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Società e innovazione, la condivisione di un cammino comune

Il Rapporto 2016, Giuseppe De Rita (Censis): "Sono gli innovatori che fanno oggi cultura dell’innovazione"

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

Tutti coloro che si occupano di promuovere e sostenere l’innovazione sono affascinati dalla eccellenza dell’“offerta” cioè dal primato dei soggetti che lavorano nei livelli avanzati della ricerca scientifica, della tecnologia, della produzione di alta qualità. E chi consulta le tante ricerche che parlano di innovazione constata che esse sono calibrate sulla verifica di quel che tali soggetti (istituti di ricerca o grandi imprese) fanno per la promozione e la crescita del loro ruolo e delle loro attività. Sono gli innovatori che fanno oggi cultura dell’innovazione; e per certi versi è naturale che ciò avvenga.

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IL SENTIMENT DELL’INNOVAZIONE

Poi arriva sul tavolo una ricerca come quella che qui si presenta e ci si accorge che il campo meno considerato non è quello dell’offerta di innovazione ma quello della domanda, della verifica del “sentiment” collettivo nei confronti dell’innovazione, cioè della “propensione del corpo sociale, nei suoi diverse segmenti, ad aderire agli schemi nuovi che vanno affermandosi nei diversi campi di azione”. Può apparire poco prometeico questo gestire “schemi nuovi”. Ma va notato che una società complessa come la nostra tende a non fuggire in avanti verso le magnifiche e progressive sorti della scienza e della tecnologia avanzata, ma tende piuttosto ad impostare “in schemi nuovi” i suoi interessi, i suoi bisogni, i suoi comportamenti individuali e collettivi.

Gli italiani vedono l’innovazione come processo trasversale, che si attua in orizzontale

Ne risulta un rapporto non unilaterale e dipendente fra la potenza dell’innovazione e il continuo cambiamento della società. Basterebbe, per averne conferma, il fatto che gli italiani vedono l’innovazione come processo trasversale, che si attua in orizzontale, con una “pletora” di soggetti praticamente senza coordinamento e senza un vertice di responsabilità sistemica (se si esclude un riferimento quasi formale del Presidente del Consiglio). E in questa pletora di soggetti entrano in campo iniziative a diverso tipo e consistenza, sia sul piano scientifico sia sul piano delle imprese, specialmente delle piccole imprese che per il 40% del campione risultano le più attente, anche rispetto alle grandi imprese che “investono molto in ricerca”, ad innovare i propri processi produttivi. E si cerca di farlo in simbiosi con la vita quotidiana (delle città, delle amministrazioni locali, degli stessi cittadini e consumatori, molto “attenti e attratti dalle novità”). E si può capire come il riferimento ai piccoli imprenditori sia accompagnato dall’importanza che si attribuisce alle doti caratteriali di chi fa e promuove innovazione (creatività, intuito, attitudine al rischio, addirittura propensione a “debordare dalle regole stabilite”).

PROCESSO NON CASUALE

Si noterà, leggendo le pagine che seguono, che un tale processo di innovazione (condotto più nel quotidiano che nei grandi disegni verticalizzanti), potrebbe essere criticamente considerato, come un processo “casuale”, senza ricorso a precise intenzionalità e volontà progettuali. Ma casuale non è, se alla fine esso si attua in modo diffuso e quotidiano, concretamente nel contesto dello sviluppo economico e sociale; qualche volta risalendo verso i livelli di pura eccellenza (è di questi giorni il riconoscimento del Compasso d’oro alla Grivel, ad una azienda cioè che trent’anni fa era ancora una primordiale fornace di estrema provincia).

Nel sistema italiano è la realtà che fa l’innovazione, non viceversa

E così è comprensibile un po’ di orgoglio nazionale, ma per una volta non legato alle nostre “eccellenze” (come è d’abitudine quando di parla di ricchezze artistiche, monumentali e turistiche) ma piuttosto alla vitalità compatta e continuativa di tanti e tanti soggetti di quotidiana innovazione, ancorché apparentemente ”disallineati”. A conferma che nel sistema italiano è la realtà che fa l’innovazione non viceversa. Chi ha vissuto del resto la saga della moltiplicazione imprenditoriale degli anni ’70 e ’80 non può non ricordare che fu “la pancia” della società che fece da motore a tale moltiplicazione non i grandi disegni di politica industriale.

CAMMINO COMUNE

Se l’innovazione non scompone la quotidianità degli interessi e dei soggetti, allora si può capire perché le attese di novità si orientano a dare continuo sostegno alla vita collettiva per come essa quotidianamente si svolge: con la prudenza del caso (ci si attende dall’innovazione tanti benefici ma anche tanti problemi); con la propensione a valutare l’innovazione “caso per caso”; con l’attenzione specialmente alle innovazioni nei settori più legati alla quotidianità (nella comunicazione come nei farmaci); con la consapevolezza che l’innovazione può accentuare, o addirittura creare, fenomeni di divario e disuguaglianza sociale; con la sensibilità prioritaria dei temi “sociali” (come nuove soluzioni in campo energetico e nuovi prodotti attenti all’ambiente).

In conclusione la società e l’innovazione si orientano non a contrapporsi ma ad operare in termini di condivisione di cammino comune come da sempre, in Italia, avvengono le trasformazioni reali.
GIUSEPPE DE RITA

Presidente Censis

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