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Metti il potere dei like con la cioccolata e le vincite al gioco (ovvero, della psicologia delle folle sui social network)

I "mi piace" a un post rendono felici come mangiare una tavoletta di cioccolata o vincere denaro. L'area del cervello stimolata è la stessa. L'effetto sull'allentamento dei "freni mentali"

Che cosa hanno in comune i like dei social network, la cioccolata e le vincite di denaro al gioco? No, non è un indovinello a trabocchetto. Esiste davvero una correlazione tra queste tre cose apparentemente tanto distanti l’una dall’altra. Quale? Tutte e tre stimolano le medesime aree del nostro cervello, quelle della ricompensa, provocando le stesse piacevoli sensazioni. In che senso? Nel senso che ricevere tanti like quando si pubblica un post ci rende felici, proprio come mangiare una tavoletta di cioccolata o vincere una somma di denaro. Funziona così il “cervello social” dei nativi digitali. A svelarlo uno studio condotto dalla University of California Los Angeles su un gruppo di 32 teenager, di età compresa tra i 13 e i 18 anni. Attraverso la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno monitorato e analizzato l’attività cerebrale dei ragazzi in tempo reale durante la navigazione sui social. Va chiarito che la ricerca non doveva verificare delle ipotesi predefinite. Non si è trattato, pertanto, di un esperimento eseguito per confutare delle relazioni causa-effetto tra variabili, ma di uno studio esplorativo.

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Psicologia delle folle sui social

Quali meccanismi cognitivi si scatenano nella mente dei ragazzi quando utilizzano i social network? Per scoprirlo i partecipanti sono stati sottoposti a un test presso uno studio dell’Ahmanson-Lovelace Brain Mapping Center dell’Ucla. Ad ognuno di loro sono state mostrate sullo schermo di un personal computer 148 fotografie, di cui 40 personali, per un tempo di 12 minuti. L’interfaccia di presentazione delle immagini simulava le funzioni più comuni dei social network, come la condivisione e la possibilità di esprimere like. Tra tutti i dati emersi quello che è balzato agli occhi è stata la sensibilità dei ragazzi ai “mi piace”, ribattezzata dai ricercatori “effetto like”: la visione di molti “mi piace” espressi dai coetanei alle loro foto ha attivato la parte del cervello chiamata nucleo accumbens, un’area ritenuta molto sensibile durante l’adolescenza e che fa parte del circuito cerebrale della ricompensa. La stessa che viene attivata dal consumo di cioccolato o dalle vincite in denaro. Volendo esemplificare i risultati del test, possiamo dire che per i social network siamo tutti dei ragazzini da ammaestrare come dei cani. Scusate la provocazione. Ovviamente sto estremizzando, ma questa immagine ci dà il senso del potere che queste piattaforme esercitano su noi comuni utenti.

I pacchetti di like in vendita

Per i social siamo come dei ragazzini poiché fanno leva sulla sfera più emotiva della nostra personalità, maggiormente spiccata nel periodo dell’adolescenza. Ricevere commenti, condivisioni e like quando scriviamo un post è per noi tutti motivo di piacere, di appagamento della nostra innata voglia di protagonismo e consenso sociale. Quante volte da ragazzini ci siamo vestiti in un certo modo, oppure abbiamo fatto i simpatici per essere ammirati dai nostri amici o per ricevere un complimento da qualcuno in particolare? Vada per i ragazzini, ma cosa c’entrano i cani? C’entrano eccome. Chi ha avuto un cane sa che per insegnargli a fare qualcosa bisogna dargli una ricompensa, ad esempio dei croccantini, ogni volta che obbedisce agli ordini. È il meccanismo del rinforzo.

Reaction, commenti e condivisioni sono vere e proprie ricompense che appagano gli utenti

Così funziona anche sui social: se quando pubblichi un post ricevi tanti “mi piace”, commenti positivi e condivisioni sarai portato a postare più spesso parole e immagini alla ricerca dell’apprezzamento degli altri utenti. Reaction, commenti e condivisioni sono, quindi, delle vere e proprie ricompense che appagano gli utenti, li spingono a pubblicare sempre più contenuti e a restare connessi per sapere cosa ne pensano gli altri. Vi siete mai chiesti perché non esistono reaction negative, del tipo “non mi piace”? Chiaro, per non demoralizzare l’utente, per non scoraggiarlo. Un circolo, naturalmente, virtuoso per gli ideatori dei social e per chi ci lavora. Vizioso, invece, per chi sviluppa delle dipendenze. In rete è facile trovare centinaia di articoli su come aumentare la propria popolarità sui social. Ci sono anche agenzie di marketing che vendono pacchetti di like. Sì, avete capito bene: pacchetti di like per utenti disposti a tutto pur di apparire popolari, pure a prendersi in giro.

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Quanto vale l’opinione degli influencer

Ci sono poi utenti che sfruttano questo circolo con intelligenza per curare la loro immagine a fini professionali, fino a costruirci un lavoro vero e proprio. Sono i cosiddetti influencer, persone considerate esperte su alcuni ambiti di loro competenza e che godono dell’ammirazione, della stima e della fiducia di migliaia di altri utenti. In realtà quella dell’influencer non è una novità. Già nel secolo scorso i sociologi, che studiavano gli effetti della comunicazione di massa sugli individui, avevano individuato nell’opinion leader colui che riusciva a condizionare gli altri. Oggi l’opinione degli influencer conta così tanto da influenzare il pensiero e finanche i comportamenti, nonché gli acquisti, di tanti altri utenti che li seguono.

L’irresistibile voglia di uniformarsi in rete

Alla luce di quanto detto non deve stupire, quindi, un’altra dinamica sociale tipica dei giovani, come l’irresistibile voglia ad uniformarsi. Dall’osservazione fatta i ricercatori si sono accorti che i ragazzi sono più propensi a dire “mi piace” se molti coetanei lo hanno già fatto. Anche in questo caso non si tratta di nulla di nuovo per gli scienziati sociali. È questo un fenomeno conosciuto già da molto tempo prima dell’avvento dei social network. Senza ricorrere alle teorie sulla psicologia delle folle, elaborate nella prima metà del ‘900, (secondo cui tante persone riunite in un ambiente circoscritto tendono ad adottare comportamenti simili) basterà ricordare quando da ragazzi seguivamo le mode del momento solo perché lo facevano anche i nostri coetanei. «Nello studio i ragazzi rispondevano alle scelte espresse da un gruppo di estranei virtuali e la volontà di conformarsi si è manifestata sia a livello cerebrale che nella scelta pratica di ciò che piace o meno», riflette Mirella Dapretto, docente di psichiatria e scienze comportamentali all’Ucla e autrice senior dello studio. «Possiamo aspettarci – aggiunge – che questo effetto sia amplificato nella vita reale, quando i teenager si relazionano a persone importanti per loro». Ecco riproporsi la famosa questione sulla valenza educativa dei mezzi di comunicazione. Parafrasando il titolo del celebre saggio sulla televisione di Karl R. Popper potremmo chiederci: Cattivi maestri social? Tutto, ovviamente, dipende da come si utilizzano. «Se gli “amici” social mostrano comportamenti virtuosi – spiega l’altra autrice senior Patricia Greenfield, direttrice del Children’s Digital Media Center dell’Ucla – anche la condotta dei figli verrà influenzata in questa direzione. È dunque importante che i genitori sappiano con chi interagiscono i loro ragazzi e il tipo di contenuti che questi coetanei stanno condividendo o apprezzando».

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I “mi piace” allentano i freni mentali

Fino a qui possiamo affermare che nei social si verificano dinamiche sociali e psicologiche già ampiamente conosciute, molto simili a quelle che riscontriamo sia nel mondo fisico che in quello mediato dagli altri mezzi di comunicazione. Ma alcuni “mi piace”, puntualizzano i ricercatori, nascondono delle insidie molto pericolose, che comportano nei ragazzi l’allentamento dei “freni mentali”. Nello studio i teenager sono stati messi di fronte a foto neutrali e a foto rischiose (persone con sigarette, alcol o abiti provocanti). Un dato comportamentale confermato anche a livello dell’attività cerebrale, con una minore attivazione delle aree associate al controllo cognitivo e all’inibizione della risposta. Regioni, quest’ultime, coinvolte nel processo decisionale. Dobbiamo, quindi, dedurre che sia più saggio abbandonare i social? Ovviamente no. Se dovessimo abbandonare tutte le cose che potenzialmente possono causarci dei problemi dovremmo ritornare all’età della pietra. E anche in quel caso non saremmo al sicuro. Anche per i social vale la regola aurea di utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione con consapevolezza. Se poi c’è chi non riesce in nessun modo a instaurare un rapporto sano con i social network si può sempre ricorrere a una bella scorpacciata di cioccolata, per chi non ha problemi di linea. Il gioco d’azzardo, invece, è decisamente sconsigliato.

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