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Ozono, il buco ormai si è ridotto. Ma adesso va combattuto (e duramente) l’effetto serra

Cancellati i vecchi CFC, ora bisogna sostituire gli HFC (cambiando di fatto tutti i frigoriferi e i condizionatori del pianeta). Sarà possibile? Se ne parla a Kigali

Direttore dell’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica dell'INAF a Milano; tiene il corso di "Introduzione all'Astronomia" all'Università di Pavia. E' affascinata dalle stelle di neutroni che non smettono mai di stupirla. Per la scoperta di Geminga e le implicazioni per la comprensione dell’emissione di alta energia delle stelle di neutroni, nel 2009 è stata insignita del Premio Nazionale Presidente della Repubblica.

I recenti dati sul buco dell’ozono sopra l’Antartide ci dicono che la situazione, così preoccupante alla fine del secolo scorso, sta finalmente migliorando. E’ il risultato di quasi 30 anni di sforzi a partire dalla firma del protocollo di Montreal nel 1987. E’ una storia di successo che merita di essere ricordata perché è il frutto di uno sforzo mondiale, coordinato dalle Nazioni Unite che hanno agito sulla base su una solida evidenza scientifica. Grazie ai dati raccolti dai satelliti di osservazioni della Terra a partire dai primi anni ’70, ci si era resi conto del progressivo assottigliamento dello strato di ozono che forma una pellicola che avvolge la Terra a qualche decina di km di altezza. La diminuzione era particolarmente evidente in corrispondenza del Polo Sud durante la primavera antartica, così si cominciò a parlare di buco dell’ozono.

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OZONO, TRE ATOMI DI OSSIGENO

L’ozono è una molecola con tre atomi di ossigeno (a differenza di quella che respiriamo che ne ha due) che si forma e si distrugge naturalmente a opera della radiazione ultravioletta del Sole. Anche se nelle nostre città l’ozono è considerato un inquinante, questo gas è importante per la sopravvivenza della razza umana perché la sua presenza nell’alta atmosfera fa da schermo per la radiazione ultravioletta del Sole e quindi ci protegge dai danni che può causare.

Poco ozono significa più raggi ultravioletti sulla nostra pelle e quindi una maggiore probabilità di sviluppare tumori.

Sopra il Polo Sud, alla fine del gelido inverno si creano le condizioni ideali perché i composti contenenti cloro attacchino e dissocino l’ozono. L’assottigliamento dello strato di ozono, per essere chiari, il buco, viene poi riempito nel corso dell’estate grazie a processi naturali. L’osservazione che le dimensioni del buco crescevano di anno in anno, segno che tutta la pellicola di ozono perdeva consistenza, aveva causato preoccupazioni per il possibile aumento dei tumori della pelle. Mentre l’andamento ciclico della quantità di ozono è naturale, il ciclo appariva alterato: la distruzione dell’ozono era sempre più pronunciata. Analisi della composizione dell’atmosfera in alta quota rivelò che il colpevole erano i clorofluorcarburi, i gas usati nelle bombolette spray e nell’industria della refrigerazione, sia frigoriferi, sia condizionatori. Una volta nell’aria, la molecola libera il cloro che ha una particolare predilezione per l’ozono, si combina con uno degli atomi di ossigeno e lascia una molecola di O2. L’ozono è distrutto, ma la storia non è ancora finita: il cloro si libera rapidamente dell’ossigeno ed è pronto ad attaccare nuovamente l’ozono. Un solo cloro può eliminare 100.000 molecole di ozono. Per di più, i CFC sono estremamente longevi: una volta nell’atmosfera resistono per decine di anni.

PERICOLO EVIDENTE

Il pericolo era così evidente e la causa così chiaramente individuata che la comunità internazionale nel 1987 a Montreal si impegnò a rinunciare all’uso dei gas killer dell’ozono sostituendoli, nel giro di pochi anni, con altri composti. Dai CFC si passò ai HFC, per idrofluorocarburi, che sono “ozone frendly”. Ci sono voluti decenni per vedere i risultati… ma adesso finalmente il buco si sta rimpicciolendo.

L’ozono ringrazia… ma anche le battaglie vinte possono produrre danni collaterali.

30 anni fa il riscaldamento globale non era ancora assurto al problema di dimensioni planetaria con il quale oggi dobbiamo confrontarci. Nello scegliere i gas per sostituire i killer dell’ozono non si era tenuto conto che gli HFC sono dei gas serra eccezionalmente efficienti, ed ora, pressati dall’accordo di Parigi che impegna tutte le nazioni firmatarie a limitare l’aumento di temperatura a <2° non resta che correre ai ripari.

Non dimentichiamo che l’accordo di Parigi entrerà in vigore il 4 novembre, un mese dopo che è stato raggiunto il quorum delle ratifiche da parte di almeno 55 stati responsabili di almeno il 55% dell’emissione di gas serra. Il traguardo è stato superato il 4 ottobre grazie al voto del Parlamento Europeo che ha trasformato una dichiarazioni di buone intenzioni in una realtà.

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SOSTITUIRE GLI HFC

Già a luglio il Working Group delle Nazioni Unite responsabile dell’applicazione del protocollo di Montreal si era riunito a Vienna, fuori dal clamore mediatico, per esaminare possibili soluzioni. Sostituire gli HFC con altri gas non è difficile, si può usare il propano per i piccoli impianti e l’ammoniaca per quelli di grandi dimensioni, oppure si possono studiare nuovi composti. Le industrie non si tirerebbero certo indietro. Sostituire tutti i condizionatori e i frigoriferi del pianeta è un business molto interessante. Macchine più nuove avrebbero anche una migliore resa e richiederebbero meno energia. L’unico problema è ottenere l’attenzione e il sostegno del pubblico perché non ci sono cambiamenti a costo zero e, alla fine, c’è un conto da pagare.

OCCHI PUNTATI SU KIGALI

Il Presidente Obama si è dato molto da fare per convincere il premier indiano Narendra Modi e il Presidente cinese Xi Jinping, che rappresentano due dei maggiori utilizzatori di impianti di refrigerazione e condizionamento. Davanti allo spettro del riscaldamento globale, l’intervento correttivo è ad alta priorità. La discussione è sui tempi di attuazione di quello che sarebbe un aggiornamento del protocollo di Montreal, oltre che sulla ripartizione dei costi. Non dimentichiamo che il protocollo di Montreal ha valore di legge e impegna le nazioni che la hanno sottoscritto ad agire secondo le direttive. Adesso gli occhi sono puntati su Kigali (in Rwanda) dove, fino al 14 ottobre, si terrà la 28° riunione degli stati che hanno siglato il protocollo di Montreal ed è lì che (auspicabilmente) verranno prese le decisioni.

Ancora una volta, si tratta di attaccare un colpevole ben definito con armi già disponibili.

Il controllo del buco dell’ozono ci dice che, con il contributo di tutti, ce la possiamo fare.

PATRIZIA CARAVEO

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