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L’impegno, il baccano e la solidarietà che hanno riaperto il caso Cucchi e la battaglia per i diritti in Italia

Una conversazione, un po' intervista, per riflettere sulla Giustizia nel nostro paese

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

«Lo Stato se l’è preso vivo e ce l’ha ridato morto»: Ilaria Cucchi non gira attorno alle cose, va dritta al punto. L’ho invitata a Lecce il 30 gennaio in occasione dell’apertura 2016 del nuovo ciclo di appuntamenti della nostra rassegna “Xoff. Conversazioni sul Futuro“. La sala era gremita e quando Ilaria e il suo avvocato Fabio Anselmo hanno fatto il loro ingresso è partito un lunghissimo applauso.

Ilaria chiede da anni la verità.

Incessantemente.

Nient’altro che la verità.

Per suo fratello.

La storia di Stefano è diventata, suo malgrado, molto celebre. Il ragazzo viene arrestato per droga dai carabinieri nel parco degli Acquedotti di Roma la sera del 15 ottobre 2009. Muore una settima dopo nell’ospedale Sandro Pertini. Irriconoscibile nel volto e nel corpo. Il suo cuore si ferma alle 5.30 del 22 ottobre. Immediatamente Ilaria e la sua famiglia sottolineano con forza che Stefano è morto di dolore.

Questa è una storia difficile, in cui la verità è messa costantemente alla prova. Accusa e difesa vanno alla guerra con consulenze eccellenti, testimonianze, verbali, ricostruzioni, perizie, interrogativi, nodi da sciogliere, diritti negati, ipocrisie, procedimenti.

Tutto diverge.

Si dice che un fatto è un fatto, qui no.

La dinamica dei fatti si snoda, infatti, per terreni scoscesi e impervi. E luoghi che mille volte sono stati ripercorsi come una via crucis dalla famiglia di Stefano e che ormai sono puntini di una mappa scomoda per chi non vuole arrendersi alla verità.

Il Parco degli Acquedotti, la caserma di Tor Sapienza, il presidio ospedaliero del Sandro Pertini, il tribunale di piazzale Clodio, il carcere di Regina Coeli, il pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli.

Ilaria è minuta, lucida, sorride, risponde alle domande attenta al peso delle sue parole. Combatte con una determinazione incrollabile. A muoverla non sono solo rabbia e dolore. Lo dice lei stessa che la sua è una ribellione alla irriguardosa mistificazione della verità, affinché Stefano e gli altri che hanno subito la sua stessa sorte, non vengano seppelliti nell’oblio, senza dignità e senza giustizia.

La sua non è una guerra contro lo Stato, ma è una guerra a quegli apparati dello Stato che per proteggersi lo svuotano di tutte le sue funzioni e garanzie. Perché in questo modo la legge non è più uguale per tutti, se poi a essere protetti sono quelli che tra l’arresto e la morte di Stefano hanno innescato un rapporto di causa ed effetto, imputati a vario titolo di lesioni, abuso d’autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio, falso ideologico.
«Vorrei dirti che non eri solo», è il suo mantra che l’ha sorretta in tutti questi anni durissimi e ha scavato nell’amore profondo che la legava a Stefano.

La sua amatissima pecora nera che lottava, tra mille alti e bassi, con la droga e con i suoi fantasmi. Non lo ha mai giustificato, anzi. Lo ha messo a nudo con una sincerità disarmante affinché capissimo tutti che la sua non è una difesa a prescindere. I problemi c’erano e la droga pure.

Ma morire ammazzati di botte e di stenti non ha senso.

È spazzare via, senza pietà, la vita di chi si ama. Dentro questa storia così amara succedono delle cose imprevedibili. La fiducia negli esseri umani minata fino all’osso, risorge – ed è proprio il caso di utilizzare un’espressione così forte – grazie all’avvocato Fabio Anselmo e a Giuseppe Pignatone. Il Procuratore capo della Repubblica di Roma non ci sta alla teoria delle indagini lacunose e pilotate. «Non è accettabile, dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato». Parole queste pesantissime pronunciate in nome di quella ricerca della verità che va perseguita sempre nel rispetto della legge.

Il caso Cucchi si riapre

La sentenza d’appello aveva sancito l’assoluzione piena per tutti gli imputati, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, ma la Corte di Cassazione ha parzialmente annullato la sentenza disponendo il rinvio.
Ci sarà dunque un nuovo processo per cinque medici del Pertini mentre è confermata l’assoluzione per i tre agenti penitenziari.  Va avanti anche l’indagine bis della Procura di Roma che ha iscritto nel registro indagati – a vario titolo – cinque carabinieri.
Senza Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, Ilaria dice che il processo non ci sarebbe stato. Senza di lui sarebbe rimasta sola contro tutti e contro tutto.

Entrambi sono continuamente attaccati perché in molti li percepiscono come una minaccia ai controsensi della nostra giustizia. In realtà Ilaria e l’avvocato Anselmo stanno riscrivendo la storia dei nostri diritti civili. Insieme si battono affinché venga introdotto nel nostro codice penale il reato di tortura, magari una legge che porti il nome di Stefano.
Passaggio questo che a molti, troppi, fa ancora paura.

Fabio Anselmo ha cambiato il passo nel rapporto che questo processo aveva con l’opinione pubblica. I suoi detrattori lo accusano di rendere mediatici i processi, lo additano come “l’avvocato che processa in TV i poliziotti”. Ora, per sua stessa ammissione, soffia sul fuoco dell’opinione pubblica per sollecitarne il controllo. Non si tratta di processi che srotolano la loro liturgia nei salotti buoni della TV, tutt’altro. Si tratta dell’esercizio di un dovere di tutela dei diritti di ciascun individuo perché non esistono vite in eccesso o meritevoli di una morte scontata. È questo è l’unico modo per garantire l’attenzione a processi scomodi che altrimenti verrebbero riposti nel dimenticatoio e celebrati nell’assoluta indifferenza.

Usare i media, i social e ogni mezzo di cui dispone il circo mediatico, diventa una strategia feroce, la forma del racconto diventa sostanza.

Spiazzare, raggiungere pubblicamente e senza filtri il maggior numero possibile di persone, mettere alle strette i detrattori diventa l’unico mezzo per tenere Stefano ancora in vita.

In questa direzione poi le immagini diventano tutto, sono il terreno fertile su cui si gioca la partita della vittoria.
Ilaria lo ha fatto srotolando una gigantografia di Stefano: «Io e queste foto saremo un tutt’uno fino a che la verità sulla morte di mio fratello non verrà a galla».

Il volto di Stefano tumefatto rimbalzando sulle TV, sui principali siti di informazione e contro informazione, sul web ha inchiodato tutti. Dopo mesi e mesi passati a chiedere attenzione e verità, è arrivato il paradosso. Tutti ci siamo sconvolti e ci siamo sentiti coinvolti davanti a quella terribile immagine e non di fronte alla realtà che Ilaria non ha mai smesso di raccontarci.

Le foto storicizzano, testimoniano il nostro tempo, coinvolgono in maniera immediata.

Molti hanno accusato Ilaria di aver esagerato, addirittura strumentalizzato la morte di Stefano.

Alcuni hanno pensato che sarebbe bastato non guardare quella fotografia per dimenticarsi della sua storia. Invece lui era lì. Ecco perché quella sua immagine ha demolito ogni forma di pregiudizio ed è diventata più vera della realtà. È andata oltre il pudore, oltre il dolore.

Dal momento in cui Ilaria ha mostrato la gigantografia del volto tumefatto di suo fratello, questa non è stata più la storia del caso Cucchi, ma la morte di Stefano che per molti, moltissimi è diventato il fratello, lo zio, l’amico da difendere a tutti i costi e Ilaria e la sua famiglia persone a cui testimoniare, incondizionatamente, vicinanza e affetto.

Ilaria ormai è diventata, forse suo malgrado, icona e simbolo delle contraddizioni, delle patologie e dei buchi neri della cultura di questi strani tempi che viviamo. Con i suoi forti tratti televisivi, la sua grande empatia, la semplicità del linguaggio, la ripetizione ossessiva degli ultimi giorni della vita di Stefano, dall’arresto alla sua morte, ha fatto sì che tutti ci arrendessimo all’evidenza delle condizioni in cui Stefano è morto.

Ma c’è di più. Tempo fa ha deciso di postare la fotografia di uno dei carabinieri sotto inchiesta per la morte di Stefano. Un uomo in costume in posa davanti agli scogli con il sorriso compiaciuto per l’esibizione della propria prestanza fisica. Riportare il post che Ilaria ha scritto è fondamentale per capire perché da quel momento in poi si è scatenato il putiferio e la solita e consueta divisione su Facebook in tifoserie verbalmente violente in cui tutti vogliono essere i buoni e ritrovare negli altri i cattivi.

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“Volevo farmi del male”, scrive Ilaria, «volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso».

E poi ancora tempo dopo un altro post per smorzare i toni, per spiegare che ogni singolo gesto è dettato dal dolore. La gogna mediatica non c’entra, tira dritta e scrive sempre dal suo profilo. «Non tollero la violenza, sotto qualunque forma. Ho pubblicato questa foto solo per far capire la fisicità e la mentalità di chi gli ha fatto del male ma se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza».

È davvero difficile orientarsi, capire quanto tutto questo sia giusto o sbagliato. La questione sull’uso della rete, e in particolare dei social network  è sempre stata e continua a rimanere complessa, e non è possibile tagliarla con l’accetta.

Il presunto odio che serpeggia in rete punta alla società in cui viviamo, alla storia che ci portiamo dietro e a quello che succede offline nelle nostre vite in un dato momento.

Quello che manca è l’attenzione, la nostra attenzione nel momento in cui sfogare un dolore privato sui social network lo trasforma immediatamente in un’esperienza collettiva, in questo caso fino alla prossima udienza.

A vedere Fabio e Ilaria capisci subito quanta fatica debbano fare per non cedere solo e sempre allo sconforto ed avere ancora fiducia.

La fiducia che non nasce né d’istinto né per caso. In questa storia è figlia di una ricerca, la ricerca per la verità.
È un lavoro di scavo nella miniera della vita e nella molteplicità di quegli elementi che spingono a credere che alla fine ne sarà valsa la pena per Stefano, per la sua famiglia per noi, e per ciascun figlio, fratello, amico che sia pecora nera o prediletto.

GABRIELLA MORELLI

Lecce, 6 Febbraio 2016

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