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8 storie di tecno-artigiani che hanno cambiato vita col web

Sono uno storyteller digitale, appassionato di nuove professioni e comunità in rete. Ho co-fondato l’osservatorio sull’enterprise generated content dell’Università Bocconi e la community Wwworkers.it. Scrivo per Repubblica, Nòva24, Metro, Millionaire. Ho lavorato prima in Vodafone e poi in Technogym. Per Sole24Ore ho pubblicato “TV fai-da-web” (2010), “Wwworkers” (2011), “Vendere con le community” (2012, 2014) e “Social TV” (2012).

“L’amore è il nostro vero destino, il significato della vita non lo si trova da soli ma insieme agli altri”. Così sosteneva Thomas Merton.
E se la chiave di tutto fossimo noi? Se in fondo quel capitale inesplorato che potrebbe fronteggiare la crisi del lavoro, l’avanzata dei robot-elimina-maestranze, l’aumento della disoccupazione si risolvesse nel noi? Se tutto potesse dispiegarsi in quella prima persona plurale? In fondo quel noi ce l’abbiamo sempre avuto a portata di mano, ma mai come oggi proprio quella mano armata di smartphone o qualche altra diavoleria digitale ci consente di metterci in contatto con quel noi, di crescere in modo esponenziale, scalando mercati e interesse, approdando spesso oltre i confini territoriali.

Non deve sembrare un approccio filosofico, ma una metodologia di lavoro.

Almeno così lo hanno interpretato in Puglia, e la declinazione del noi ha permesso ad una stampante 3D di essere messa in vendita nei supermarket per meno di mille euro. Infatti proprio a Bari quattro cooperative giovanili hanno dato vita ad una startup che hanno battezzato come How/Art, per poi siglare un accordo per vendere la stampante 3D open source/QUDA, interamente ideata e realizzata senza alcun contributo pubblico. “Siamo cooperatori convinti e crediamo che anche il mercato della grande distribuzione sia pronto al grande balzo verso l’innovazione. In questa prima fase ci si rivolge ad un target di nicchia, ma le stampanti 3D stanno entrando ormai negli studi professionali di geometri, ingegneri, architetti e nelle scuole”, ha dichiarato Raffaele Giancipoli, presidente di How/Art.

Quelle nuove tecnologie che vengono spesso apostrofate come il male assoluto (vedi il dossier pubblicato pochi giorni fa sull’Atlantic) conterrebbero una chiave di successo, un modello di esperienza. “Un mondo senza lavoro”, ha titolato l’Atlantic.
E così ha argomentato: “Per secoli, gli esperti hanno previsto che le macchine avrebbero preso il posto dei lavoratori ormai obsoleti.

Quel momento potrebbe essere arrivato.

Negli ultimi anni alcuni economisti e tecnologi hanno avvertito che l’economia è in prossimità di un punto di svolta: scrutando in profondità si registra una forte automazione e un utilizzo sempre più spinto di robot in sala operatoria o dietro il bancone di un fast-food. Si immaginano di fatto automobili guidate da sole che si snodano per le strade e ancora droni che sorvolano il cielo, in sostituzione di milioni di conducenti, stoccatori, autisti, magazzinieri e lavoratori di vendita al dettaglio. Le capacità dei computer continuano a moltiplicarsi, mentre il loro costo continua a diminuire. E la diffusa scomparsa di lavoro potrebbe inaugurare una trasformazione sociale diversa da tutto ciò che finora abbiamo visto”.

Una possibile soluzione di fatto la stiamo già sperimentando forse senza nemmeno accorgercene e senza aspettare l’autorizzazione preventiva di qualcuno: stiamo provando a unire le forze, a creare alleanze, a non restare soli. La prova di quel noi la trovo ogni giorno in decine di storie che si susseguono nelle pagine di wwworkers, la community di lavoratori della rete: in tanti già oggi di fatto declinano il lavoro con quel pronome personale plurale, capendo che l’uomo solo al comando, il one-man show, il solista non funzionano più. Dario Di Vico dalle colonne del Corriere della Sera ha commentato alcuni numeri previsionali sul lavoro. Una visione prospettica molto negativa, stando almeno a come ci disegnerebbe il FMI da qui ai prossimi vent’anni. Di Vico rimarca un concetto: “La nuova rivoluzione delle macchine mangia il lavoro o quantomeno non ne produce in misura significativa. Il meglio dell’impresa italiana, le multinazionali tascabili che solcano i mercati globali, sono capaci più di produrre valore che occupazione. Grazie alla ristrutturazione fatta durante la crisi sono diventate delle autentiche lepri, veloci ma anche tanto snelle. E di conseguenza se le imprese più innovative non sono labour intensive, per garantire larga occupazione bisogna pensare ad altro”. Riflessioni anche condivisibili che si intrecciano con quanto scritto dall’Atlantic. Ma quel noi citato in testa al post potrebbe essere in parte una risposta, un modo di fare oltre che di essere.

D’altronde che l’unione faccia la forza lo si dice da tempo: punti di vista diversi possono aprire sentieri inesplorati e esporci ad approcci differenti rispetto ad uno stesso problema. Di fatto il noi consente soluzioni più innovative. Lo ha spiegato bene Saul Miller, psicologo nordamericano autore del bestseller ‘Why team wins’: Miller sostiene che la parola team sia l’acronimo di Together Everyone Achieves More: “Vincere non è facile, ma insieme si raggiungono risultati migliori. D’altronde il mondo sta diventando sempre più competitivo e più che mai bisognoso di persone che lavorano insieme in modo efficace per rendere le organizzazioni di successo”, ha affermato Miller, che ha adottato lo sport come potente metafora per il mondo degli affari: per lui non esiste un modello migliore per il successo nel mondo del lavoro che quello sportivo, con la sua cultura delle prestazioni e la sua continua attenzione alla creazione di squadre vincenti.

Così uno più uno non fa più necessariamente due, perché in rete la filiera riesce ad essere più sostenibile, più performante, più scalabile.

E così cambiano i distretti, che mutuano in filiere aperte. E cambiano i professionisti. Nuove reti nascono in modo informale, non necessariamente regolamentate. E da queste alleanze si riscontrano vantaggi oggettivi del fare impresa. L’unione fa la rete, e il vecchio distretto diventa qualcosa di più articolato, uno scambio di prodotti e servizi sempre più declinabili in un mercato globale. Ma attenzione: il concetto di fare rete – quello che ci distingue ancora rispetto ai robot di nuova generazione – non è detto che ci differenzierà ancora a lungo. Come riporta il Wall Street Journal gli scienziati dell’Università di Harvard hanno ideato uno sciame di 1.024 minuscoli robot che possono lavorare insieme, senza alcuna intelligenza centrale a fare da guida. Il lavoro è riportato su Science. Ecco allora che gli umanoidi di nuova generazione potranno farci concorrenza proprio in quell’elemento che per ora ci distingue: quella capacità di essere noi.

MEGLIO INSIEME CHE TUTTI CONTRO TUTTI

Ma c’è da chiedersi anche altro: negli anni della rete onnicomprensiva, come si declina quel concetto di rete, di squadra, di team? Il paradosso vede oggi profili professionali spesso in conflitto tra loro mettere in piedi nuove alleanze. Ne avevo parlato proprio su Nòva del Sole24Ore qualche tempo, apostrofando queste filiere come modello anti-crisi, perché create dalle ceneri di distretti spesso in concorrenza tra loro. Invece allearsi conviene. Nel pezzo esordivo raccontando la storia di Franco Zullo: questo ex manager di una grande azienda di telefonia mobile un bel giorno ha deciso di aggregare artigiani dislocati anche geograficamente molto lontano. E di farli uscire di fatto dalle loro botteghe. “Immagina il tuo competitor di sempre che diventa in breve tempo un prezioso alleato. Non un cambio di casacca, perché ciascuno continua a giocare nel proprio campo, ma un’alleanza strategica. Perché restare soli è pericoloso in questi anni di crisi”: Così ha dichiarato Franco, che ha messo in rete sarti brianzoli e marchigiani con la sua My Personal Dresser, bottega d’eccellenza artigianale a domicilio: direttamente online è possibile richiedere un servizio sartoriale su misura.

Altri due manager quarantenni toscani hanno deciso di mettere online designer e artigiani del legno con Slow Wood, network di professionisti che pensano e realizzano arredi e complementi in legno. Si tratta di Gianni Cantarutti e Marco Parolini: insieme hanno creato un marchio commerciale per veicolare sui mercati del mondo queste produzioni di piccola serie o pezzi unici. “Designer e artigiani stanno scoprendo che mettere in comune le proprie rispettive competenze grazie alle nuove tecnologie consente di accrescere il business”, mi hanno raccontato.

L’unione fa la forza, anzi fa la rete.

Perché è innegabile che con le nuove tecnologie si stiano moltiplicando collaborazioni fino a poco tempo fa impensabili. Questo messaggio lo hanno capito anche gli artigiani che assemblano la bici a pedali per il trasporto pesante, chiamata TrikeGo, “In Italia sin dagli anni ’20 erano diffusi i furgoni a pedali. Oggi dal nord-Europa agli Stati Uniti stiamo esportando nel mondo un modello di mobilità sostenibile. E lo facciamo grazie al network di artigiani che realizzano un prodotto cento per cento italiano”, mi ha raccontato Francesco Casoli, quarantaduenne startupper, anche in questo caso rigorosamente su due ruote.

Oggi TrikeGo registra cinque realtà artigianali coinvolte, tre distributori all’estero e un incremento delle vendite del +75% nell’ultimo anno.

STARTUP & FOOD

C’è chi poi ha pensato di aggregare esperienze legate al food on the road. E di mettere di fatto in rete i food truck italiani. Lo startupper in questione si chiama Giuseppe Castronovo, ha trentanove anni, è nato ad Agrigento, ha vissuto a Milano, Roma, Firenze e in Australia. Streeteat è il suo progetto: si tratta del primo aggregatore dei food truck italiani con tanto di geolocalizzazione, menù in italiano e in inglese e attività. Tutto in un’unica app.

I ragazzi di Streeteat

In Italia i food truck sono arrivati a quota 300 e Streeteat già da oggi vede un team di 10 persone, tra collaboratori interni ed esterni. Si tratta di un’applicazione (per iOS e Android) che geolocalizza i food truck e questo strumento affianca anche una serie di servizi che hanno lo scopo di supportare i nuovi imprenditori di questo settore nello sviluppo della loro idea di business. Ora Streeteat si prepara per il lancio a Londra entro la fine del 2015. “Nella nostra app sono presenti solo realtà di qualità, selezionate attraverso un’accurata selezione. Si tratta di realtà particolari, che propongono ad esempio la cucina tipica di una regione o delle rivisitazioni originali di piatti e che spesso coinvolgono anche degli chef professionisti”, ha precisato Castronovo.

Eva De Marco

Eva De Marco

Un altro caso di successo, sempre focalizzato sul food ma declinato verso il biologico l’ha realizzato una giovane friulana già raccontata in passato anche su Che Futuro. Eva De Marco ha deciso tempo addietro di mettere insieme i mercatini bio, geolocalizzandoli. Tutto è iniziato nella sua città, Udine. E da un’esigenza concreta. Eva, trentacinquenne e startupper, aveva bisogno di trovare un mercatino a chilometro zero. Così con le competenze da ingegnere e la passione da informatica ha deciso di crearsi L’orto in Tasca, un’applicazione che permette di geolocalizzare il rivenditore di verdura più vicino. “L’app facilita l’esperienza di acquisto perché mappa direttamente le aziende agricole, i prodotti e le relative offerte speciali”, ha affermato Eva, che ha raccolto in crowdfunding ben settemila euro. D’altronde i numeri le hanno dato ragione sin dall’inizio: di aziende agricole che fanno vendita diretta in Italia ce ne sono circa 170mila, ma spesso è difficile trovarle. “Attraverso il portale web ogni azienda agricola, attraverso un account e una password, può gestire facilmente le informazioni relative alla propria attività e in qualsiasi momento anche i prezzi dei prodotti in vendita”.

I TECNO-ARTIGIANI

Dai mercati ai mercanti. Storie di artigiani tecnologici che lavorano sodo, si mettono in gioco, studiano nuove soluzioni legandole all’innovazione tecnologica. E spesso ce la fanno. ”L’artigiano tecnologico è colui che inizia ad utilizzare tecnologie per poter arrivare all’eccellenza”, ha affermato Giovanni Re, da dodici anni community manager di Roland, azienda che ha messo in rete gli artigiani tecnologici con una community che conta 8700 aderenti da ogni angolo d’Italia. Da Acquaviva Picena – a pochi chilometri da San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno – la squadra si snoda in tutta Italia. “Siamo dei produttori di tecnologie digitali che sono state adottate da tante famiglie di artigiani: si va dal carrozziere al falegname, dall’odontotecnico al decoratore, fino al comunicatore visivo e pubblicitario. Abbiamo tutta una gamma di servizi, frese, stampanti 3D, modellatori, stampanti piane”.

Artigiani e professionisti che fanno rete nei nuovi luoghi di aggregazione professionale. Rispondendo anche a nuove richieste del mercato. E la declinazione del noi può non finire mai di stupire. Superando steccati forse in passato impensabili da abbattere. E dando di fatto vita ad un nuovo modello di rappresentanza. Così l’ultimo avamposto del fare rete è farla con le reti delle reti: sembra uno scioglilingua, ma in realtà il virtuosismo sta proprio nell’aggregare professionalità differenti, percorsi anche territorialmente vicini (ma spesso lontani) e votarsi al confronto. Lo sanno bene a Torino dove si sono inventati Yes4TO, ovvero un tavolo che aggrega 18 associazioni di giovani imprenditori e professionisti del territorio torinese in rappresentanza di oltre 18.000 persone.

Il team di Yes4TO

Il team di Yes4TO

Yes4TO nel corso dei mesi passati ha organizzato ben dieci incontri nelle scuole secondarie superiori di Torino: al centro degli incontri la cultura del fare impresa, con il coinvolgimento di un centinaio di giovani imprenditori e ben 1200 studenti, di cui circa 300 hanno fatto visita in azienda. Insomma, quelli di Yes4To hanno capito che il grosso passa per la formazione, per il capitale umano. Insomma, occorre educare a fare rete.

GIAMPAOLO COLLETTI
Milano, 3 ottobre 2015

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