impiegate contabili) tutti gli strumenti necessari per costruire ed accrescere la propria clientela: un sistema per la gestione del cliente e lo scambio dei file, dei contratti semplici e chiari e una modalità sicura per incassare il pagamento. Senza dimenticare il lato aggregativo: l<strong>a forza delle mamme è l&#8217;unione, lo scambio di informazioni, la condivisione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Durante la <a href="http://socialmediaweek.org/torino/">Social Media Week torinese</a>, alla fine dell&#8217;intervento &#8220;SocialMom, Mamme in rete: Come la rete migliora la vita delle mamme&#8221; presento Networkmamas. Un ottimo riscontro mi permette di iniziare a formare la community.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/cristina-interligi-care-mamme-disoccupate-unicamoci-su-networkmamas-it/mainpic/" rel="attachment wp-att-16196"><img class="aligncenter size-full wp-image-16196" alt="mainpic" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/mainpic.png" width="463" height="392" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Noi vorremmo, ispirati dal concetto di <em>lean startup</em>, mettere online un prototipo il più presto possibile e farlo testare, validare e commentare da una community di mamme che conosce bene i problemi lavorativi (e non) di ogni giorno e sa cosa servirebbe per risolverli. Abbiamo pronte diverse proposte di interfaccia, di funzionalità, di interazione con i clienti. Vogliamo capire insieme alle mamme quale di queste proposte risponde meglio alle loro aspettative.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi mesi trascorsi a leggere e smistare mail in cui molte mamme ci hanno raccontato quanto sia difficile conciliare casa e famiglia ma anche brutte storie lavorative di mobbing e discriminazione ci hanno dato conferma che i potenziali clienti potrebbero essere piccole o medie imprese, titolari di partite iva, artigiani, free-lance…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nostra idea è quella di permettere ad ogni iscritta di avere il proprio profilo con avatar e curriculum visibili e il tasso di gradimento con feedback dei clienti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa può fare una mamma in mezza giornata? Lo decide lei e si propone con il proprio bagaglio di conoscenza e professionalità. Quante &#8220;mezze giornate&#8221; può dedicare seriamente ad un lavoro, riuscendo comunque a gestire figli, famiglia ecc.? Lo decide lei. Libertà e autonomia che faranno bene alle donne e di conseguenza alla famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea di andare a <a href="http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/anteprima-torino2013/">Next- La Repubblica delle Idee</a> che ha fatto tappa a Torino, la nostra città, ce l&#8217;avevo, ma come pubblico. Non avrei mai sperato di salire sul palco, presentare il nostro progetto e vincere il contest durante la pitch session!</p>
<p style="text-align: justify;">Si è trattato di &#8220;una serie di fortunati eventi&#8221;: è partito tutto con un retweet fattomi da una amica, grazie al quale ho scoperto che si cercavano &#8220;storie di donne piemontesi per completare il fantastico programma di Next Repubblica delle Idee&#8221;, passando per l&#8217;impossibilità di lasciare Flora con qualcuno, l&#8217;impegno del papà alla <a href="http://milan.startupweekend.org/">Milano Startup Weekend</a>, la disponibilità dei nonni a tenere Viola e per finire la volontà di Riccardo Luna, c di inserirci in extremis nella scaletta della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Salire sul palco con Flora non è stata una scelta strategica, ma si è dimostrata fortunata.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.chefuturo.it/2013/02/cristina-interligi-care-mamme-disoccupate-unicamoci-su-networkmamas-it/networkmamas/" rel="attachment wp-att-16193"><img class="aligncenter size-full wp-image-16193" alt="networkmamas" src="http://www.chefuturo.it/wp-content/uploads/2013/02/networkmamas.jpg" width="230" height="297" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ora per poter proseguire in questa nuova avventura chiediamo due cose:</p>
<p style="text-align: justify;">1) “Mamme! Iscrivetevi numerose alla nostra community!”</p>
<p style="text-align: justify;">2) “Mentors! Finanziatori! Contattateci&#8230; abbiamo bisogno di voi!”</p>
<p style="text-align: right;">Torino, 6 febbraio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>CRISTINA INTERLIGGI</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Carlo Frinolli: Siete pronti per il nuovo sistema operativo mobile di Mozilla?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 16:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Android]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo non è finito il 21 dicembre scorso, e sta anche per uscire un altro sistema operativo per telefonini . Siamo spacciati? Se si trattasse solo di un altro sistema operativo per telefonini per lo meno saremmo annoiati. Ma non è solo questo: è soprattutto un cambio di paradigma nel campo della telefonia mobile. Firefox OS non è il primo degli ecosistemi mobili che si focalizza sul web, ma è il primo che si focalizza sugli utenti. Ed è stato possibile solo grazie all&#8217;unica società che dal 2004 ha questo approccio: Mozilla. Cos&#8217;è successo al web dal 2004 ad oggi, verrà da chiedersi? Solo 8 anni e mezzo fa la nostra esperienza con questo mezzo era legata a doppio filo a una grande &#8220;E&#8221; azzurra, simbolo e sinonimo della navigazione su Internet: Internet Explorer 6 di Microsoft. Ripensiamo ai suoi numeri: oltre il 90% dei computer non aveva alternative alla soluzione predefinita. La diretta conseguenza di questo è che quel che diceva Microsoft era standard de facto, e gli standard che esistevano ed erano codificati dal W3C erano lettera di testimonianza, quando andava bene. Mozilla, nata nel 1998 rilasciando il codice sorgente di Netscape con licenza open source, lanciò &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/01/carlo-frinolli-siete-pronti-per-il-nuovo-sistema-operativo-mobile-di-mozilla/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il mondo non è finito il 21 dicembre scorso, e sta anche per uscire un altro sistema operativo per telefonini . Siamo spacciati?</p>
<p style="text-align: justify;">Se si trattasse solo di un altro sistema operativo per telefonini per lo meno saremmo annoiati. Ma non è solo questo: è soprattutto un cambio di paradigma nel campo della telefonia mobile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Firefox OS non è il primo degli ecosistemi mobili che si focalizza sul web, ma è il primo che si focalizza sugli utenti. Ed è stato possibile solo grazie all&#8217;unica società che dal 2004 ha questo approccio: Mozilla.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cos&#8217;è successo al web dal 2004 ad oggi, verrà da chiedersi?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo 8 anni e mezzo fa la nostra esperienza con questo mezzo era legata a doppio filo a una grande &#8220;E&#8221; azzurra, simbolo e sinonimo della navigazione su Internet: Internet Explorer 6 di Microsoft.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripensiamo ai suoi numeri: oltre il 90% dei computer non aveva alternative alla soluzione predefinita. La diretta conseguenza di questo è che quel che diceva Microsoft era standard de facto, e gli standard che esistevano ed erano codificati dal W3C erano lettera di testimonianza, quando andava bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mozilla.org/en-US/">Mozilla</a>, nata nel 1998 rilasciando il codice sorgente di Netscape con licenza open source, lanciò il 9 novembre del 2004 un software che ha radicalmente cambiato la nostra percezione del web: <a href="http://www.mozilla.org/en-US/firefox/releases/1.0.html">Firefox 1.0</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;approccio scelto da Mozilla con il proprio prodotto di punta è stato determinante per lo sviluppo del web per come lo conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo liberato di fatto gli utenti da un monopolio e contemporaneamente restituendo agli utenti lo scettro del web con il suo <a href="http://www.mozilla.org/about/manifesto.it.html">&#8220;we answer to no one but you&#8221;</a>, ha puntato su standard e interoperabilità, permettendo agli utenti stessi, e anche agli sviluppatori, di accedere a strumenti, standard, nozioni e conoscenze condivise per rendere il web un posto in cui non solo ci si informa ma si producono esperienze informative, di svago, di innovazione, di sperimentazione e di produttività che sono diventate parte integrante della nostra vita, puntando anche su sicurezza, privacy, traduzione in 89 diverse lingue, libertà di scelta e qualità del prodotto in termini più generali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per rendersi conto di quanto il web sia diventato parte della vostra vita vi basta pensare a come consultate la vostra posta elettronica, gestite le fotografie, condividete file e notizie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai molto, quasi tutto si è spostato sul web, facendo perdere importanza ai più importanti software desktop in favore di applicazioni web.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;avvento degli smartphone nel 2007 con l&#8217;uscita del primo iPhone ha poi segnato un passaggio epocale nell&#8217;immaginario delle persone, seguito da un dominio numerico di mercato di dispositivi con Android stabilitosi negli anni.</strong></p>
<blockquote><p>Il web è diventato mobile e ci segue quasi dappertutto.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dal 2008 in poi il concetto di &#8220;app&#8221; è diventato parte del vocabolario corrente delle persone attraverso la diffusione capillare di smartphone e poi di tablet.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo concetto è in genere strettamente legato, a un &#8220;programma&#8221; o software che mira a una particolare esigenza o, parallelamente a intrattenere gli utenti a mo&#8217; di gioco e passatempo tra i più disparati.</p>
<p style="text-align: justify;">La richiesta si è fatta così serrata che ne è nato un mercato florido per tutti gli attori; le politiche di prezzo inizialmente lanciate dall&#8217;<a href="https://www.apple.com/it/iphone/from-the-app-store/">App Store di Apple</a> e poi riprese dal <a href="https://play.google.com/store?hl=it">Google Market</a> (ora PlayStore) hanno reso le app mobili molto economiche per chi le acquista (meno di 1€ per la maggior parte di esse) e molto profittevoli per chi le sviluppa in alcuni casi eclatanti. Si pensi a <a href="http://www.whatsapp.com/">Whatsapp</a>, a <a href="http://www.angrybirds.com/">Angry Birds</a> o <a href="http://instagram.com/">Instagram</a>; agli sviluppatori dei principali linguaggi per le app quali <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Objective-C">Objective-C</a>,( <a href="http://www.apple.com/it/ios/">Apple iOS</a>) e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Java">Java</a> (<a href="http://developer.android.com/sdk/index.html">Android SDK</a>), che pure numericamente  non sono che centinaia di migliaia nel mondo, sono quindi diventati molto richiesti.</p>
<p style="text-align: justify;">La diffusione di questi due principali sistemi operativi mobili ha anche ingenerato un altro tipo di richiesta: app in doppia versione Android e iOS. Il ché significava avere per le mani qualcuno che maneggiasse i due linguaggi nativi: Java e Objective-C. App che, a meno di illuminate e volontarie scelte degli sviluppatori, non danno la possibilità di consultare il proprio codice sorgente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non entreremo nei dettagli tecnici, ma<strong> usando contemporaneamente smartphone e computer stiamo assistendo a una osmosi dell&#8217;esperienza utente tra &#8220;app&#8221; e &#8220;siti web&#8221;.</strong> Vediamo spesso che app e prodotti web tendono a somigliarsi sempre di più, senza sapere davvero cosa ci sia sotto in termini tecnologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che sia necessario saperlo per tutti gli utenti, ma se ci fermiamo a pensare un secondo a quel che poc&#8217;anzi descrivevo, sappiamo almeno che esistono 2 linguaggi predominanti per le app. E potremmo sospettare che nessuno dei due sia &#8220;buono&#8221; per i siti web.<br />
Sappiamo invece da &#8220;nostro cugino&#8221;, esattamente quello che fa i siti a 50€ ciascuno &#8211; il vero incubo di ogni web designer &#8211; che i prodotti web si realizzano con altri tre ingredienti di base: l&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/HTML">HTML</a>, il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/CSS">CSS</a> e il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Javascript">Javascript</a> (no, non c&#8217;entra con Java).<br />
Che, by design, hanno un codice consultabile e aperto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un passaggio logico piuttosto semplice è chiedersi: ma se le esperienze utente si stanno uniformando, perché continuare a dover produrre 3 versioni diverse per 3 piattaforme &#8220;diverse&#8221;? Ovvero Android, iOS in termini di app e web?</p>
<p>È proprio questo il selling point di Firefox OS<strong>: Write once, deploy everywhere.</strong><br />
Utilizzare solo gli standard di sviluppo del web per poter avere la stessa identica app, con la stessa esperienza d&#8217;uso e in futuro perché no, gli stessi dati, su piattaforme differenti.<br />
Il tutto con l&#8217;approccio aperto, collaborativo e supportato dalla community che caratterizza da sempre Mozilla. E non è una dichiarazione d&#8217;intenti: è una prassi.<br />
Tanto che tutto il codice sorgente del sistema operativo è reperibile su <a href="https://github.com/mozilla">github</a> .</p>
<p style="text-align: justify;">E anche le app se sono scritte totalmente con tecnologie web, sono a codice aperto.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa cambia? Da un punto di vista del numero di sviluppatori, un mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il numero di chi può sviluppare una web app è dell&#8217;ordine dei milioni. Di tecnologie chiuse non se ne devono imparare, al netto di un po&#8217; di documentazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è una piattaforma chiusa a telefoni Firefox, o applicazioni su Firefox per il computer, ma potranno girare su Android su Firefox (la versione di sviluppo di Firefox ha già il <a href="https://marketplace.firefox.com/">Marketplace</a>  delle app) , o su altri browser semplicemente perché sono siti web.<br />
Siti web particolari a cui si aggiunge una &#8220;descrizione&#8221; detta manifesto che le può trasformare, sulla piattaforma che le riconosce, in una vera e propria app.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è giovane, l&#8217;approccio è completamente aperto. La data di uscita al momento non c&#8217;è. Le presentazioni si stanno susseguendo in tutto il mondo. Se volete scoprirlo in Italia,  Mozilla e<a href="http://www.nois3lab.it"> nois3lab </a> vi invitano il 26 gennaio prossimo al<a href="http://www.lanificio159.com"> Lanificio 159 </a>a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">Roma, 24 Gennaio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>CARLO FRINOLLI</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Mozilla Representative per l&#8217;Italia</em></p>
<div>
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		</item>
		<item>
		<title>Gabriele Costamagna: &#8220;SportsSquare è un gioco che vi fa diventare presidenti di una squadra di calcio. Meglio della luna, no?&#8221;</title>
		<link>http://www.chefuturo.it/2013/01/gabriele-costamagna-intelligenza-artificiale-red-bull-e-social-gaming-la-storia-di-sportsquare-games/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 13:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[mind the bridge]]></category>
		<category><![CDATA[SportSquare]]></category>
		<category><![CDATA[Startup Weekend]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Estate 2010. Alex ed io terminiamo il corso di &#8220;Intelligenza Artificiale e apprendimento automatico&#8221; all&#8217;Università degli Studi di Torino. Di fronte a noi due possibilità: passare subito l&#8217;esame programmando tutta l&#8217;estate &#8220;Lunar&#8221;, un rover lunare in grado di recuperare e analizzare pietre aliene, oppure godere di un meritato riposo andando in vacanza. Scegliamo la prima. Ricordo ancora quei giorni di agosto: 40 gradi nella nostra stanzetta a Torino, torso nudo e piedi a mollo in bacinelle piene d&#8217;acqua. Passano 34 giorni, Lunar è completato. Fissiamo la data per l&#8217;esame: 3 settembre. I professori, abituati ad altre tempistiche, sono stupiti: come avete fatto? &#8220;Abbiamo i nostri segreti e qualche Red Bull in casa&#8221; rispondiamo noi sorridendo. 30 e lode. Marzo 2011. &#8220;Alex, diciamoci la verità, il nostro Lunar non se lo filerà mai nessuno, se provassimo ad applicare quell&#8217;algoritmo a qualcosa di più colorato e meno inutile?&#8221;. Perché no. Nasce così  SportSquare Games. L&#8217;idea è abbastanza semplice, realizzare giochi sportivi manageriali per i maggiori sport mondiali, passando dal calcio, alla pallacanestro, alla pallavolo e magari anche al Cricket. L’utente dovrà gestire la società sportiva in tutte le sue sfumature: costruzione di una cittadella con stadio e campi di allenamento, pianificazione degli &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/01/gabriele-costamagna-intelligenza-artificiale-red-bull-e-social-gaming-la-storia-di-sportsquare-games/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong> Estate 2010</strong></em>. Alex ed io terminiamo il corso di &#8220;Intelligenza Artificiale e apprendimento automatico&#8221; all&#8217;<a href="http://www.unito.it/">Università degli Studi di Torino</a>. Di fronte a noi due possibilità: passare subito l&#8217;esame programmando tutta l&#8217;estate &#8220;Lunar&#8221;, un rover lunare in grado di recuperare e analizzare pietre aliene, oppure godere di un meritato riposo andando in vacanza. Scegliamo la prima. Ricordo ancora quei giorni di agosto: 40 gradi nella nostra stanzetta a Torino, torso nudo e piedi a mollo in bacinelle piene d&#8217;acqua. Passano 34 giorni, Lunar è completato. Fissiamo la data per l&#8217;esame: 3 settembre. I professori, abituati ad altre tempistiche, sono stupiti: come avete fatto? &#8220;Abbiamo i nostri segreti e qualche Red Bull in casa&#8221; rispondiamo noi sorridendo. 30 e lode.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marzo 2011</em>.</strong> &#8220;Alex, diciamoci la verità, il nostro Lunar non se lo filerà mai nessuno, se provassimo ad applicare quell&#8217;algoritmo a qualcosa di più colorato e meno inutile?&#8221;. Perché no.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasce così  <a href="http://www.sportsquaregames.com/">SportSquare Games</a>. L&#8217;idea è abbastanza semplice, realizzare giochi sportivi manageriali per i maggiori sport mondiali, passando dal calcio, alla pallacanestro, alla pallavolo e magari anche al Cricket. L’utente dovrà gestire la società sportiva in tutte le sue sfumature: costruzione di una cittadella con stadio e campi di allenamento, pianificazione degli allenamenti settimanali per i giocatori,  amministrazione dell’economia. Creata la squadra, dovrà competere contro altri utenti in campionati e coppe. Le partite saranno simulate grazie al know-how maturato con &#8220;Lunar&#8221;. Ci diamo anche una mission:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Bringing the experience of sport management games to social networks and mobile.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ci proiettiamo allo Startup Weekend di Torino, proponiamo l&#8217;idea e alla fine arriviamo sul podio. Non male pensiamo, proviamoci!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luglio 2011</em></strong>. Arrivano le prime persone che sono disposte a darci una mano, economicamente ed operativamente. Siamo i primi ad entrare all&#8217;interno del Treatabit, incubatore digitale nato da una costola dell&#8217;I3P. In questo periodo ritroviamo un compagno di Università, Andrea Aloi, e tra un caffè e l&#8217;altro gli parliamo del progetto. Gli piace. Sale a bordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo appuntamento importante però è a settembre, siamo selezionati al primo giro per partecipare alle selezioni del <a href="http://mindthebridge.org/">Mind The Bridge</a>. Avevamo un prototipo online e le idee molto confuse. Sono impreparato, mi blocco sul palco, mi dimentico delle parti del pitch. Non mi vergogno a dire che è stato un &#8220;Epic Fail&#8221;. Imparo personalmente molto da quell&#8217;esperienza, ho fallito l&#8217;appuntamento con il grande pubblico. Bisogna cambiare registro. Grazie, Mind The Bridge.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il 3 ottobre 2011, una volta riordinate le idee, iniziamo da zero sviluppando SoccerSquare, il nostro primo gioco. Il resto è storia recente, il 2012 è stato un anno di sviluppo, in tutti i sensi. Si sono uniti alla ciurma i ragazzi dei &#8220;The Doers&#8221;, abbiamo chiuso un primo finanziamento e trovato alcuni partner che annunceremo nei prossimi giorni. Il 2013 sarà l&#8217;anno dell&#8217;<em>in-game advertising</em>. Abbiamo anche raggiunto i 50 mila iscritti al gioco, ma la cosa più importante è che siamo maturati. Abbiamo capito che <strong>una startup è in primis un&#8217;azienda: rapporti da mantenere, costi e flussi di cassa da gestire.</strong> Abbiamo capito che <strong>fare impresa è bello, bellissimo, ma richiede sforzi e sacrifici da parte di tutti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito quanto sia importante lavorare in un team di persone capaci e di cui ti fidi perché se mi guardo le spalle e vedo Alex, Andy, Irene, Pier, Gabriele, Manuela, Fabio, Stefano, Danilo, Matteo, Rocco, Davide e molti altri mi sento sicuro di una cosa: ce la faremo.</p>
<p style="text-align: right;">Torino, 22 gennaio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>GABRIELE COSTAMAGNA </em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Silvia Salmeri: siamo un gruppo di genitori che da 30 anni si batte per dare un futuro ai figli disabili.A partire da una casa.</title>
		<link>http://www.chefuturo.it/2013/01/silvia-salmeri-siamo-un-gruppo-di-genitori-che-da-30-anni-si-batte-per-dare-un-futuro-ai-figli-disabili-a-partire-da-una-casa/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Jan 2013 08:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Innovation]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[emiliani brava gente]]></category>
		<category><![CDATA[regione emilia romagna]]></category>
		<category><![CDATA[volhand]]></category>

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		<description><![CDATA[Di questi tempi si parla molto di innovazione sociale ma, nello specifico, poco si dice dei passi avanti che si stanno facendo in tema di disabilità. Ecco perché  vorrei approfittare del vostro spazio, per raccontarvi la storia di un gruppo di genitori  che con tenacia, coraggio e forse anche un po’ di pazzia, sta portando avanti un progetto che definire “innovativo” è riduttivo. Loro hanno decisamente rotto gli schemi e ribaltato l’approccio che si aveva nei confronti del disabile, passando dall’ assistenzialismo alla promozione della persona. Si tratta, inoltre, di una storia tutta emiliana: i famosi “emiliani brava gente”, di cui si è parlato tanto dopo il terremoto, quelli che non si abbattono di fronte al problema aspettando che la soluzione gli cada dall’ alto, bensì se la creano loro, senza chiedere il permesso, appunto. Ma iniziamo con il raccontare la storia. Siamo nel 1983 a Crespellano, un piccolo comune del bolognese, quando si costituisce un gruppo di genitori che ha l’obiettivo di promuovere l’integrazione scolastica dei loro figli disabili. Da questo incontro nasce  un’Associazione che chiameranno “Volhand”, unione delle parole “volontari” ed “handicap”. Inizia un percorso di vita che, partendo dall’integrazione scolastica  nel 1980, prosegue con l&#8217; integrazione sociale nel &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/01/silvia-salmeri-siamo-un-gruppo-di-genitori-che-da-30-anni-si-batte-per-dare-un-futuro-ai-figli-disabili-a-partire-da-una-casa/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di questi tempi si parla molto di innovazione sociale ma, nello specifico, poco si dice dei passi avanti che si stanno facendo in tema di disabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché  vorrei approfittare del vostro spazio, per raccontarvi la storia di un<strong> gruppo di genitori  che con tenacia, coraggio e forse anche un po’ di pazzia, sta portando avanti un progetto che definire “innovativo” è riduttivo.</strong> Loro hanno decisamente rotto gli schemi e ribaltato l’approccio che si aveva nei confronti del disabile, passando dall’ assistenzialismo alla promozione della persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta, inoltre, di una storia tutta emiliana: i famosi “emiliani brava gente”, di cui si è parlato tanto dopo il terremoto, quelli che non si abbattono di fronte al problema aspettando che la soluzione gli cada dall’ alto, bensì se la creano loro, senza chiedere il permesso, appunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma iniziamo con il raccontare la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nel 1983 a Crespellano, un piccolo comune del bolognese, quando si costituisce un gruppo di genitori che ha l’obiettivo di promuovere l’integrazione scolastica dei loro figli disabili. Da questo incontro nasce  un’Associazione che chiameranno “<a href="http://www.volhand.it/chi_siamo.aspx">Volhand</a>”, unione delle parole “volontari” ed “handicap”.</p>
<p style="text-align: justify;">Inizia un percorso di vita che, partendo dall’<strong>integrazione scolastica</strong>  nel 1980, prosegue con l&#8217; <strong>integrazione sociale</strong> nel 1993 tramite la promozione e realizzazione del Centro di Documentazione per l’Integrazione e continua con l’<strong>integrazione lavorativa</strong> nel 2004, con la costituzione della cooperativa sociale “La valle del Lavoro”, che occupa 18 lavoratori di cui 8 disabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui si comincia a pensare che si possa anche arrivare a realizzare delle soluzioni abitative per una vita indipendente. Siamo nel 2008 e nasce il progetto: <strong>“UNA CASA TRA LE NUVOLE PER SOGNARE ,  CON I PIEDI IN TERRA PER VIVERE”</strong>.</p>
<p>Detta così sembra facile, ma è stato un lungo percorsi ad ostacoli dove piano piano ha preso forma quella che sembrava un’utopia. Ossia: costruire una casa dove queste persone possano andare a vivere con lo scopo di promuovere la loro autonomia abitativa, non solo in una concezione del “dopo di noi” ( legato alla scomparsa dei genitori) bensì come naturale percorso di vita di ogni essere umano.<br />
Il progetto è davvero interessante e innovativo su scala nazionale  (azzardo, forse addirittura mondiale) e decidono di crederci sia il Comune di Crespellano che la Regione Emilia Romagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Comune  concede in comodato d’uso gratuito per 30 anni, una casa colonica in pieno centro del paese all’Associazione Volhand.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una casa rurale di 200mq su due piani, che è stata completamente abbattuta ed in corso di ricostruzione , rispettando le linee estetiche iniziali.<br />
La Regione, invece, gli assegna un finanziamento di € 326.000,00 per la completa ristrutturazione della casa e la realizzazione del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in cosa consiste esattamente il progetto? Innanzitutto, sebbene sia stato pensato, sviluppato e portato avanti dall’Associazione non è privato , bensì, pubblico e quindi  rivolto alle persone disabili di 9 comuni bolognesi del distretto di Casalecchio di Reno.<br />
Il  progetto ha contenuti e forme che pongono costantemente e continuamente al centro l’idea che la persona disabile non è un paziente, non è un utente ma è un soggetto attivo e protagonista nella costruzione del suo personale progetto di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ perciò necessario:<br />
•    ACCETTARE e COMPRENDERE le differenti condizioni fisiche e psichiche di ogni persona.<br />
•    RIMUOVERE  gli ostacoli che impediscono o si frappongono ad una personale crescita civile e sociale<br />
•    CREARE, COSTRUIRE  LE CONDIZIONI  opportune e necessarie affinché le persone disabili possano realizzare il loro progetto di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La casa che si sta realizzando avrà al proprio interno soluzioni modulari che potranno consentire l’accoglienza di persone con gravi deficit e limitate autonomie, ma anche persone in grado di avere una vita con buoni margini di autonomia nell’ ambito di un ambiente “protetto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo la struttura avrà sia degli spazi residenziali “autonomi” (mini-appartamenti), che garantiscano anche l&#8217;esigenza di privacy, naturale in persone con buone autonomie, sia spazi di convivenza previsti per un piccolo nucleo di persone con un grado elevato di bisogni rispetto la cura e l’assistenza. Vi sarà anche uno spazio adeguato alle esigenze di tipo relazionale, sociale e culturale che contraddistinguono l’esperienza di vita di tutti gli individui, anche se le risposte che verranno offerte dovranno necessariamente tener conto delle caratteristiche, e quindi anche dei deficit, di cui sono portatori i diversi soggetti.<br />
Mi sembra ovvio che questa casa non è che il naturale risultato del lavoro portato avanti dal Volhand in tutti questi anni.<br />
Concludo con una domanda che ci è stata posta più volte e che probabilmente vi starete facendo anche voi: <strong>è questa la direzione giusta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che l’unica risposta valida la possiamo trovare nelle parole di Mauro, disabile di 38 anni affetto da schizofrenia e che i genitori hanno già lasciato da qualche anno intraprendere un percorso di vita autonoma; a lui ho chiesto di mandarmi alcune righe in merito alla sua esperienza:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sasso Marconi, 12 Settembre 2012</em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcune considerazioni sull’ esperienza di vita senza i genitori.</p>
<p>Da ormai tre anni sto provando a stare a casa da solo senza i genitori. <em>Quest’anno sono già tre mesi che sono a casa da solo. Riesco ad arrangiarmi nel prepararmi la colazione e la cena, ma per adesso il mangiare lo compro già fatto e lo scaldo nel forno a microonde.</em><br />
<em>A me piace perché così non chiedo a nessuno come si fa a fare una cosa o dove si trovano le cose, mi faccio una domanda e mi do la risposta.</em> <em>Debbo dire però che ogni tanto sento la nostalgia dei miei genitori.</em><br />
<em>Mauro Betti </em></p>
<p style="text-align: right;"><em></em>Bologna, 20 Gennaio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>SILVIA SALMERI</em></p>
<p style="text-align: justify;">Post scriptum: abbiamo raggiunto il tetto della casa tra le nuvole e a giorni sarà installato un impianto fotovoltaico per risparmiare consumi energetici e preservare un ambiente pulito per le generazioni future. Ma manca ancora tanto impegno e sostegno per completare l’opera. Per chiunque volesse dare il proprio contributo o semplicemente chiedere maggiori informazioni rimandiamo al sito dell’<a href="http://www.volhand.it/chi_siamo.aspx">Associazione.</a></p>
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		<title>Marco Lampugnani e Gaspare Caliri: &#8220;Okobici: La patafisica storia del primo bikesharing fra privati&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jan 2013 13:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Storie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[bikesharing]]></category>
		<category><![CDATA[okobici]]></category>
		<category><![CDATA[Working Capital]]></category>

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		<description><![CDATA[All’inizio dell’inverno 2008  successe una cosa alquanto &#8220;patafisica&#8221;, che già diceva molto di questa storia. &#8220;Non ci chiameranno mai&#8221;. Siamo arrivati secondi, a giugno, con un progetto complesso, di riqualificazione urbana, rigenerazione economica e di marketing del quartiere, sostenibile obviously, ma complessità. Ah,  poi c’era pure quel discorso delle sedie mobili. Accadde che &#8220;i cinque&#8221; si sentirono via skype, dopo comunicazione e-mail dell’ente banditore che chiedeva, ufficialmente: di tutto quanto, fate le sedie mobili. Queste 5 persone erano disperse tra Europa e Stati Uniti: Barcellona, Londra, Milano, Bologna, Washington. Due al momento della skype call erano a Madison.Un altro era a Barcellona, in studio, la mattina presto; la quarta e la quinta persona erano nelle rispettive abitazioni a Bologna e Milano (o forse Londra?). La loro collaborazione era nata  un anno prima ed insieme avevano ideato un paio di progetti. I cinque protagonisti di questa storia provengono da da storie e percorsi formativi molto differenti: architettura, semiotica, management, giornalismo, comunicazione. Tutti, però, dubitano. Dubitano che le cosiddette professioni alle quali sono instradati (chi più, chi meno chiaramente) nel loro percorso possano garantire loro alcunché ma soprattutto possano rispondere ad un interesse che li accomuna: ma come si fa, come funziona, &#8230; <a href="http://www.chefuturo.it/2013/01/marco-lampugnani-come-e-nato-okobici-il-servizio-di-bikesharing-2-0/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’inizio dell’inverno 2008</strong>  <strong>successe una cosa alquanto &#8220;patafisica&#8221;, che già diceva molto di questa storia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non ci chiameranno mai&#8221;. Siamo <strong>arrivati secondi</strong>, a giugno, <strong>con un progetto complesso, di riqualificazione urbana, rigenerazione economica e di marketing del quartiere</strong>, sostenibile obviously, ma complessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah,  poi c’era pure quel discorso delle sedie mobili. Accadde che &#8220;i cinque&#8221; si sentirono via skype, dopo comunicazione e-mail dell’ente banditore che chiedeva, ufficialmente: <strong>di tutto quanto, fate le sedie mobili.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Queste 5 persone erano disperse tra Europa e Stati Uniti: Barcellona, Londra, Milano, Bologna, Washington</strong>. Due al momento della skype call erano a Madison.Un altro era a Barcellona, in studio, la mattina presto; la quarta e la quinta persona erano nelle rispettive abitazioni a Bologna e Milano (o forse Londra?).</p>
<p style="text-align: justify;">La loro collaborazione era nata  un anno prima ed insieme avevano ideato un paio di progetti.</p>
<p style="text-align: justify;">I cinque protagonisti di questa storia provengono da da storie e percorsi formativi molto differenti: architettura, semiotica, management, giornalismo, comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti, però, dubitano. Dubitano che le cosiddette professioni alle quali sono instradati (chi più, chi meno chiaramente) nel loro percorso possano garantire loro alcunché ma soprattutto possano rispondere ad un interesse che li accomuna: <strong>ma come si fa, come funziona, come si aggiusta, come si capisce, una città? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, non è che avessero molto più di questo in mano. Al massimo un paio di intuizioni. La prima che <strong>stare fermi nella posizione di partenza sarebbe stato un po&#8217; stupido, quantomeno noioso</strong>. La seconda che invece da <strong>quell&#8217;essere così bislaccamente assortiti, forse un pezzo della risposta poteva venire fuori: </strong>dall&#8217;incontro di differenti discipline e competenze (le professioni lasciamole nel passato) potesse nascereun territorio neutro, terzo, fertilissimo per l&#8217;emergere dell&#8217;imprevisto, dell&#8217;innovazione (sic), dell&#8217;ibrido. E che <strong>l&#8217;ibrido, va da sé, fosse decisamente piú interessante di tutto il resto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu chiaro a tutti che si parlasse di luoghi.</strong> Un luogo in particolare. <strong>Verso la metà del 2009</strong>, in viaggio verso il festival della creatività di Firenze, <strong>si accorsero che la creatura nascente</strong> di condensazione della pratica progettuale, fino a quel momento solo parzialmente esplorata, <strong>percorreva un terreno che assomigliava molto alla <em>trading zone</em> che Peter Galison</strong>, all’incirca tredici anni prima dell’edizione numero 4 del festival della creatività di Firenze, proponeva come <strong>paradigma del superamento della interdisciplinarità standard </strong>noiosamente protocollata dai suoi colleghi.</p>
<p style="text-align: justify;">È quel luogo, la <em>trading zone</em>, che di certo <strong>non è solo lo spazio pubblico</strong>, che detto così sembra definito dall’essere semplicemente la negazione del privato, <strong>il posto dove si annida quella città di cui prima</strong>? E di certo non è uno spazio fisico, può essere uno spazio virtuale, o processuale. <strong>È la conseguenza di una complessità di interazioni tra persone, cose, ruoli e dispositivi, e non una premessa. E&#8217; una dimensione, la dimensione pubblica</strong>, “Just the place for a Snark! / As he landed his crew with care; / Supporting each man on the top of the tide / By a finger entwined in his hair”, dice Lewis Carroll in The Hunting of the Snark, circa cento trentatré anni prima che <strong>a quella creatura fu dato il nome di snark – space making</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il &#8220;mondo dei cinque diventati due&#8221; è</strong> come l’oceano dello snark, <strong>difficile da mappare</strong>. Si dedicano a design dei servizi, gestione di processi (percorsi partecipati, percorsi di inclusione dei soggetti che agiscono su una determinata dimensione pubblica ecc. ecc.), con la convinzione che <strong>ogni progetto possa essere occasione di delega (o accountability) verso chi poi rende quel progetto operativo, e pure di ricerca e sviluppo per un orizzonte imprenditoriale</strong>, e circa tre anni e tre mesi dopo essersi scoperti cacciati dallo snark, e circa trentasei mesi dopo che avevano fatto germinare l’idea, in risposta a un concorso per il nuovo bikesharing di Copenhagen, di un bikesharing – appunto, ma anche di uno stile di vita, siamo in Danimarca, ma anche in Italia può avvenire; un bikesharing, appunto, che potesse riciclare bici del servizio in dismissione, e perché no? aggiungere anche quelle dei privati, e che raccogliesse il contributo di altri soggetti, ciclofficine, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">I due narranti scoprono di aver <strong>ottenuto la fiducia della commissione di</strong> <a href="http://www.workingcapital.telecomitalia.it/"><strong>Telecom Working Capital</strong> </a>proprio per uno di quei progetti imprenditoriali, okobici. <strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è Okobici? </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Okobici è un bikesharing di nuova generazione, basato sulla condivisione di biciclette private, attraverso l&#8217;impiego di un dispositivo tecnologico applicato alle biciclette e di un’interfaccia per la gestione e l&#8217;interazione con il servizio</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Forse il primo bikesharing, se vogliamo essere fedeli al nome. <strong>Il dispositivo di okobici riassume tutta la infrastruttura tradizionale di un bikesharing: </strong>un lucchetto, un sistema di riconoscimento utente, un sistema per il dialogo del dispositivo con il server.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginate un ovetto, con un lucchetto arrotolato attorno. Questo ovetto si applica in maniera irreversibile alla bicicletta e la rende condivisibile. <strong>Non servono più rastrelliere, e le bici possono essere lasciate libere per la città </strong>(un po&#8217; come già succede a Berlino, dove si prenotano le biciclette via sms). Fate una ricerca via web o mobile oppure trovate semplicemente la bici per strada, vi avvicinate, vi autenticate, il lucchetto che la lega si sblocca e siete pronti a partire. Arrivati a destinazione, la lucchettate, e via.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea germina da una città alla scala dell’Europa intera, si distacca dalla pubblica amministrazione come attore gerarchicamente superiore; si tratta di una soluzione immaginaria, che però è un <strong>modo per fronteggiare il calo di risorse e il concomitante aumento di qualità richiesta nel design dei servizi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente, è in corso la progettazione di una campagna di crowdfounding per l&#8217;individuazione di 100 pionieri che costituiscano la prima community beta di okobici a Milano, e cento per Bologna.</p>
<p style="text-align: right;">Milano, 19 Gennaio 2013</p>
<p style="text-align: right;"><em>MARCO LAMPUGNANI e GASPARE CALIRI<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br style="text-align: justify;" /></strong></p>
</div>
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