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Apple, il “lavoro vero” di 600 sviluppatori a Napoli e la Digital Economy italiana

Con le app di Cupertino sono stati creati 1.2 milioni di posti di lavoro in Europa, ma non tutti se ne sono accorti

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

In questo inizio di 2016 ho visto già diversi esempi di quanto in Italia a volte si tenda frettolosamente a boicottare noi stessi, prima ancora di capire bene il valore di ciò che abbiamo in mano.
Mi colpisce ancora di più se a farlo sono gli esperti o la stampa, quella tradizionale e autorevole.
È il caso per esempio della polemica innescata da Massimo Sideri sul Corriere della Sera online, condita da giudizi trancianti sul mestiere di sviluppatore, nella sezione “Innovazione” (ebbene sì).

Ovviamente il bersaglio grande è il Governo e Renzi (d’altronde piove, si sa) ma il discorso che si fa è assai distorsivo rispetto alla realtà.
Basterebbe nel sommario “Con la complicità dei social” e l’incipit:

Cronaca (ex post) di un malinteso che ha «creato» 600 posti di lavoro inesistenti. Oggetto: nuovo centro di sviluppo di Napoli della Apple. Mezzo: conferenza stampa+Twitter+rimbalzo sui media. Danneggiata: l’informazione.

Vediamo i fatti.
Apple decide di aprire un centro a Napoli, il primo in Europa (il secondo al mondo) per la formazione per lo sviluppo di app.
Le app non rappresentano le briciole, si tratta del servizio più remunerativo per la Apple: nel 2015 ha fatturato oltre 20 miliardi di dollari.
Al cambio attuale sono più di 18,5 miliardi di euro, quasi due terzi della Legge di Stabilità 2016.
Attenzione solo app, con le quali fattura più che con la musica: questo grafico mostra il divario progressivo negli anni tra app e iTunes nel fatturato Apple.

Di questa cifra nel 2015 si stima che siano arrivati agli sviluppatori complessivamente 14,7 miliardi di dollari (che è circa la metà della Legge di Stabilità 2016).
Apple ad oggi, se ci vogliamo fidare dei suoi dati, dichiara che l’app economy legata al suo sistema ha creato 1,2 milioni di posti di lavoro in Europa attribuibili alla community di sviluppatori e startup.
A questo punto credo sia chiaro quanto conti per Apple la community degli sviluppatori e la relativa formazione.

Dunque Apple annuncia l’apertura del centro a Napoli, vediamo il comunicato che fa il giro del mondo:

È già nella prima riga:

iOS App Development Center in Italy, to give students practical skills and training on developing iOS apps

è facile, credo anche senza conoscere bene l’inglese sia molto chiaro.
Ed è un comunicato anche molto facile da trovare.
Può un esperto o un giornalista o una testata che si occupa di tecnologia e innovazione non ritrovarlo? Mi sembra difficile.

Dunque il nostro Presidente del Consiglio, che ha seguito la vicenda, ne parla e lo fa in questo modo:

Vi faccio la trascrizione del video, come fanno quelli bravi (ho lasciato anche le interruzioni del discorso):

“Apple aprirà a Napoli una bella realtà, una realtà di… di innovazione, di apps, di… credo circa 600 persone se ho visto i numeri, di… di… sperimentazione, veramente intrigante, credo che sia ufficiale che Tim Cook sarà qua…”

Ma attenzione, già nel titolo assegnato al video da Il Messaggero diventa: “600 posti di lavoro”.
È completamente decontestualizzato, ovviamente vuol dire che non solo non hai ascoltato né letto un semplice comunicato ma che non hai idea di come funzioni l’app economy e come si sviluppano le app.

Perché dovrebbero essere assunte 600 persone da Apple in questo caso? Cosa mai dovrebbero fare?

La Apple non sviluppa le app dello Store in proprio (eccetto alcuni suoi pochi vecchi prodotti), lo lascia alla community degli sviluppatori (ripeto: 1,2 milioni in Europa secondo quanto dichiarato dall’azienda).
Insomma parliamo proprio delle basi, non dico del mestiere ma probabilmente anche di una comune cultura nel XXI secolo.

A questo punto le agenzie e le testate iniziano a scrivere allegramente dei fantomatici “600 posti di lavoro”. Lo fa (ahi) anche il Corriere:

Insomma nessuno si prende la briga di verificare alcunché.
Sideri parla di informazione danneggiata ma a me quelli danneggiati sembrano i poveri lettori, anche quelli del Corriere.

Ovviamente se la prende col Governo che non ha smentito o precisato, insomma il fact checking lo deve fare il Governo.
Una sorta di super controllo finale se hanno tutti scritto la cosa giusta e se hanno capito cosa è un’app.
Di più, scrive:

“ i 600 posti di lavoro hanno iniziato a surfare sulla rete e sui media, complice la brevità dei tweet e la sintesi dei titoli.”

Quindi è anche colpa di Twitter, troppo sintetico per capirci qualcosa.
Maledetti 140 caratteri, per fortuna che adesso arrivano i 10.000
Va bene.
Dulcis in fundo,

“Toccherà a loro dopo il corso cercarsi un’occupazione che però, in quanto sviluppatori, sarà probabilmente non un vero «posto di lavoro», almeno per come tutti noi intendiamo il termine.”

Lo sviluppatore di app iOS non costituisce vero posto di lavoro?
E perché? Come lo intendete “voi”?
Qui secondo me c’è il vero danno culturale nel proporre ai lettori un pezzo del genere in Corriere Innovazione, con l’aggiunta di esperti e addetti ai lavori che vi si accodano, tagliando sostanzialmente il ramo su cui siedono.

Il modello di lavoro sta cambiando e la Sharing Economy, l’App Economy, le Startup rappresentano opportunità soprattutto per i giovani in Italia, soprattutto al Sud, di emergere e fuggire dai vincoli che stanno tutelando molto più i padri e i pensionati che loro.

L’Italia ha un tesoro di talenti nei nuovi ambiti digitali usciti dall’università, soprattutto al Sud, e l’idea di attirare le grandi corporation con questo tesoro, invece di lasciarli andare via a lavorare a Dublino, Londra, Amsterdam, è semplicemente geniale.
Forse è la prima volta che abbiamo davvero una strada per la Digital Economy in Italia.

Ovviamente chi associa con faciloneria questo ambito al problema del precariato non sa di cosa parla e rischia di dare informazioni sbagliate proprio ai nostri talenti.
Le opportunità oggi ci sono e aumentano anche qui quelli disposti a investirci soldi (l’investimento di Cisco ne è un altro esempio), la realtà è molto più dinamica di come qualcuno la vuole descrivere.
Gli sviluppatori sono il cuore della Digital Economy, sono imprescindibili, le grandi aziende li inseguono e arrivano addirittura a fare acquisizioni (definite acqui-hiring) milionarie delle loro piccole società pur di aggiudicarseli.
Chi pensa che oggi nella Digital Economy si trovi lavoro come nel secolo scorso inviando il cv ed “entrando in azienda” deve fermarsi un attimo e aggiornarsi.

Non è questo il luogo e sarebbe lungo ripercorrere quello che ormai nel 2016 è una realtà a livello mondiale ma voglio dare alcuni spunti.

Già diverse ricerche mostrano gli effetti dell’App Economy nella vita di tutti noi.
Si tratta di benefici già ben evidenti nel settore del TRASPORTO e della MOBILITÀ, dell’ENERGIA e del risparmio, della SALUTE e dell’ISTRUZIONE.

Il risparmio di tempo nella nostra mobilità quotidiana grazie all’App Economy è rilevante.
Una ricerca di Deloitte del 2013 quantifica il risparmio annuale solo nella città di Londra grazie alle app del settore in una cifra che va dai 15 milioni ai 58 milioni di sterline.
Proiettandolo a livello europeo e aggiornandolo si tratta di un risparmio complessivo di 5,7 miliardi di Euro nel 2015.
Questo è l’effetto di quello che non sarebbe un lavoro vero.

Mentre soffochiamo nelle polveri sottili delle caldaie a pellet (roba da XVIII secolo) le app dedicate all’energia permettono un risparmio nel riscaldamento domestico di almeno il 10–12% (altri lo rilevano fino al 26%).
Anche questo è l’effetto di quello che non sarebbe un lavoro vero.

Le app dedicate alla salute permettono di risparmiare non solo tempo ma vite umane.
L’uso di app su iPod invece di fogli di carta in due ospedali pilota britannici nel 2014, segnala il British Medical Journal, ha permesso di salvare 750 pazienti in un anno.
Andiamo a chiedere a queste 750 persone se, secondo loro, gli sviluppatori delle loro app fanno o meno un lavoro vero.
Probabilmente ci guarderebbero con compassione.
Non solo, società di ricerca specializzate come IDC prevedono che per il 2018 il 70% delle organizzazioni sanitarie nel mondo avrà investito in app del settore.
Cosa pensate debbano studiare o in cosa si dovrebbero specializzare i nostri giovani?

Mi fermo per non annoiarvi troppo ma immagino sia più chiaro perché dovremmo puntare di più sulla digital economy e non di meno.
Perché dobbiamo aprirci, non chiuderci, e mettere in discussione tutti i nostri vecchi modelli e farlo soprattutto per la prossima generazione.

Credo anche sia chiaro perché non solo lo “sviluppatore di app” (sia esso professionista, esperto o startup) sia un lavoro vero ma sia un lavoro che abilita e induce altri posti di lavoro in diversi settori e sarà il metro su cui misureremo non solo la nostra innovazione ma la nostra competitività a livello mondiale.

Se l’italia può rinascere, lo può fare solo da qui con una forza lavoro sempre più professionalizzata, competitiva, esperta, disintermediata, vitaminizzata da tanta formazione continua e non affidarci più al lavoro del “pezzo di carta” a bassa competenza e alta sostituibilità del secolo scorso.

Gli esperti, gli addetti ai lavori, i giornalisti che non percepiscono questo salto quantico sono destinati a capire sempre di meno del mondo che li circonda e rischiano di restituire un’immagine distorta della realtà.

LUCA ALAGNA

Prima pubblicazione: Medium

 UPDATE:

Secondo il debunking informativo svolto da Valigia Blu segnaliamo che Renzi ha tuttavia parlato di posti di lavoro a Porta a Porta il 21 gennaio. «C’è il Sud, oggi una grandissima azienda la Apple, ha annunciato che farà un investimento a Napoli per l’innovazione e le applicazioni, una cosa molto bella, 600 posti di lavoro a Napoli, quindi una cosa che dà senso di fiducia nel paese».

Una replica a “Apple, il “lavoro vero” di 600 sviluppatori a Napoli e la Digital Economy italiana”

  1. Guido Santoro scrive:

    bell’articolo!

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