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Aaron_Swartz_3_at_Boston_Wikipedia_Meetup,_2009-08-18

Tre anni dalla scomparsa dell’hacktivista Aaron Swartz non sono passati invano

Continuare a lavorare su stessi e sul sociale per il cambiamento è il modo migliore per ricordarlo

Tra i primi italiani a saltare online (sul mitico The WELL già nel 1991), mi muovo da sempre tra svariati progetti globali in veste di giornalista, editor, traduttore, attivista e quant'altro; fra l'altro, ho tradotto in italiano testi di Stallman, Raymond, Lessig, Norman, Castells, Lovink, Keen, Zuckerman; un contadino elettrico da anni trapiantato nel Southwest USA.

«No, trasparenza e diritti sulle ricerche accademiche non sarebbero stati abbastanza. Aaron sapeva che per creare un mondo più giusto, occorre integrare conoscenza, libertà e diritti civili come strumenti per il difficile compito di organizzarsi contro il potere costituito».

Questa l’opinione di David Segal, direttore del progetto non-profit Demand Progress, lanciato insieme ad Aaron Swartz alla fine del 2010 dopo il successo dell’ampia mobilitazione contro il disegno di legge Usa iper-restrittivo della libertà online. Sì, proprio il SOPA (Stop Online Piracy Act) divenuto uno degli snodi nevralgici dell’attivismo di base su temi scottanti soprattutto in Usa, quali internet freedom, open government, corruzione politica e riforma economica. Lo stralcio proviene dall’antologia che raccoglie decine di scritti di Aaron (e annessi interventi altrui) su temi e situazioni varie, appena uscita in occasione del terzo anniversario dalla morte, con il significativo titolo di Il ragazzo che potrebbe cambiare il mondo.

SWARTZ-INTERNET

Già, perché possiamo (e dobbiamo) ancora cambiarlo questo mondo, anche a suo nome e grazie al suo lascito tanto eclettico quanto preciso, dagli scritti alle tante iniziative sul campo. Tenendo conto che il percorso per l’affermazione della giustizia e dell’uguaglianza sociale, che animava ogni pensiero e ogni azione di Aaron, richiede un impegno continuo e su molti fronti contemporaneamente. È proprio quello che emerge da questa raccolta, dove i suoi spunti e riflessioni mettono a nudo, in maniera intelligente e approfondita, le tante falle del mondo software e imprenditoriale, dei conglomerati multimediali e dei governi, del sistema scolastico e molto altro.  Puntando così a sfidare non solo l’odierno sistema sociale occidentale, bensì anche le nostre stesse concezioni del mondo e del cambiamento possibile. Insistendo sulla fine della delega e della maggioranza silenziosa, mentre

Il punto rimane quello di darsi da fare in prima persona, qui e ora, anziché limitarsi a fare il tifo per qualcun altro.

Oppure a stare a guardare dal marciapiede o dagli schermi sempre più ridotti dei nostri device.

Da SecureDrop all’Open Access via Kickstarter

D’altronde già nel 2012 Aaron Swartz aveva messo a punto, insieme a Kevin Poulsen, il prototipo di un progetto che sarebbe poi divenuto SecureDrop: una vera e propria piattaforma open source dedicata ai whistleblower di ogni parte del mondo intenzionati a svelare pubblicamente casi di corruzione.

Un sistema per caricare online documenti scottanti o segreti, in maniera del tutto anonima e sicura.

E di farlo direttamente nella cassetta dell’organizzazione mediatica scelta tra le venti testate che finora ricorrono a tale sistema — tra cui ProPublica, New Yorker, Washington Post e Guardian.

Oggi gestito dalla Freedom of the Press Foundation, SecureDrop è divenuto strumento cruciale nell’era post-Snowden, proprio per non dover temere ritorsioni o ostracismi, e come spiega proprio l’ex contractor della Nsa, è giunta l’ora di offrire simili opzioni, sicure e affidabili, a tutti gli utenti e cittadini, all’interno di una strategia anti-sorveglianza che interessa ciascuno di noi, definita OpSec, ovvero “sicurezza operativa per tutti”.

Per raccontare al grande pubblico la storia e le potenzialità di un tale progetto sta per partire la produzione di un docu-film, From DeadDrop to SecureDrop, che ha raccolto oltre 24.000 dollari su Kickstarter, puntando così a «informare e ispirare potenziali whistleblower a entrare in azione la prossima volta che s’imbattono in casi di corruzione che non intendono tollerare e/o di cui non vogliono far parte».

Un’altro fronte aperto da Aaron, e al centro della battaglia globale per l’accesso libero alla cultura contemporanea, rimane quello dell’open access, con quel Manifesto della guerriglia open access che nel luglio 2008 rilanciava al meglio le spinte e le proposte di un vasto movimento emergente. Una battaglia che, per esempio, ora vede Science Hub (particolarmente popolare tra i ricercatori russi) e Library Genesis, siti web che da qualche anno aggirano il tipico paywall per aprire a tutti la conoscenza scientifica, alle prese con un’ingiunzione di chiusura, dopo la querela presentata l’estate scorsa da Elsevier, dove si richiede fra l’altro un risarcimento danni pari a svariati milioni di dollari per presunte infrazioni al copyright. E un paio di mesi fa, l’intera struttura editoriale di Lingua, una delle maggiori pubblicazioni accademiche nel campo della linguistica, si è dimessa in blocco come atto di protesta contro le esose tariffe d’abbonamento e il rifiuto di aderire alle pratiche open access, policy confermate dallo stesso editore, Reed Elsevier. Il quale a fine 2015 guidava il redditizio mercato dell’editoria accademica, con un fatturato annuale pari 25,2 miliardi di dollari, mentre due anni fa registrava una percentuale di profitti superiori a quella della Apple.

Strategie per un futuro partecipato

Non è quindi un caso che, grazie alla denuncia di questo quadro monopolista, crescano le iniziative di segno opposto:

la Directory of Open Access Journals oggi elenca oltre 10.000 riviste accademiche a libera disposizione di tutti.

Nel mentre stanno emergendo vere e proprie strategie nazionali (vedesi l’Olanda) contro questi monopoli che vorrebbero lucchettare le ricerche scientifiche, che invece possono rivelarsi importanti e utili per studiosi e cittadini di ogni parte del mondo. E se questi sono alcuni dei frutti che vanno maturando dai semi piantati da Aaron, il passaggio chiave è continuare a proiettarne l’impegno e il messaggio verso strategie future propositive e pragmatiche.

Continuare a lavorare su stessi e sul sociale per il cambiamento è il modo migliore per ricordare Aaron Swartz.

E questo infatti lo spirito che anima le varie iniziative a sua memoria ed è quanto suggerisce il Prof. Lawrence Lessig nell’introduzione all’antologia di cui sopra:

«Lavorava continuamente sulla tecnologia: come farla funzionare e come farla funzionare sempre meglio per la gente. Lavorava continuamente sull’accesso: alla cultura, e soprattutto alla conoscenza, alle cose che si presumeva fossero libere. Lavorava specialmente sulla politica progressista: il modo migliore per parlare di questioni quali la sorveglianza, l’assistenza sociale, come sensibilizzare il pubblico. E tragicamente, stava lavorando su quello che fosse convinto di dover fare, a prescindere dalla legge. Mobilitò gli altri a oltrepassare quello che riteneva essere un limite ingiusto. Fu lui il primo a oltrepassarlo».

 

 

 

Una replica a “Tre anni dalla scomparsa dell’hacktivista Aaron Swartz non sono passati invano”

  1. bernardo parrella scrive:

    anche VICE Media adesso usa SecureDrop, ottima notizia: https://motherboard.vice.com/read/vice-media-now-has-securedrop

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