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Online 24 ore su 24, ci rimane solo il sonno, o forse nemmeno quello

Internet è il mezzo per eccellenza del consumismo 24/7, che fagocita ogni aspetto della nostra vita. Vinceranno i capitalisti?

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

Essere online 24 ore su 24, 7 giorni su 7, fino a non molto tempo fa era una prerogativa esclusiva dei server, ora di tutti noi. Quegli inseparabili compagni che sono gli smartphone ci tengono strettamente legati al sistema mondiale 24/7 che è diventato Internet, per far parte del quale ci viene richiesto di essere perennemente attivi – nel consumare merci e nel fornire informazioni sul nostro conto – e al tempo stesso completamente passivi, se mai ci venisse in mente di mettere in discussione l’ordine costituito.

È un quadro che, per quanto radicale possa sembrare, è realistico, perché nessuno può dubitare che siamo sempre più connessi e che al tempo stesso i movimenti sociali di protesta, specie in ambito giovanile, siano quasi del tutto scomparsi.

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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? E dove andremo a finire? Buoni spunti di riflessione in questo senso – soprattutto dal punto di vista dell’evoluzione storica – ce li fornisce “24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno”, di Jonathan Crary, pubblicato lo scorso settembre in Italia da Einaudi.

Il capitalismo all’assalto del sonno

Crary utilizza due immagini efficaci per definire la prospettiva storica. La prima è quella del quadro Il cotonificio Arkwright di notte, dipinto nel 1782 dall’artista inglese Joseph Wright, nel quale la fabbrica è rappresentata come un edificio multipiano immerso nella campagna incontaminata. Le finestre illuminate anche di notte testimoniano il verificarsi di un passaggio storico: quello di una radicale ridefinizione del rapporto tra il lavoro e il tempo. È l’inizio di un sistema nel quale le operazioni produttive non si fermano mai. Poi, col tempo, siamo passati da una società basata prevalentemente sulla produzione a una nella quale è il consumo a essere centrale. Oggi anche i consumi non conoscono più limiti di tempo e di spazio e ciò si deve senz’altro a internet, ma quale naturale evoluzione di una tendenza già in atto da almeno due secoli e mezzo.

La seconda immagine è quella del passero dalla corona bianca, un volatile in grado di rimanere in stato di veglia per un’intera settimana durante la migrazione, una caratteristica che gli consente di volare durante la notte e cercare il cibo di giorno, senza riposarsi mai. Pare che il dipartimento della Difesa americano abbia investito notevoli risorse, in collaborazione con diverse università, per studiare il cervello di questo animale, con la speranza di trarne indicazioni utili per i propri soldati. Questi ultimi, con la loro irriducibile umanità, sono ormai diventati la componente “debole” di forze armate nelle quali sono le macchine (ad esempio i droni) a essere i veri protagonisti.

Stimolanti vs riposo

Nonostante sia largamente diffuso tra i lavoratori della conoscenza l’uso di farmaci stimolanti come il Provigil, che ampliano a dismisura l’orario lavorativo settimanale, il sonno è l’unica area della nostra vita ancora rimasta immune da questo insaziabile sistema di consumo 24/7. Ma è in atto un vero e proprio attacco anche al sonno, e ce ne stiamo accorgendo tutti. Anche se di notte non indossiamo il bracciale che monitora il sonno e tralasciamo il controllo dei vari format di messaggistica.

Potremmo anche non attribuire questo accerchiamento a forze oscure come il Capitalismo, quale realtà impersonificata – un nemico contro il quale combattere, insomma – e considerarlo più un sistema del quale siamo tutti un po’ complici. Persino il più specifico concetto di neoliberismo ha in realtà contorni molto sfumati.

Ma rimane il dato di fatto che il consumismo 24/7 è una forza con un enorme potenziale distruttivo.

Dell’ambiente, in primo luogo, con il progressivo esaurimento di beni come la biodiversità, l’acqua, i terreni e le varie risorse naturali. Ma anche della nostra sfera emotiva.

Crary sottolinea la continuità tra televisione e internet. L’avvento della prima ha comportato il più grande e repentino cambiamento negli stili di vita mai registrato nella storia. Accendere la TV, in fin dei conti, non è altro che un avviare un contatto prolungato con una sequela di stimoli luminosi, i quali ci fanno scivolare verso un vuoto emotivo dal quale poi è difficile liberarsi. Con i media digitali non è poi così diverso. In ogni momento della nostra vita si crea una dialettica tra una situazione protetta – all’interno di quel “bozzolo” che è la nostra identità digitale – e la realtà contingente, nella quale dobbiamo affrontare i veri problemi e fare i conti con le nostre vere emozioni, che si manifestano a livello di quella parte sempre più bistrattata e sconosciuta di noi stessi che è il corpo.

Operosità al servizio dell’immobilità

Ma i guai non finiscono qui. Dal punto di vista di un autore critico come Crary, il nostro tempo viene sfruttato di continuo con stimoli di ogni tipo, col fine di massimizzare il nostro rendimento economico. Siamo gli attori – o meglio le pedine – di quella “economia dell’attenzione” che cerca di trasformare in valore ogni movimento dei nostri bulbi oculari, senza distinguere tra orario lavorativo e tempo libero, sfera intima e pubblica, ore del giorno e della notte, spingendoci a trasferire le nostre relazioni sociali su “piattaforme monetizzate e quantificabili”.

Questo continuum del digitale ci traporta in una dimensione dell’indifferenziato, senza vita, inerte, dove l’incessante operosità è al servizio dell’immobilità, piuttosto che della mobilitazione. E dove le nuove forme di connessione tra individui – come i social media – risultano infeconde, se svincolate da autentiche relazioni di prossimità.

Quali strategie di resistenza sono rimaste?

Di questo passo dove andremo a finire? La tipica domanda dell’uomo della strada ce la stiamo ponendo tutti. Un approccio marxista alla Crary rischia a mio parere di spingerci verso un panico immobilizzante, specie coi suoi richiami al “panotticismo” del filosofo francese Michel Foucault (1926-1984). Per Foucault il paradigma che meglio rappresenta la società moderna è il Panopticon, un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, nel quale un unico carceriere può osservare da una postazione privilegiata tutti i movimenti di ogni singolo detenuto.

In realtà tutti siamo parte di questa internet 24/7, che ci richiede in ogni momento un feedback che crei valore aggiunto, come del resto fa questo stesso sito. Una rete – va però detto – nella quale ogni giorno milioni di persone pubblicano gratuitamente contenuti utili agli altri, non necessariamente all’interno delle piattaforme che poi li monetizzano. È una tecnologia che annienta le nostre capacità manuali, ma che al contempo ci rende parte di una promettente intelligenza estesa. Chiari e scuri, insomma.

Il lavoro di Crary è utile piuttosto per dare una prospettiva storica a tutto ciò. Non siamo alla fine della storia, né sta succedendo qualcosa di totalmente inedito, perché molti fenomeni erano già in atto da tempo. L’importante è non rinunciare al nostro irriducibile potere di scelta, giorno dopo giorno, 24 ore su 24, quali individui pienamente consapevoli della nostra realtà corporea, anch’essa irriducibile.

PAOLO SUBIOLI

 

 

 

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