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Quattro cose che ho imparato lavorando al Sud su open data e beni culturali

Economista, apprendista scienziato delle reti, runner. Mi occupo di economia creativa e digitale, con un forte interesse per le politiche di sviluppo. Collaboro con il Consiglio d'Europa e l'European Center for Living Technology. Sono stato musicista rock con i Modena City Ramblers e i Fiamma Fumana, ma sto cercando di smettere.

Mi sono appassionato alla discussione sul Sud lanciata da CheFuturo e Riccardo Luna. Intanto perché è oggettivamente importante: fin dai tempi dell’unificazione, la questione meridionale, come veniva chiamata allora, è il problema, il terreno su cui si decide il futuro dell’Italia. E poi perché mi interessa personalmente, in quanto economista italiano del nord che ama il sud e che al sud ha lavorato tanto.

Credits: www.twinklespictures.com

Credits: www.twinklespictures.com

Riccardo Luna propone agli innovatori di condividere un progetto e realizzarlo: vorrei contribuire anch’io alla riflessione. Lo faccio a partire da OpenPompei, un progetto che ho diretto negli ultimi due anni e che mi ha permesso di osservare da vicinissimo l’introduzione di pratiche digitali avanzate in un punto nevralgico del sud. Nevralgico dal punto di vista geografico: Pompei, la Campania, con tutta la ricchezza e tutti i problemi di quell’area. Nevralgico dal punto di vista economico: il parco archeologico di Pompeii, simbolo della storia e della bellezza che costituiscono un’importante risorsa per il Sud.

OPEN POMPEI, IL NOSTRO PROGETTO IN OTTO PASSAGGI

OpenPompei si avvia alla fine. È stato un progetto entusiasmante e difficilissimo: voluto dall’allora ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, era stato pensato come un piccolo progetto di supporto a uno molto più grande: il Grande Progetto Pompei, 105 milioni di euro per il consolidamento, la messa in sicurezza e il restauro del famoso parco archeologico di Pompei. Il Grande Progetto ha due obiettivi: il primo è spendere bene le risorse disponibili per assicurare il futuro a lungo termine del parco; il secondo è tenere la camorra lontana dagli appalti. Per raggiungerli, è stata montata un’alleanza inedita tra la Commissione Europea (finanziatore principale dell’iniziativa), i ministeri dello Sviluppo Economico, dei Beni Culturali, degli Interni, e l’Autorità anticorruzione, con un modello di sicurezza particolarmente difficile da penetrare per le aziende legate alle mafie.

Il compito di OpenPompei è agganciare il Grande Progetto Pompei alle politiche nazionali ed europee di dati aperti e governo aperto. In questi due anni, se pure sulla scala locale di Pompei, abbiamo seguito una strategia molto simile a quella proposta da Riccardo Luna per l’intero Sud: condividere progetti (nel nostro caso progetti di dati aperti e civic hacking) e realizzarli. Per fare questo, ci siamo guardati intorno e abbiamo cercato di valorizzare le esperienze esistenti; solo quando abbiamo individuato bisogni completamente scoperti abbiamo montato iniziative nuove, e anche in quel caso abbiamo sempre coinvolto chi stava già lavorando in quegli ambiti. Le cose principali che abbiamo fatto sono:

  1. Costruire il sito open data del Grande Progetto Pompei, in cui i dati finanziari relativi alla spesa dei famosi 105 milioni di euro sono tracciati, appalto per appalto, contratto per contratto, offerta per offerta.
  2. Portare a Napoli A scuola di OpenCoesione, un’iniziativa per introdurre nelle scuole la pratica di usare i dati aperti per monitorare la spesa pubblica e capire i territori.
  3. Contribuire al lancio della straordinaria esperienza di Confiscati Bene. Nato come progetto della comunità italiana open data insieme a OpenPompei, Confiscati Bene ha scaricato, ripulito e rilasciato come open data i dati del sito dell’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati alle mafie; oggi quel progetto è diventato un’associazione che collabora con Libera per usare gli open data come strumento di informazione per costruire progetti di impresa “pulita”, in grado di dare lavoro legale ai giovani del sud.
  4. Realizzare, insieme ai cittadini di quei luoghi e a Monithon, monitoraggi civici di alcuni beni confiscati alla camorra a Ercolano e Ottaviano – una bella palestra per approfondire il rapporto tra open data e cultura della legalità.
  5. Convincere la soprintendenza a partecipare a WikiLovesMonuments, operazione internazionale di produzione “dal basso” di fotografie dei monumenti del mondo con licenza aperta; organizzato un OpenSafari fotografico e la premiazione delle migliori fotografie italiane insieme alla soprintendenza e alla Fondazione Wikimedia Italia.
  6. Organizzare a Pompeii una scuola di dati aperti per l’archeologia, con docenti di classe mondiale e tanta esperienza di campo.
  7. Riutilizzare le conoscenze apprese in un hackathon archeologico mirato a produrre commons digitali aperti a partire da Pompeii, ma estensibili a coprire siti archeologici in tutto il mondo.
  8. Riunire gli innovatori e i visionari del Sud a Pompeii per partecipare al primo TEDxPompeii, fortemente voluto proprio da Riccardo e organizzato insieme a Wikitalia, alla soprintendenza e alla Direzione Generale del Grande Progetto Pompei. Il tema: “Innovazione nei luoghi inaspettati”. La presenza di Roberto Saviano nel Teatro Grande della città romana ha dato un segnale forte: nel Sud d’Italia, l’innovazione è contro la mafia.

È STATA DURA MA CE L’ABBIAMO FATTA E IMPARATO QUATTRO COSE

Non voglio nasconderlo: è stata durissima. La storia di OpenPompei è, sì, una storia di risultati ottenuti, ma anche di insuccessi: per esempio, è vero che i dati finanziari del Grande Progetto Pompei sono stati rilasciati in formato open, ma non così i dati archeologici. Eppure, l’archeologia e i beni culturali in genere producono dati in continuazione, dalle semplici cartografie 2D fino agli appunti di scavo degli studiosi che hanno esplorato nei secoli Pompei. Praticamente tutti questi dati sono stati finanziati da denaro pubblico; sembrerebbe logico rilasciarli come dati aperti, ma questo finora non è avvenuto. Abbiamo provato a usare la nostra posizione di progetto pubblico per sostenere questa logica e proporre operazioni di rilascio, ma abbiamo fallito.

Quindi: alcune cose hanno funzionato; altre si sono insabbiate tra rimpalli, silenzi e anticamere varie. La domanda è: perché? Cosa possiamo imparare da questa esperienza per aiutare il Sud a ripartire?

Io ho imparato quattro cose

La prima: anche al Sud, i cittadini, le persone comuni, possono e vogliono aiutare. Tutto il percorso di OpenPompei è stato accompagnato dall’entusiasmo e dalla capacità di fare di tante persone – meridionali e no, italiane e no – che amano Pompei, sono dispostissime ad impegnarsi per migliorarla e sono capaci di farlo. Il nostro archeo-hackathon, battezzato SCRIPTORIVM, l’ha dimostrato al di là di ogni dubbio. Gli iscritti avevano le età più diverse, dai 17 ai 50 anni; venivano dai percorsi più diversi; si sono semplicemente presentati, senza dovere partecipare a selezioni. Eppure, hanno prodotto cose molto sofisticate, dal modello 3D della città antica a una specie di Google Street View in formato open (video). È stato evidentissimo, ad ogni passo, che tante persone sentono Pompei come patrimonio anche loro, e vorrebbero farlo vivere organizzandovi lezioni e convegni, o usandola come ispirazione per videogiochi e apps. Con cittadini così attivi e capaci, le istituzioni funzionano tanto meglio quanto più sono in grado di abilitarli a collaborare.

La seconda: le iniziative per lo sviluppo che funzionano bene richiedono diversità e saperi complementari. L’esperto di grido danese o coreano non funziona: lo dimostrano decenni di politiche di sviluppo top-down fallite. La devolution alle élites locali non funziona: lo dimostra lo stato stesso in cui si trova il Sud. Quello che funziona è un’alleanza che metta insieme il sapere globale dei grandi esperti e il sapere locale – in genere non quello delle élites che controllano i territori, ma quello di soggetti molto radicati ma marginali rispetto al potere. Il gioco consiste nell’usare i potenti e prestigiosi alleati “di fuori” per aumentare l’influenza degli innovatori “di dentro”. In questo il Sud Italia ha una grande fortuna: è conosciuto e amato in tutto il mondo, e non è poi tanto difficile imbastire collaborazioni prestigiose. OpenPompei, per esempio, ha ricevuto un magnifico regalo: l’archeologo americano Eric Poehler ha convinto l’Università del Massachusetts a rilasciare in formato open tutti i dati del Pompeii Bibliography and Mapping Project come contributo al nostro hackathon. Non l’abbiamo mai neppure incontrato.

La terza: le condizioni di sistema contano, e molto. I paesi in cui il benessere è elevato non sono tanto quelli con più innovatori generosi e intelligenti; sono quelli in cui le città sono accoglienti per tutti, la burocrazia è ridotta al minimo, l’evasione fiscale è rara, i servizi pubblici funzionano bene, i pagamenti sono puntuali. In questa situazione, insistere sul ruolo degli innovatori mi sembra presenti un rischio: quello di rinunciare a cercare strade per migliorare le condizioni di sistema e sostituirle con una specie di culto degli eroi dell’innovazione. Questo sarebbe fuorviante per noi; iniquo per gli innovatori stessi, che già fanno tanto in condizioni difficili e non credo possano portare anche il peso di salvare il Sud; e assolutorio per gli altri, che non vedono l’ora di potere scaricare sulle spalle di qualcun altro, chiunque, la responsabilità di uscire dalle secche. Nel caso dei dati aperti sui beni culturali, le condizioni di sistema che pesano sono le reticenze non dei dirigenti, ma dei funzionari di fanteria, che possono (e in genere vogliono) bloccare le proposte di apertura semplicemente rifiutandosi di agire, o prendendo tempo.

La quarta: le organizzazioni nuove funzionano meglio. Se i sistemi profondi sono ossificati (accade molto spesso) e non ci sono le condizioni per riformarli (non ci sono quasi mai), un’alternativa è quella di creare strutture nuove, parallele e provvisorie; task forces o simili. Nel caso del Grande Progetto Pompei, ha funzionato molto bene la creazione di una nuova Direzione Generale al MIBACT: una struttura “a tempo”, che verrà disciolta al termine del progetto stesso – un’idea del ministro della Cultura Massimo Bray, che è anche riuscito a selezionare persone capaci e motivate per i ruoli di direttore generale e di soprintendente. A Matera, con una scelta analoga, la candidatura a capitale europea della cultura 2019 è stata gestita da un comitato appositamente costituito; dopo la vittoria, il comitato è stato sostituito da una fondazione.

“Condividere un progetto, e realizzarlo.” In campo beni culturali, l’idea per il Sud di Riccardo è, credo, praticabile. Spero che i successi riportati e gli errori commessi a Pompei, da me e da tanti altri, possano farci da guida lungo il cammino.

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