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Meno convegni, più hackathon: così gli open data diventano sexy. #thebighack

Avvocato e geek. Grazie alla felice intuizione di uno dei miei Maestri, sono riuscito a fare delle mie due passioni una professione: mi occupo di diritto delle nuove tecnologie e di innovazione nella Pubblica Amministrazione, in particolare dei profili giuridici dell’e-gov e dell’open-gov. Ne parlo nelle aule delle Università e dei Tribunali e ne scrivo sulla carta e, soprattutto, sul Web. Anche qui.

“Meno convegni, più hackathon”.  Questa è una delle lezioni più importanti che ho imparato negli ultimi cinque anni di discussioni ed esperienze in materia di Open Data, specialmente in Italia. Nel nostro Paese, infatti, non sono mai mancate le dichiarazioni di principio su quanto fossero importanti i dati aperti: politici ed amministratori non hanno lesinato comunicati stampa e dichiarazioni pubbliche in cui  promettevano di pubblicare i propri dati in formato aperto.

- Credits: Opensource.com

Credits: Opensource.com

Tuttavia, alla prova dei fatti, gli open data sono stati frutto di un’episodica attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni (che molto spesso si limitava al lancio di portali che contenevano dati esigui e poco importanti), ma non sono ancora diventati una prassi amministrativa così come dimostrano tutti gli scoreboard internazionali in materia (e il fatto che solo circa 90 su oltre 8 mila Comuni pubblichino dati aperti).

Questo ha significato che, fin qui, gli open data hanno avuto uno scarsissimo impatto sia in termini di trasparenza ed efficienza dell’amministrazione sia per la crescita economica.

I DATI APERTI SI NUTRONO DI ESEMPI VIRTUOSI PIÙ CHE  DI PAROLE

Senza dati ‘sexy’ è difficile creare applicazioni e servizi. Ecco perché è stato importante The Big Hack, il grande hackathon italiano che si è tenuto sabato e domenica a Roma, proprio nella settimana che precede la Maker Faire 2015.
The Big hack era una sfida rivolta a sviluppatori, ingegneri, designer, startupper, studenti, civic hackers per trovare – anche grazie agli open data – soluzioni creative a piccoli e grandi problemi.

Si è trattato del primo hackathon organizzato, tra gli altri, dall’Agenzia per l’Italia Digitale: di un ulteriore indizio del fatto che – negli ultimi mesi – vi sia maggiore consapevolezza su quello che serve al nostro Paese per una completa adesione al paradigma degli Open Data.
Non solo una nuova versione del portale nazionale dei dati aperti, ma la pubblicazione di dati importanti, come quelli del dissesto idrogeologico e della spesa pubblica.
Sempre più spesso la pubblicazione di questi dati è accompagnata dalla realizzazione di strumenti di visualizzazione che consentono a tutti, anche a chi non ha le competenze specifiche, di poter consultare i dati in modo intuitivo.

È questo il caso di soldipubblici.gov.it, il portale che riutilizza i dati di SIOPE e che ha fatto registrare numeri considerevoli: solo nei primi sei mesi, sono state oltre 10 milioni le ricerche che cittadini e giornalisti hanno effettuato per verificare la spesa delle pubbliche amministrazioni locali. Un solo sito web ha risposto a 10 milioni di domande, domande che – senza open data – sarebbero rimaste insoddisfatte, contribuendo ad alimentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Ma ancora non basta. Il nostro Paese deve ancora sperimentare che i dati aperti non sono soltanto uno strumento di trasparenza, ma anche il presupposto per l’erogazione di servizi pubblici in modo innovativo.

Ecco perché The Big Hack è stato uno snodo importante. In 48 ore, infatti, i partecipanti hanno lavorato per:
1. minimizzare il rischio di incidenti e infortuni al personale che lavora in ambito industriale;
2. migliorare l’esperienza turistica, favorendo la fruizione di tutte le informazioni relative ai trasporti;
3. creare applicazioni che partendo da dati della PA, consentissero agli utenti di accedervi in modo più utile e intuitivo (una delle applicazioni che ha vinto, ad esempio, si chiama ‘Eat (it)’ e riutilizza i dati dei prodotti agroalimentare per valorizzare il ‘made in Italy’).

L’EVOLUZIONE DEGLI OPEN DATA CHE FA RIMA CON LA DEMOCRAZIA

Tutto grazie agli open data che rendono possibile un’evoluzione del concetto di democrazia: non è più (solo) l’amministrazione – secondo una logica paternalistica – a decidere  cosa possa servire ai cittadini, ma sono questi ultimi a chiedere e progettare direttamente alcuni servizi.

Certo, un solo hackathon non risolverà tutti i problemi della PA italiana, ma – senza retorica – può essere un segnale importante.
Se, grazie alle app sviluppate, le persone capiranno che gli open data sono importanti magari inizieranno a richiederli con maggiore forza alle amministrazioni.

Quelle stesse amministrazioni che capiranno l’importanza di pubblicare i dati grazie ai quali qualcuno – senza complesse e poco utili procedure d’appalto – svilupperà servizi utili per la cittadinanza.

Già, perché ad essere premiati nell’hackathon non sono stati solo gli sviluppatori, ma anche tutte le amministrazioni che hanno accettato la sfida dei dati aperti e che sono state  gratificate dalla realizzazione di nuovi servizi disponibili per i propri utenti.

The Big Hack potrebbe aiutare a far capire anche ai burosauri che i dati non si pubblicano solo per obbligo normativo, ma perché conviene a tutti. Come diceva Pitagora, infatti, se dai vita ai buoni esempi, sarai esentato dallo scrivere delle buone regole.

ERNESTO BELISARIO
Roma, 12 Settembre 2015

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