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Siamo quello che postiamo: 15 comandamenti sulla nostra vita connessa

Una ricerca dell'Università di Londra ha studiato come usiamo i social, e ha fatto delle scoperte inattese

Sono uno storyteller digitale, appassionato di nuove professioni e comunità in rete. Ho co-fondato l’osservatorio sull’enterprise generated content dell’Università Bocconi e la community Wwworkers.it. Scrivo per Repubblica, Nòva24, Metro, Millionaire. Ho lavorato prima in Vodafone e poi in Technogym. Per Sole24Ore ho pubblicato “TV fai-da-web” (2010), “Wwworkers” (2011), “Vendere con le community” (2012, 2014) e “Social TV” (2012).

Chi c’è dietro un profilo su Facebook o un account su Twitter o ancora una foto filtrata su Instagram? “Quando parliamo di social media ci riferiamo a delle piattaforme. Ma dietro a queste realtà ci siamo noi tutti esseri umani”: ne è convinto il professor David Miller, antropologo dell’University College di Londra e coordinatore del progetto Why We Post, un imponente studio etnografico realizzato in diversi paesi del mondo su come abitiamo Internet e soprattutto i social media.

La ricerca è stata realizzata proprio dall’University College London, è durata 15 mesi e ha coinvolto anche aree difficili del mondo: dalla Cina al Brasile, passando per il confine turco-siriano e approdando anche in Italia, nel Salento per precisione (il paese non è stato svelato). Focus sulle pratiche legate all’uso e al modellamento sociale determinato dai social media: insomma focus sugli usi e costumi che oggi ci appartengono nel pianeta dalle notifiche continue, dagli status condivisi, dai centoquaranta caratteri twittati.

SUI SOCIAL, TUTTI MA PROPRIO TUTTI!

I social ci hanno rivoluzionato la vita. Di più, siamo sempre sui social. E chi aveva paventato tempo addietro una fuga da queste piattaforme, è oggi smentito da un report di ComScore. Infatti proprio in questi giorni è uscita la nuova fotografia del mondo reale che abita quello virtuale. E – sorpresa per molti – i cosiddetti millennials non stanno affatto abbandonando i social tradizionali. Insomma, papà Zuck continua a regnare sovrano, come ha scritto senza tanti giri di parole Business Insider riportando il report di ComScore.

FOTO 1

Facebook è il re: così l’incipit della testata americana, per la quale il gigante di Menlo Park rappresenta di gran lunga la piattaforma sociale dominante in rete. Twitter, Snapchat, LinkedIn e il resto dei social sono minuscoli al confronto. Così Facebook negli Stati Uniti rasenta il 100% delle persone in età compresa tra i 18 e i 24 anni, al secondo posto con meno di 65% si inserisce Instagram (peraltro oggi della galassia Facebook). Quando si guardano i dati per le persone di età superiore ai 35 anni, è ancora più interessante: gli anziani amano Facebook quasi quanto i giovani.

Ed è un’affermazione molto confutabile quella che i millennials  stiano abbandonando Facebook

USI E COSTUMI SUI SOCIAL: LA FOTOGRAFIA

Torniamo alla ricerca inglese. “I social media sono più che comunicazione: sono anche un posto in cui viviamo. Così dovremmo smettere di pensare che l’online sia meno vero dell’offline”, ha dichiarato a Wired Italia Daniel Miller, antropologo dell’University College London e coordinatore del progetto Why We Post. Miller utilizza il concetto di ‘scalable sociality’: le sfumature di intensità nelle relazioni umane sono molteplici sia online che offline e le piattaforme digitali possono annullare quella separazione. “Un esempio? WhatsApp rappresenta un’espansione del mandare messaggi dall’impostazione uno-a-uno ai gruppi”, ha dichiarato Miller nell’intervista concessa a Philip Di Salvo per Wired.

FOTO 2

Ed ecco allora la fotografia della ricerca in 15 punti cardine di ciò che accade quando postiamo-twittiamo-scattiamo-pinniamo e in fondo condividiamo. Per ognuno dei punti in questo post trovate una libera traduzione della ricerca, che potete consultare in lingua originale a questo link e che è proposta anche in questo video-abstract.

1. I SOCIAL RAFFORZANO ANCHE I GRUPPI TRADIZIONALI

Altro che individualismo: i social media non ci rendono necessariamente più egoisti e pieni di noi stessi. “Per molti il social networking è cresciuto a scapito di gruppi più tradizionali di confronto, ma più comunemente abbiamo trovato i social media utilizzati per rafforzare i gruppi tradizionali, come la famiglia, caste e tribù e di riparare le rotture creati dalla migrazione e della mobilità”, hanno dichiarato i ricercatori. D’altronde rispondetemi: chi di voi non ha un gruppo su WhatsApp con la propria famiglia o con gli amici del cuore?

2. I SOCIAL DIVENTANO PARTE INTEGRANTE DELLA CRESCITA (SOPRATTUTTO PER I MILLENNIALS)

Per alcune persone i social media non sottraggono qualcosa all’educazione, sono parte integrante di essa. “Abbiamo scoperto che molte scuole riconoscono che i social media danno una mano all’apprendimento informale, oltre ad essere una distrazione dall’istruzione formale”. Spesso questa opzione va principalmente a beneficio delle famiglie a basso reddito e con scarse prospettive in materia di istruzione formale.

3. NON TUTTI I SELFIE SONO UGUALI (E NON TUTTI RACCONTANO CHE SIAMO COSI’ PERDUTAMENTE EGOCENTRICI)

Ci sono molti generi di selfie. “Forse perché la parola ‘selfie’ suona come espressione di egocentrismo, l’attività di persone che prendono la loro foto con uno smartphone e la pubblicazione sui social media è spesso associata ad una sorta di auto-ossessione. Ma la nostra ricerca rivela un quadro molto più vario di selfie realizzati per scopi diversi”.

4. L’EGUAGLIANZA ONLINE NON SIGNIFICA EGUAGLIANZA OFFLINE (MAGARI FOSSE COSÌ)

L’uguaglianza online non significa necessariamente uguaglianza offline. “Anche se i social media portano grandi benefici per le popolazioni precedentemente escluse, come la facilità di comunicazione, questo potrebbe non avere alcun impatto complessivo sull’esclusione, sulle differenze sociali, sull’oppressione offline”.

5. SUI SOCIAL CONTANO PIU’ LE PERSONE CHE LE PIATTAFORME

Sono le persone a dare un senso ai social media attraverso il loro uso quotidiano e non gli sviluppatori delle piattaforme. “In particolare il modo in cui gli alunni delle scuole utilizzano Twitter per le loro liti è molto diverso dalla condivisione di informazioni che la maggior parte adulti effettua sulla stessa piattaforma”.

6. LA PARTE PUBBLICA DEI SOCIAL È CONSERVATRICE (DIFFICILMENTE È DA LI CHE PARTONO LE RIVOLUZIONI)

La parte pubblica dei social media è conservatrice. Al contrario i social media più privati, come WhatsApp, possono essere utilizzati per facilitare il cambiamento sociale, anche in modo radicale. “In molti delle nostre ricerche sul campo abbiamo notato come le persone tendano a evitare messaggi politici sui social media”.

7.  SUI SOCIAL SIAMO ABITUATI A PARLARE CON FOTO E VIDEO

Eravamo abituati a parlare, ora siamo abituati a parlare visualmente. Di fatto con i social media la comunicazione umana si è spostata verso il visivo, a scapito dell’elemento testuale o vocale. Ora una foto può diventare il nucleo della nostra conversazione.

8. I SOCIAL NON STANNO RIDISEGNANDO IL MONDO IN MODO PIU’ OMOGENEO

Sono presenti in ogni parte del mondo, ma di fatto non ci stanno globalizzando, facendoci perdere le identità territoriali: ne sono convinti i ricercatori di Why We Post. “Una delle scoperte principali del nostro progetto è che le persone in tutto il mondo riescono a trovare modi per declinare i social media per scopi locali: i social diventano così un nuovo modo per esprimere la differenza culturale”.

9. I SOCIAL INCENTIVANO IL “SOCIAL-COMMERCE” E NON IL “COMMERCE”: CONTANO LE RELAZIONI!

Contano le relazioni, anche negli acquisti o nelle loro intenzioni. E i social promuovono principalmente gli aspetti personali e relazionali delle transazioni, come ha tradotto il professore Giovanni Boccia Artieri commentando proprio questa ricerca
I social aiutano a sviluppare gli aspetti legati al commercio, facilitati dall’ampliamento delle reti personali, in una sorta di vendita peer-to-peer.

10. IL “CUSCINETTO” CREATO DAI SOCIAL MEDIA, OVVERO QUELLA DIMENSIONI TRA PUBBLICO E PRIVATO

Per descrivervi questo punto dovete immaginarvi la città di Bologna con i suoi mille portici. Ecco, proprio quei portici da sempre sono stati spiegati come la trovata geniale di uno spazio che è una via di mezzo tra pubblico e privato. Così i social hanno creato nuovi spazi per i gruppi, spazi interstiziali tra pubblico e privato.“Prima della loro diffusione, la maggior parte della comunicazione era o prevalentemente privato e one-to-one o un servizio pubblico di radiodiffusione (ad esempio radio, TV, giornali). Al contrario, i social media è dedicata principalmente a gruppi, e ci permette di scalare diverse dimensioni di pubblico e diversi gradi di privacy”.

11. I SOCIAL SONO UN POSTO IN CUI VIVERE E NON (SOLO) UN MEZZO PER COMUNICARE

Le persone percepiscono i social media non solo come un mezzo per comunicare ma un posto in cui vivono: così essi diventano non solo una tecnologia di comunicazione o di intrattenimento, ma un luogo in cui passiamo il nostro tempo. Per alcune persone, come quelli che vivono lontano dalla loro famiglia, i social possono diventare il principale luogo in cui vivono.

12. L’IMPATTO DEI SOCIAL NELLE RELAZIONI DI GENERE È NOTEVOLE

I social media possono avere un impatto profondo sulle relazioni di genere, a volte attraverso l’utilizzo di account falsi. Ciò ha consentito a giovani donne e uomini di stabilire un contatto costante e diretto con l’altro sesso.

13. OGNI PIATTAFORMA DI SOCIAL MEDIA HA SENSO IN RELAZIONE ALLE PIATTAFORME ALTERNATIVE AI MEDIA

Noi siamo ‘polimediali’: così ogni piattaforma di social media ha senso solo in relazione alle piattaforme alternative e ai media. La maggior parte delle persone ora utilizzano una serie di piattaforme per organizzare le loro relazioni.

14. I MEME SONO DIVENTATI LA POLIZIA DELLA RETE

I meme sono diventati l’elemento più sanzionatorio della rete e in un certo senso – scrivono i ricercatori – si sono trasformati nella polizia morale della vita online. I meme vanno dal serio al giocoso. Ma in entrambi i casi affermano un insieme di valori e di critiche nei confronti dell’altro.

15. I SOCIAL NON SONO SOLO UNA MINACCIA PER LA PRIVACY. IN REALTA’ POSSONO ANCHE AUMENTARLA

Noi tendiamo ad assumere i social media come una minaccia per la privacy. In realtà a volte la privacy può incrementare grazie proprio ai social. “Alcune delle più grandi popolazioni in Oriente vivono in famiglie allargate, con scarse aspettative di privacy individuale. Per loro i social media possono essere la loro prima esperienza di questo tipo di privacy”, affermano i ricercatori.

 

GIAMPAOLO COLLETTI
MILANO, 4 APRILE 2016

 

 

 

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