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La violenza di genere e il limite fra virtuale e reale. Dialogo a tre su linguaggio, gioco e social

La responsabilità di proporre contenuti che inneggiano alla violenza. Anche in un gioco di società. Il punto con due scrittrici nel giorno di "Non una di meno"

Ho iniziato a scrivere in prima elementare e da allora non mi sono più fermata. A diciotto anni sono arrivata in finale al Campiello Giovani con un racconto mentre a venti, col mio primo libro (La Casa, Elliot Edizioni), fra i dodici finalisti del Premio Strega. Mi occupo inoltre di critica letteraria e ho scritto per Il Sole24Ore, Vogue, l’Unità, Pagina99, Nuovi Argomenti e Nazione Indiana. Nel 2012, per Bompiani, è uscito il mio secondo libro, MaliNati.

È su Facebook che ho sentito parlare per la prima volta di Squillo, discutibile gioco di società che sta avendo sempre più successo. E se quella dicitura mi ha lasciato interdetta, le successive informazioni che ho reperito mi hanno lasciato senza fiato, letteralmente. Come funziona? Possiamo leggerlo direttamente dalla sua presentazione: «Squillo è un nuovo gioco di carte dallo spirito estremo e divertente! Qui ogni giocatore ricopre un ruolo (quello di sfruttatore di prostitute) gestendo colpo su colpo le sue ragazze, divise tra escort e giovani promesse, ognuna con una propria particolarità, parcella e ricavato finale in caso di k.o., e… successiva vendita degli organi».

Sul mercato dal 2011 e perfino oggetto di un’interrogazione parlamentare, Squillo è arrivato al quinto capitolo. Non è tanto lo squallore delle etichette che mi disturba, dico davvero, quanto l’assoluto candore dei giocatori che lasciano via via commenti su vari siti, commenti che non sollevano un dubbio, un lamento, una critica sul potenziale distruttivo di un gioco simile. In fondo se si fa finta di sfruttare prostitute, che male c’è? Se alla fine si può tirar su una vendita di organi, perché no? Se ci si può spingere oltre il limite del limite, perché rifiutare? Tanto siamo nella virtualità, nella dimensione altra della vita, nel fantaquotidiano dove tutto è concesso e tutto può concedersi.

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Peccato solo che le barriere fra realtà e virtualità non siano così nette, e proporre contenuti simili nella maniera più gratuita e apparentemente innocua, e cioè attraverso un meccanismo ludico che di ludico però ha poco o nulla, non è proprio il gesto più saggio che si possa compiere. In Italia soprattutto, dove la violenza sulle donne è routine e immaginare un panorama diverso è quasi impossibile, è complicato quanto fragile, appeso a parole che sembrano aver perso il proprio peso: dignità, rispetto, forza, speranza, diritto. Se un gioco può tranquillamente farne a meno – gioco che, tra parentesi, può contare su un pubblico variegato e non solo di giovani e giovanissimi – come non si può pensare che gli effetti si faranno sentire anche al di fuori di esso?

Le scrittrici Simona Baldanzi e Caterina Venturini, sui loro profili Facebook, hanno discusso a lungo su quest’argomento, non a caso legandolo alla manifestazione Non una di meno, in programma oggi a Roma, contro la violenza di genere e il femminicidio. Ho posto loro qualche domanda.

Che sensazione hai provato quando sei venuta a conoscenza del gioco di società Squillo? Con che reazione hai dovuto fare i conti?

CATERINA «Non è la prima volta che vengo a contatto con giochi di ruolo virtuali violenti e scioccanti. Nel caso di Squillo, quello che mi ha più colpito è la perversione unita alla violenza, non più sparatorie ma qualcosa di estremamente più complesso: sfruttamento della prostituzione e vendita di organi. In questo caso, più che con la mia reazione, ho dovuto fare i conti con la reazione di alcuni miei amici e contatti Facebook (persone che io stimo, tengo a precisare), i quali mi hanno avvertito con una serie di “ma” che avrebbero dovuto circoscrivere il mio disgusto».

SIMONA «Ho visto l’immagine della confezione e credevo si trattasse di un gioco erotico, invece poi ho capito di che si trattava. All’inizio, incredulità, perché non pensavo potesse esistere un gioco di questo tipo. Come si può giocare e divertirsi vendendo donne e i loro organi? Ho visto che c’erano oltre settanta commenti, che aveva il massimo delle stelle sul giudizio, che insomma era normale non solo giocarci, ma anche commentare positivamente senza vergogna».

Il mondo della virtualità, in questo caso filtrato attraverso un gioco, un gioco molto pericoloso, quanto rischia di trasformarsi in mondo reale?

CATERINA «Quello che realmente mi spaventa non è tanto un immediato e diretto travaso dal virtuale al reale. Sappiamo bene (ed è anche la scusa di chi non ama prendere niente sul serio) che chi gioca a uccidere non necessariamente (aggiungo però questo avverbio) uccide. La violenza vera si gioca tutta, è il caso di dire, sul piano simbolico di un linguaggio che, se è sempre vero il motto foucaultiano de Les Mots et les Choses, autorizza alla perpetuazione di un sopruso che viene a quel punto avvertito come naturale».

SIMONA «Ah, su questo bisognerebbe interrogare degli esperti. Anche i social sono una piazza virtuale, ma poi offese, commenti, opinioni, pesano sui rapporti e le reazioni, pesano anche sulle scelte politiche, sul consenso. Anche il gioco è uno strumento: di divertimento, di conoscenza, di sfogo. Oltre al pensare al dopo, al fatto che possa spingerti a fare quello su cui stai giocando, io mi chiedo ancora prima, perché ti appaga. Cosa ti piace di tutto questo? Che sentimenti ti scatena?».

La manifestazione “Non una di meno” quanto sarà importante? Cosa ti aspetti?

CATERINA «“Non una di meno” sarà una delle più belle e partecipate manifestazioni degli ultimi anni. Moltissime donne (e anche uomini) si stanno organizzando da tutta Italia e secondo me sarà molto importarsi ricominciare a “contarsi”, capire quante siamo per portare avanti importanti battaglie che non solo sono lontano dall’essere esaurite, ma necessitano oggi più che mai di grande forza e lucidità, di grandi alleanze. Di politica».

SIMONA «Purtroppo l’aver posticipato di due mesi la data del referendum, ha offuscato questo importante momento di partecipazione. Io mi aspetto tante e tanti comunque, perché le violenze e le discriminazioni sono sempre di più e non solo su aspetti privati, ma anche pubblici, se pensiamo al lavoro, all’obiezione di coscienza, al welfare. Non vanno sminuiti questi momenti, va smontata l’idea che tutto sia inutile. Le manifestazioni sono corpi che si muovono, che si annusano, che si conoscono. Sono voci e relazioni. Sono corpi e storie che reclamano un altro posto oltre quello sulla scatola di un gioco, o su un manifesto contro la violenza sulle donne. Sono il privato che diventa pubblico, che muove passi e diventa collettivo e bene comune».

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