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Banche e flessibilità: la paura del debito italiano è il motivo dello scontro tra Renzi e Schauble

L'Italia indebitata è come una grande famiglia: senza soldi non può investire

Digital Champion di Napoli. Advisor di FIRA nella gestione di StartHope, fondo di venture capital abruzzese da 20M €, che fra il 2014 e il 2015 ha realizzato e completerà circa 30 investimenti e ha promosso l’apertura di un incubatore nella stazione di Pescara. Advisor di Sviluppo Basilicata, società in-house della regione Basilicata, per la gestione del Fondo di venture capital regionale da 8M €. Responsabile di Tech Hub, percorso di accelerazione di startup ad elevato potenziale realizzato dal Banco di Napoli, dalla Federico II e dalla CCIAA di Napoli. Già investment manager per IntesaSanpaolo di Atlante Venture, fondo di venture capital da 25 milioni, e del fondo Mezzogiorno, fondo di private equity da 100 milioni dedicato alle regioni meridionali. Membro del board di Spinvector, Apptripper, e Piscor. Seguo da anni l’ecosistema meridionale delle startup e collaboro con Università, centri di ricerca, finanziarie regionali, acceleratori e incubatori nelle principali regioni centro-meridionali. Fra private equity e venture capital ho gestito, direttamente o indirettamente, più di 50 investimenti. Fondatore del Business Angel Club di Napoli con Digital Magics, Federico II, 012 Factory e Città della Scienza.

La UE ci ripete in continuazione che l’Italia è un paese a rischio, ma i messaggi del premier e i segnali che vengono dall’economia reale sembrano andare nella direzione opposta. Si può sapere che succede?
Questa infografica può aiutarci a comprendere le reali condizioni e le concrete prospettive del Paese. I dati sono riferiti al 2014, ma non è che nel 2015 le cose siano andate tanto diversamente.

Le uscite dello Stato superano gli 800 miliardi l’anno, quasi per metà riconducibili alla spesa pensionistica.

Le entrate, meno di 800 miliardi, sono rappresentate in parti più o meno uguali dalle imposte dirette, da quelle indirette e dai contributi.

Le uscite superano ogni anno le entrate e la differenza, il “deficit”, provoca un aumento dei debiti.

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Questo “vizio” che ha lo Stato dal tempo dei Savoia, di spendere più di quello che guadagna, è il motivo che ha portato il debito pubblico italiano a sfondare già da tempo la soglia dei 2.000 miliardi, per la precisione 2.211 miliardi a novembre 2015 secondo la Banca d’Italia.

Circa un terzo di questo debito è detenuto da investitori esteri e più o meno un quarto del totale scadrà nel 2016 e dovrà essere rinnovato; attenzione, “rinnovato”, non “rimborsato”, ché lo Stato rimborsa i debiti in scadenza sempre con nuovi debiti.
A questo che è il debito “esplicito”, tipicamente rappresentato da titoli di Stato (BOT, BTP, CCT), è necessario sommare il cosiddetto “debito latente”, ovvero la somma delle prestazioni che lo Stato dovrà erogare ai pensionati oggi in vita.
La cosiddetta “speranza di vita”, ovvero la vita media residua dei 18 milioni di pensionati italiani supera statisticamente, grazie a Dio, i dieci anni; lo Stato spende quasi 400 miliardi all’anno di pensioni. Moltiplicando gli anni per la spesa annua, si arriva più o meno a 4mila miliardi di pensioni da erogare agli attuali pensionati, un debito anche questo che scade e si rinnova continuamente. Il debito che scade corrisponde alle pensioni pagate nell’anno, quello che si rinnova corrisponde ai contributi incassati dallo Stato nell’anno.

Per quanto lo Stato faccia sforzi disumani per contenere la spesa, le uscite superano sempre le entrate e il deficit fa aumentare il debito.

La sostenibilità nel tempo di questo debito dipende dalla capacità dello Stato di tagliare le spese e di aumentare le entrate.

I tagli alle spese nessun governo dal tempo dei Savoia ha mai provato a farli sul serio. L’aumento delle entrate passa o per l’aumento della pressione fiscale, intesa come rapporto fra tasse pagate e reddito prodotto, o per un aumento del reddito che genera quelle imposte, ovvero il Prodotto Interno Lordo, il PIL.

Se il PIL aumenta, aumentano le entrate e la sostenibilità del debito, altrimenti le cose si mettono male.

Il PIL si compone di tre elementi: i consumi, gli investimenti e il saldo della bilancia commerciale, ovvero la differenza fra esportazioni e importazioni. Per dirla alla buona, se i consumi aumentano girano più soldi, l’economia accelera, le imprese vanno meglio, pagano più stipendi e tutti, privati e imprese, hanno i soldi per pagare più tasse. Gli investimenti fanno girare soldi e aumentano la produttività, le esportazioni sono soldi che entrano nel Paese, le importazioni soldi che escono.

Da quattro-cinque anni a questa parte il PIL nel suo complesso è più o meno costante; in particolare si è più o meno stabilizzato dopo aver preso una brutta botta nel 2011. Un po’ meno rassicurante è la dinamica delle sue componenti, perché sia i consumi che gli investimenti sono calati sensibilmente, mentre è migliorato il saldo della bilancia commerciale.

Il calo di consumi e investimenti è preoccupante perché essi rappresentano la componente strutturale e più significativa del PIL e perché sono il termometro dell’economia del Paese.

Il miglioramento della bilancia commerciale è invece spesso provocato da fenomeni non strutturali, come il prezzo del petrolio in questo momento. Oggi è così, domani chissà.

In questo contesto, il mostro che dorme è la spesa per interessi, che oggi pesa sulle uscite per poco più di 80 miliardi, con i tassi che sono quasi a zero grazie  alla fine dell’inflazione e ai massicci acquisti di titoli italiani effettuati dalla BCE. Ogni punto percentuale di tasso in più, equivalente a cento “punti base” di spread, costa al Tesoro 20 miliardi, più o meno una manovra, per questo con lo spread a 500 punti stava saltando il banco e la BCE è dovuta correre ai ripari. Ma fino a quando la BCE potrà riempire le proprie casse di titoli italiani?

E l’inflazione? Un aumento dei prezzi, che per ora non è nemmeno all’orizzonte, potrebbe essere la conseguenza di una robusta ripresa dell’economia, e quindi del PIL, ma provocherebbe un aumento istantaneo dei tassi di interesse con conseguenze devastanti per il bilancio italiano. Abbiamo bisogno di una ripresa dell’economia per rilanciare il PIL e le entrate, ma questa potrebbe innescare una ripresa dell’inflazione e un conseguente rialzo dei tassi, che potrebbe annullare e superare l’effetto benefico della ripresa economica sul bilancio dello Stato. Kafka.

Come se ne viene fuori?

Sicuramente non bisogna fasciarsi la testa, perché l’Italia resta una solida realtà industriale

E bisogna dire che in fondo è evidente che in Italia e in Europa non siamo governati da sprovveduti, altrimenti avremmo già fatto default come la Grecia o l’Argentina. Tuttavia, il processo di accumulazione del debito non è più sostenibile e qualcuno prima poi dovrà sopportarne il peso. In altre parole, o lo Stato smette di spendere, nel senso di ridurre fortemente la spesa, processo di fatto già avviato in molti servizi essenziali, pensiamo alle macchine della polizia senza benzina e ai pazienti ricoverati sulle barelle; oppure riduce le pensioni, cosa che è possibile fino a un certo punto e comunque con un costo sociale che potrebbe essere peggiore del risparmio. Oppure, ancora, smette di rimborsare i debiti in scadenza; come si dice, “consolida” il debito, o una parte di esso, liberando risorse importanti ma rischiando la sfiducia dei creditori.

Il vero oggetto dello scontro tra l’Italia e l’Europa

Il problema è di grande attualità ed è al centro della polemica che in questi giorni contrappone Renzi a Schauble, il ministro delle finanze tedesco, il quale pare abbia confezionato un progetto che rischia di innescare la fissione del nucleo nei conti dello Stato italiano.

Il progetto prevede due cose.

La prima è che se uno Stato chiede il salvataggio perché non è più in grado di rimborsare il debito in scadenza, non può contare sull’aiuto della Troika, come è successo per la Grecia, ma deve immediatamente sospendere il pagamento degli interessi e il rimborso del capitale, cioè consolidare il debito: il conto lo paga chi consuma, chi detiene i titoli, non genericamente il contribuente europeo.

La seconda è che tutte le banche che detengono titoli di Stato del paese al quale appartengono (leggi: le banche italiane) dovrebbero accantonare fondi patrimoniali per la quota di quei titoli che eccede il 25% del proprio patrimonio.

Siccome i titoli di Stato italiani nel portafoglio delle banche italiane sono più di 400 miliardi, cioè quasi il 100% del loro patrimonio,

se le banche italiane volessero tenere ancora quei titoli dovrebbero aumentare il capitale,

cioè andare in borsa a chiedere più o meno 300 miliardi agli azionisti. Mission impossible, se solo si pensa che la capitalizzazione dell’intera borsa italiana è pari a poco più di 500 miliardi. Quindi le banche dovrebbero vendere quei titoli, di certo gradualmente, ma dovrebbero venderli, portando alle stelle l’eccesso di offerta di titoli di Stato, che, come insegnano i fondamentali dell’economia, ne farebbe scendere il prezzo, ma un calo del prezzo dei titoli vorrebbe dire un aumento dei tassi, e quindi della spesa per interessi, che per quanto detto sopra lo Stato italiano difficilmente potrebbe sostenere.

Difficile dire se il progetto Schauble sia un’arma per ammorbidire il nostro premier su altri mille fronti, dalla flessibilità di bilancio agli immigrati, ma è certo che tira una brutta aria. Il quadro non è nero, ma non è manco rosa.

 

 

 

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