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Addio alla foto in bikini al mare e ai segreti in bacheca, la generazione Z è cambiata

La ricerca di Skuola.net e degli altri certifica l'abbandono dei grandi social da parte dei giovani, cala anche il cyberbullismo

Giornalista per passione, maestro per caso e con amore, scrittore. La mia università sono state le strade del mondo: i vicoli di Palermo, le vie polverose del Mozambico, del Senegal, della Siria, della Giordania; le baraccopoli di Nairobi; i grattacieli di Shanghai e le lezioni di resistenza degli zapatisti nella Selva Lacandona. Ho operato per dieci anni in carcere fondando il giornale “Uomini Liberi”. Scrivo per “Il Fatto Quotidiano” dove tengo anche un blog e “Altreconomia”. Curo inoltre la rubrica “L’Intervallo” su Radio Popolare. In classe cerco di far lezione con innovazione che è anche rivoluzione per la scuola italiana.

Li chiamano generazione 2.0, nativi digitali, generazione Z, selfie o Facebook ma che fanno i nostri ragazzi in Rete? Sono davvero sempre connessi? Sanno affrontare i pericoli del mondo virtuale?

A fare l’identikit dell’homo cyber ci hanno pensato il ministero dell’Istruzione con Skuola.net, Generazioni Connesse e l’Università di Firenze che hanno prodotto una ricerca coinvolgendo 5000 teenager nati tra il 1996 e il 2000.

Credits: www.mymarketing.net

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Cominciamo a sfatare il primo pregiudizio: non è il social network di Mark Zuckerberg ad avere il primato delle preferenze.

I nostri adolescenti usano molto più WhatsApp (il 90%). Facebook si ferma al 64% seguito da Instagram (61%) e Youtube (58%). Chi non sfonda tra i giovani è Twitter.

Le abitudini digitali delle generazioni sono cambiate: se fino a qualche anno fa Facebook era il “re” dei social, il più usato dai ragazzi, ora la chat fulminea di WhatsApp sembra prendere spazio.

Questo perché i social vengono usati soprattutto come strumento di comunicazione: lo dice il 74% del campione. Ed ecco infrangersi un altro di quei pregiudizi sui ragazzi, etichettati come quelli che trascorrono ore sui social buttando via il tempo.

La vecchia telefonata è ormai tramontata e per scambiarsi i compiti o per darsi appuntamento o ancora per esprimere una confidenza i ragazzi preferiscono usare la chat.

Chi fa il maestro sa bene quanto questi dati rispecchino la vita reale: “Domani c’è da studiare la Lombardia, maestro?”. Un tempo non avrebbero potuto contattare l’insegnante digitando sul telefonino il dubbio, oggi i “telefonini” di chi accetta di “stare” nel loro mondo, sono pieni di questi messaggi.

Copiare con WhatsApp

Ho recentemente “scoperto” che WhatsApp è diventato persino uno strumento “necessario” alle verifiche: in una scuola dove le prove vengono fatte tutte uguali per ogni classe in ogni plesso, i ragazzi hanno “demolito” il sistema dei docenti, inviandosi copia della prova da paese in paese.

Una vita in Rete utile. Le stesse gloriose bacheche – racconta la ricerca prodotta – sembrano retaggio del passato. Ben 2 giovani su 5 di non pubblicano quasi mai. Quando postano (1 su 4 dice di far così), lo fanno per condividere materiale altrui: articoli, blog, immagini, video. C’è anche un 10% che posta notizie interessanti trovate online. L’uso della bacheca sta cambiando: non più personale ma virale. Addio alla foto in bikini al mare, alla confidenza pubblica.

Nella “rivoluzione” online c’è un dato sul quale vale la pena fermarsi a riflettere: il rapporto con i social inizia presto. Anzi prestissimo. Anche se per Legge non potrebbero iscriversi ad alcuni social network che hanno posto a 13 anni il limite per la “cittadinanza digitale”, la maggior parte dei ragazzi accede, modificando la data di nascita, già nei primi anni della scuola media o persino alla primaria. Secondo l’indagine effettuata di recente da “Sos Telefono Azzurro” uno su due dichiara di essersi iscritto a Facebook prima dei 13 anni.

I “problemi” restano

Restano sul piatto alcuni problemi seri dovuti al tardivo impegno della scuola e all’ignoranza dei genitori.

Partiamo da un dato: il cyberbullismo è un fiume in piena ma non è ancora uscito dagli argini.

Secondo l’ultimo report Istat sul tema, il cyberbullismo è molto meno frequente di altre forme di bullismo perpetrate “offline”

Solo il 22,2% delle vittime di aggressioni da parte di bulli ha dichiarato di aver subìto una qualche prepotenza tramite l’uso delle nuove tecnologie come telefoni cellulari, Internet, e-mail, durante l’anno. All’interno di questo sub-collettivo le azioni ripetute (più volte al mese) riguardano il 5,9% dei ragazzi 11-17enni che hanno subìto atti di bullismo elettronico.

Il problema sono i genitori. “Sos Telefono Azzurro” ha denunciato il fatto che il 12% di mamme e papà non sa cos’è il cyberbullismo e da una recentissima ricerca Censis e Polizia Postale fatta tra i presidi risulta che l’81% dei genitori tende a minimizzare il problema, definendo il fenomeno “una ragazzata”.

Non ci sono dati a disposizione per quanto riguarda gli insegnanti ma sono certo che anche molti di loro non conoscono il fenomeno fino in fondo e non hanno mai sentito parlare di sexting o di fake identities.

È urgente formarsi e informare. Chi lo sta facendo in Italia sono soprattutto le case editrici: “Cyberbulli al tappeto. Piccolo manuale per l’uso dei social” (scritto da Teo Benedetti e Davide Morosinotto) è uno di quei libri utili e necessari a maestri e professori ma anche ai genitori.

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