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Noi, la rete e le nostre responsabilità

Di chi è la colpa degli ultimi eventi di cronaca e che cosa possiamo fare (tornando sul caso di Tiziana Cantone)

Diviso tra copyright e copywrite, seguo le tematiche del diritto di internet e della comunicazione online. Ora a Bruxelles per un Master Avanzato in Proprietà intellettuale e diritto dell'ICT. Da anni seguo le tematiche della privacy online e dell'effetto che ha nella vita dei consumatori. A Whead mi occupo di Digital Communication, l'altra mia grande passione.

Sono da sempre convinto che l’uomo sia l’artefice del suo destino e che incolpare il mezzo sia solo un modo facile per alleggerire le proprie colpe. Non sono le pistole che ammazzano, né la nebbia killer, né tanto meno i social. Sono gli assassini, gli autisti imprudenti, i frustrati. Ciò non toglie che il mezzo agevoli il verificarsi degli eventi. Se lascio la mia pistola incustodita in casa e mio figlio ci gioca e fa partire un colpo che lo ferisce o peggio lo uccide, non è una fatalità, è una probabilità. La presenza della pistola ha agevolato l’evento ma alla base c’è sempre la mia leggerezza. Se fuori c’è una nebbia tale da non vedersi più in là di 30 metri e io decido ugualmente di uscire in macchina, se mi capita un incidente perché vado ai 100 non è una fatalità, è una probabilità. La nebbia ha solo agevolato l’evento e aumentato le probabilità ma alla base c’è sempre la mia leggerezza.Veniamo ora ai fatti di cronaca. Il caso Tiziana Cantone.

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REVENGE PORN E SOCIAL MEDIA

Non è ancora chiaro dai giornali chi abbia postato il video su Whatsapp. A prescindere che sia stata lei a metterlo su Whatsapp, magari su pressioni psicologiche del fidanzato, purtroppo la probabilità che finisse online era già altissima e visto il rapporto del maschio medio col sesso e il web, passiamo dalla probabilità alla certezza. Questo al di là che facesse parte di un gioco erotico condividerlo con questa cerchia ristretta. Anche in questo caso, nonostante si abbia tutto il diritto di condividere un video hard su Whatsapp, si tratta di una grave leggerezza che troppo spesso compiamo pensando che lì resterà.

Ciò che viene messo online è liquido, una volta uscito non lo riprendi più e se il contenuto è sessuale il rischio è altissimo

L’avessero visto su un dvd a casa sarebbe stato diverso. Ciò che viene messo online è liquido, una volta uscito non lo riprendi più e se il contenuto è sessuale il rischio è altissimo. Anche se non è il classico caso di revenge porn, alias un video hard che da privato diventa pubblico per la vendetta di un ex, gli effetti devastanti sono stati gli stessi. A prescindere da una condotta attiva della ragazza nell’averlo condiviso in chat, anche se non era sua intenzione andasse online, nell’ambiente digitale bisogna considerare tutto come pubblico. Anche con impostazioni della privacy restrittissime, anche se è una chat su Whatsapp. Lo conferma anchePaolo Attivissimo nel suo libro, dove dice che lui mette le impostazioni della privacy al minimo in modo da ricordarsi ogni volta che quello che pubblicherà rimarrà per sempre e sarà leggibile da chiunque.

Online quella che cambia è la probabilità che si diffonda, il rischio che siamo pronti a correre.

Quella foto ubriaco postata su Facebook nel gruppo della festa di compleanno, che probabilità ci sono che esca fuori dalla cerchia di amici, che probabilità che salti fuori tra 10 anni quando sarò un importante manager o figura pubblica? La saprò spiegare, contestualizzare, saprò arginarne gli effetti? Chiediamocelo sempre e, se la risposta è negativa, corriamo a cancellarla se non vogliamo rischiare ulteriormente. Non è un caso l’ascesa veloce di Snapchat, il social media che ha rifiutato 3 miliardi da Facebook e che fa del suo vessillo la privacy degli utenti cancellando i contenuti pubblici dopo 24 ore e le chat appena lette.

VALUTARE CON ATTENZIONE

Ma anche Snapchat, nei suoi Termini e Condizioni, consiglia gli utenti di valutare con attenzione cosa pubblicare perché ci sono sempre metodi alternativi per salvare i contenuti che postiamo sul social del fantasmino. Anche in questo caso è solo una questione di probabilità. Con Snapchat si abbassano ma non si azzerano mai. Dopodiché è ovvio che il primo responsabile di tutto è chi ha pubblicato online il video senza permesso. Forse è talmente ovvio per me che non c’era bisogno di dirlo. Però sarebbe semplicistico attribuire a questi la colpa di tutto quello che ne è derivato, che è stato alimentato dal nostro desiderio pruriginoso di farci gli affari degli altri, di deridere, di giudicare.

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CYBERBULLISMO

Quando sono stato nelle scuole medie e superiori a fare educazione ai social network col progetto EducaRete, per spiegare ai ragazzi gli effetti del cyberbullismo ho preso un volontario e ho cominciato a toccarlo con un dito sul braccio ripetutamente. Anche se fastidioso, in un caso come questo posso sempre dire all’altra persona di smetterla e, se non provvede, posso agire fisicamente. Ora immaginiamo che quelle dita siano 10, 100, 1000, che ci pungolano di continuo, senza sosta, tutti i giorni.

Verrà il momento in cui ti chiederai se quei 1000 sconosciuti, benché codardi e frustrati, non abbiano in fondo ragione quando ti dicono che non vali molto

Anche Bill Gates, Obama o il governatore del mondo non potrebbero reggere a lungo al fastidio. Perché per quanto tu possa essere una persona affermata, di successo, con una bella famiglia e tanti amici, se 1000 persone online continuano a deriderti, è solo una questione di tempo prima che crolli. Perché verrà il momento in cui ti chiederai se quei 1000 sconosciuti, benché codardi e frustrati, non abbiano in fondo ragione quando ti dicono che non vali molto come essere umano e forse è il caso che lasci questo mondo. Figurarsi poi se pure i giornali nazionali amplificano la notizia trattandola come l’ultimo gossip di turno (a riguardo consiglio la lettura delle scuse di Peter Gomez su come hanno trattato la notizia al Fatto Quotidiano quando venne alla luce).

Anche se la miccia di tutta la faccenda è stata senz’altro chi ha caricato il video online, pensare che sia lui la sola causa di tutto è fuorviante. Non si arriva a uccidersi per un video diventato pubblico. Ci si uccide quando arrivano commenti, insulti, di continuo, anche dopo un anno. Quando si viene giudicati e additati da orde di sconosciuti anonimi. Sarebbe facile dare la colpa solo all’”amico”. Eviterebbe di farsi un esame di coscienza. Ma il web non è un’entità terza, come appare nei titoli dei giornali, il web sono le persone, solo che dietro lo schermo è più facile dissociarsi e lavarsi la coscienza o sbiadire le responsabilità delle proprie azioni.

CHE SI FA ALLORA?

In questi giorni è in discussione il ddl sulla lotta al cyberbullismo. Onestamente non credo sia sulla repressione che si debba agire ma sulla prevenzione ed educazione. Reprimere è solo la via veloce per far vedere che qualcosa si è fatto. Ma a che servono pene più severe quando la vittima si è uccisa diventando vittima per la seconda volta?

Educare e prevenire è molto più difficile ma è l’unica via nel lungo periodo.

E no, non possiamo pensare che il problema riguardi solo gli adolescenti, che sono le vittime più indifese perché bersaglio dei propri stessi amici in alcuni casi come quello recente nel riminese. Il problema riguarda anche noi, quando guardiamo il video hard che sappiamo non doveva essere pubblico, lo condividiamo, contribuiamo alla sua diffusione parandoci dietro un “tanto è già virale”.

Tutti noi abbiamo bisogno di una educazione alla vita digitale, in primis se siamo genitori.

E no, non è una passeggiata perché le tecnologie cambiano in fretta e per un genitore non è facile stare al passo coi tempi tra mille impegni.

LA REGOLA DEL BUON SENSO

C’è un grosso MA a questa obiezione che molti genitori mi hanno fatto nelle scuole. Che prendere in giro i deboli sia sbagliato io lo so da molto prima che esistessero i social network e gli smartphone. Sarebbe sufficiente in prima battuta educare al buon senso e al rispetto del prossimo. Poi si potrà passare ad insegnare le conseguenze del postare vita, morte e miracoli online manco fossimo in un moderno 1984 o in un nuovo episodio di Black Mirror. Black mirror che per inciso non presenta un futuro lontano o fantascientifico, ma un futuro vicinissimo e realistico se non saremo in grado di cambiare il nostro rapporto con la tecnologia. Potrà darvi noia che ve lo dica ma postare foto del pranzo su instagram mentre siete a tavola coi vostri figli non vi renderà genitori dell’anno. Anzi.

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GIUSTIZIERI DELLA RETE

Termino con una lettura che vi consiglio caldamente. Questo libro affronta il tema del cyberbullismo e della vergogna da un’altra prospettiva. Analizza casi in cui la vittima è un carnefice. Qualcuno che normalmente considereremmo “il cattivo”, perché colpevole di aver mentito, o di essere protagonista di un video hard a tema nazista, o di aver scritto un tweet terribile, e che per queste sue azioni è stato preso di mira dai giustizieri della rete. Ovvero noi. Il caso emblema è quello di Justine Sacco che twittò, prima di imbarcarsi su un volo intercontinentale:

Vado in Africa. Spero di non beccarmi l’AIDS. Scherzo, sono bianca.

Una volta atterrata il suo tweet aveva fatto il giro del mondo, c’erano persone che la attendevano all’aeroporto per vedere la sua espressione quando, sbarcata, avrebbe appreso la notizia che era stata licenziata dalla sua azienda che, per ovvi motivi di opportunità, si era dissociata da quel tweet. Una vita rovinata per un brutto tweet e l’incapacità di trovare un nuovo lavoro visto che Google non dimentica e negli Stati Uniti non esiste neanche il Diritto all’oblio. Chi assumerebbe una che si occupa di PR con un passato del genere? Caso opposto, quello di Max Mosley, ex capo della F1, ripreso da un giornale con una telecamera nascosta, intento a fare un’orgia nazista con cinque prostitute. Non sono i soldi a fare la differenza tra queste due storie, ma il fatto che Mosley non ne sia uscito distrutto perché si è rifiutato di vergognarsi.

Non appena la vittima rompe il patto rifiutandosi di provare vergogna, l’intera struttura si dissolve, come neve al sole — spiega Mosley a Jon Ronson, p. 128

Questo libro fa riflettere sul nostro ruolo di Giustizieri della rete, intenti a commentare, condividere, sbeffeggiare non il debole, l’obeso, il secchione, ma la persona di successo che ha fatto un passo falso. Perché alla fine non siamo diversi da tutti gli altri bulli solo perché in questo caso pensiamo di essere dalla parte del giusto. La superficialità e velocità di giudizio e la mancanza di rispetto verso il prossimo, chiunque esso sia, sono le cattive abitudini che dobbiamo combattere ogni giorno per essere degli esseri umani migliori. E sì, la velocità dei social può agevolare commenti che potremmo risparmiarci, ma un’altra cosa ho imparato prima dell’arrivo dei social, contare fino a 10. E vi posso assicurare che funziona ancora. Per concludere vi consiglio l’intervista a Soro, Garante della Privacy, che meglio di me (per fortuna) riassume i problemi che riguardano l’online oggi e come l’unica soluzione sia un’educazione civica digitale.

VINCENZO TIANI 

Originariamente pubblicato su Medium

Una replica a “Noi, la rete e le nostre responsabilità”

  1. a.m.orazi scrive:

    perfetto: educazione civica digitale! ma chi la insegna? se non insegnano più nemmeno l’educazione civica normale?

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