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L’improponibile leggerezza dell’ansia social da terremoto 2.0 (in salsa reality show)

I complotti del governo, il sarcasmo, la voglia di protagonismo sui consigli. Tutto pur di esserci, sui social. Cosa è capace di scatenare (sul web) un terremoto

Ho iniziato a scrivere in prima elementare e da allora non mi sono più fermata. A diciotto anni sono arrivata in finale al Campiello Giovani con un racconto mentre a venti, col mio primo libro (La Casa, Elliot Edizioni), fra i dodici finalisti del Premio Strega. Mi occupo inoltre di critica letteraria e ho scritto per Il Sole24Ore, Vogue, l’Unità, Pagina99, Nuovi Argomenti e Nazione Indiana. Nel 2012, per Bompiani, è uscito il mio secondo libro, MaliNati.

Se la reazione umana a un terremoto di medioalta entità è ovviamente prevedibile, non altrettanto si può dire di come quella reazione venga poi gestita nello spazio virtuale, su Internet intendo, e in modo particolare sui social. Imprevedibile è la quantità di leggerezze, dovute allo stato di shock o alla poca avvedutezza, in cui si può scivolare; imprevedibile è il livello dello sconforto e insieme del mordente; imprevedibile è la natura dell’uomo quasi quanto quella della terra. Su Facebook e su Twitter i post più uniformi sembrano essere quelli dei politici, che mirano a rassicurare chi legge sull’aiuto portato a questo o quel paese, sulle operazioni monitorate in tempo reale, sulla Protezione Civile diventata quasi un deus ex machina dal quale sembra dipendere la salvezza italiana.

L’eccezione però c’è stata. Poco dopo la scossa di magnitudo 6,5 che ha colpito nuovamente il centro Italia, la senatrice grillina Enza Blundo ha lanciato un post contro l’approssimazione del Tg1, colpevole di aver diffuso dati erronei nel corso dell’annuncio della notizia:

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Post cambiato poco dopo, a seguito dalle reazioni non proprio benevole suscitate nel web:

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Entrambe le dichiarazioni sono state accompagnate da cori di insulti, epiteti e affermazioni perfettamente in linea con la poca avvedutezza della senatrice. Come se i problemi non fossero già abbastanza e come se fosse impossibile non cavalcare il disagio. Come se le migliaia di sfollati e la perdita di pezzi d’arte centenari non dovvessero essere l’unica cosa su cui concentrarsi.

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Situazione simile per il post dello scrittore Massimiliano Parente, notoriamente avverso alla religione e autolegittimato, pare, ad esprimere la sua opinione in piena libertà, anche a rischio di scatenare una guerra sul proprio profilo FacebookC’è chi gli augura la morte e chi spera che un cornicione gli cada presto sulla testa. C’è chi gli chiede l’amicizia solo per insultarlo e chi si appella alla Mondadori di non pubblicare il suo nuovo libro.

QUEL PARCO GIOCHI DELLE MALE PAROLE

In occasioni del genere i social si trasformano in parco giochi delle male parole, lager degli alfabeti dove sputacchiare qualsiasi cosa purché arrivi senza filtri all’interessato e arrivi in fretta, mantenendo intatta la sua ferocia, la bestialità e la carica offensiva, la capacità che è tutta dei social di poter fare del male.

Non importa se una tragedia è da poco avvenuta o è appena stata sventata, non è assolutamente rilevante che il punto della questione, qui come in molti altri casi, è un altro.

Appare sempre più evidente che i social, in maniera superiore rispetto ad altri contesti di aggregazione, possiedano lo strano potere di deviare le frecce dal bersaglio primario, far scoccare comunque dei dardi anche là dove risultino inutili, se non addirittura più dannosi, proporre sempre e comunque la distruzione anzichè il suo contrario. Qualcuno fa una provocazione e sistematicamente si risponde con qualcosa di peggio, un pescatore lancia l’esca e abbocca l’ombra di uno squalo che vorrebbe sbranarlo. Ma ne abbiamo davvero bisogno?

Al terremoto vero e proprio di fine ottobre se ne è così aggiunto un altro, fatto di avventatezza e voglia di congiungere fastidio al dolore, insofferenza alla rabbia e cinismo all’impotenza

Subito dopo un trauma collettivo vissuto anche in maniera indiretta, come può essere un terremoto, si cerca d’incanalare l’ansia e il nervosismo ad esso collegato, si va a caccia di tecniche di rilassamento, si fa gara a scaricare la tensione accumulata. Perché le faglie non si aprono solo sotto la crosta terrestre. La mente umana si squarcia più dell’asfalto e da un momento all’altro può sbriciolarsi come la chiesa di Norcia. Al terremoto vero e proprio di fine ottobre se ne è così aggiunto un altro, fatto di avventatezza e voglia di congiungere fastidio al dolore, insofferenza alla rabbia e cinismo all’impotenza.

Il risultato?

Un Paese ancora più diviso, tagliato a fettine da persone che faticano a comunicare, paradossalmente, in un sistema di vita come quello attuale che letteralmente scoppia di strumenti di connessione.

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La cosa più divertente ovvero meglio tragicomica in tutto questo l’ho trovata nella pagina “Terremoto in Tempo Reale”, che sbaglia di continuo i dati degli aggiornamenti (sia gli orari che l’entità delle scosse) e che non manca di essere rimproverata dagli oltre 36.000 follower. Sono quasi surreali alcuni dei post dello scorso 26 ottobre. Uno invita a mantenere la calma e a “razionalizzare”. Ma che significherà mai razionalizzare mentre ti crolla il tetto sulla testa?

In un altro sembra che a parlare sia un presentatore prima del lancio della pubblicità:

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“Rimanete sintonizzati”, dice. Forse per non perdervi la seconda parte dello spettacolo, dei muri che crollano, delle strade accartocciate e dei capolavori artistici che vengono giù? Per questo?

REALITY SHOW

Se non erra l’intenzione, è senz’altro sbagliata la forma che diffonde la notizia; col rischio di ritrovarsi parecchi seguaci alle calcagna intenti a non perdere neppure un minuto di questa nuova proposta di reality show, gente eccitata dall’evento e che invece di mettersi in salvo ci tiene a registrare per un paio di minuti il lampadario in oscillazione, le porte che sbattono, il soffitto che da un momento all’altro rischia di crollare. Registrarlo e poi postarlo sulla pagina, naturalmente: come testimonianza del sopravvissuto, il documento che accerta il coraggio quanto il rischio del gesto, la prova di un’ebbrezza che nessuno ha richiesto ma che in tantissimi vogliono garantire.

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#IOTERREMOTO

A un protagonismo simile eppure diverso è approdata anche la conduttrice Federica Torti, che dopo le scosse del 24 agosto ha guadagnato la palma della megalomania e di conseguenza quella dell’insulto. Le scosse che hanno messo in ginocchio Amatrice sono diventate così protagoniste di una sua foto – e del relativo, assurdo hashtag #ioterremoto -, che in teoria vorrebbe essere uno strumento didattico su cosa fare “Quando ti sorprende un terremoto di magnitudo 6,0”, in pratica non è che un manifesto dell’egocentrismo più incomprensibile, una nuova declinazione della cecità mista a subdola indifferenza.

La sola cosa che mi resta da dire è che i terremoti non possiamo prevederli, ahinoi. Ma sul nostro agire abbiamo ancora un piccolo margine di miglioramento.

ANGELA BUBBA

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