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Cosa possiamo fare per integrare i rifugiati (anche perché ci conviene davvero che restino)

E' professore di Strategie delle Tecnologie all’Università di Edimburgo (Regno Unito) e ha seguito, fin dalla sua costituzione, la direzione scientifica prima del Consorzio Gioventù Digitale e poi della Fondazione Mondo Digitale. Ha collaborato come consulente e consigliere per diversi direttorati della Comunità europea e ha pubblicato libri, paper, rapporti, modelli e valutazioni. Ha ideato la strategia originale del Global Cities Dialogue, e la Rete Multisettoriale per la Robotica Educativa in Italia. Recentemente ha lanciato l’ambiente fisico-virtuale Phyrtual.org e la Palestra dell’Innovazione (Innovationgym.org), a cui hanno già aderito oltre 100 scuole in tutta Italia.

È da tempo che migliaia di esseri umani di paesi distrutti si mettono in moto seguendo la speranza di una vita migliore e, nel caso dei profughi, semplicemente di rimanere vivi per poter ricominciare. La forza della paura, la disperazione e la speranza di arrivare al posto dove tutto cambierà in meglio è incontenibile e spinge a ignorare o dimenticare tutti i grandi pericoli, perfino la morte. Una volta abbandonata casa e terra natale, i rifugiati hanno solo se stessi – esperienza, educazione, abilità, sogni e incubi vissuti – oltre i pochi averi che normalmente possono portare con sé. Ma hanno innanzitutto fiducia nella solidarietà umana e tendono le mani aspettando che altre mani li aiutino a ritrovare la sicurezza e la possibilità di ripartire, di ricostruire una nuova vita, specialmente per i più piccoli e vulnerabili.

Foto: Vox.com

Foto: Vox.com

La forza e la tenacia della migrazione degli ultimi mesi, oltre alle terribili perdite di vite umane, hanno finalmente imposto all’Europa di confrontarsi con il suo passato, presente e futuro. Un passato fatto di grandi flussi migratori e di tanti rifugiati, un presente pieno di contraddizioni dove si intrecciano la paura, i muri, la crisi, la solidarietà e le braccia aperte, e un futuro incerto, tutto da costruire, non si sa se verso la grandezza o l’irrilevanza.
Nell’epoca della comunicazione globale il flusso continuo di immagini pieni di disperazione e determinazione e l’inaccettabile morte di bambini, donne e uomini ha messo il continente più ricco del pianeta di fronte ad un forte problema di coscienza, ma ha offerto anche un’opportunità di crescita economica e demografica lungimirante. Fortunatamente le due cose messe insieme hanno condotto ad un ripensamento e prodotto un cambio di attitudine nei paesi leader in Europa, a partire dalla svolta della Germania di Angela Merkel. Il risultato è stato un cambio decisivo verso un percorso più solidale e lungimirante. Fino ad ora le richieste di un approccio integrato europeo fatte dai paesi della frontiera mediterranea, come l’Italia, erano poco ascoltate e tutte le proposte per una distribuzione equa dei rifugiati in Europa non suscitavano grande supporto.

È stata la terribile immagine del corpo senza vita del piccolo Aylan a servire da detonatore per una reazione di vergogna e solidarietà da parte dell’opinione pubblica e della politica della maggioranza dei paesi europei.

Fino ad allora aveva vinto la paura, stimolata da settori politici xenofobi e opportunisti in un momento di gravi difficoltà economiche per molti. Non è detto che questo non possa cambiare nuovamente, perché senza una leadership forte e determinata, insieme a misure concrete rapide ed efficaci, continuerà ad esistere una grande provvisorietà e incertezza della sfera politica. La speranza è che il dibattito dell’ultimo periodo si sia definitivamente mosso verso basi più ragionevoli e ragionate, che evidenzino e rinforzino sia il valore morale sia il valore economico di essere solidali con i profughi del nostro tempo.

5 COSE DA NON SOTTOVALUTARE SU EUROPA E IMMIGRAZIONE

Tra i principali argomenti a favore della solidarietà ci sono senz’altro:

1. La riaffermazione dell’Europa come uno dei continenti leader dell’umanità, capace di dare una guida solidale e concreta basata sui diritti dell’uomo consacrati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazione Unite e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Può veramente l’Europa (e l’Italia) chiudersi davanti alla più grande sfida umana di questo secolo, per poi guardarsi indietro tra dieci, venti anni e scoprire che ha tradito tutto ciò che le sue radici illuministe e cristiane richiedono? Siamo di fronte ad una sfida che punta al cuore stesso di ciò che l’Europa aspira ad essere per lo sviluppo dell’umanità. Juncker lo ha detto: “L’Europa che non vorrei mai vivere è quella di chi rifiuta la solidarietà.” Per la Germania la svolta solidale ha avuto un beneficio immediato: in un solo colpo ha cambiato l’immagine di nazione poco solidale ed egoista che si era guadagnata durante la crisi greca.

2. L’occasione dell’immigrazione a sostegno della sfida demografica ed economica che deve affrontare l’Europa e l’Italia. Il basso tasso di natalità e l’invecchiamento della popolazione minacciano la sostenibilità del sistema pensionistico e le conquiste sociali del sistema di welfare. Si è stimato che al 2020, senza immigrazione, l’Europa avrà un deficit di più di 40 milioni di persone in età lavorativa.

3. L’immigrazione contribuisce all’economia italiana di più di quello che costa. Si è stimato che in Italia il beneficio è di quasi 4 miliardi di euro.

4. L’Europa è ancora il continente più ricco del pianeta, con una popolazione che si avvicina al mezzo miliardo. La dimensione del flusso di rifugiati e migranti, pur subendo un’accelerazione negli ultimi due anni, non costituisce più dello 0.1% della popolazione. Non è pertanto l’invasione gigantesca che i venditori di paura vogliono far credere!

5. Il mondo occidentale non è immune da colpe nella genesi del grande esodo di profughi. Gli errori commessi in Iraq, Libia e Siria sono costati la vita a centinaia di migliaia di persone ed hanno distrutto questi paesi, moltiplicando le guerre e le barbarie dalle quali oggi fuggono i profughi.

IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA

Ovviamente, nell’immediato, l’accoglienza di tutti i profughi che arrivano e continueranno ad arrivare sulle nostre coste finché non avranno ritrovato la pace e la sicurezza nei loro paesi di origine è una sfida colossale. Si stima che saranno necessari vent’anni, ma tutto dipenderà dalle risposte che verranno date oggi; purtroppo l’Europa ha chiuso gli occhi per troppo tempo e adesso si trova impreparata davanti a questo flusso immenso. La fretta, inoltre, rende più acute le contraddizioni e le difficoltà, in particolare in un periodo di crisi economica. I gruppi xenofobi cercheranno di incoraggiare il conflitto razziale ed aspettano solo atti di violenza per seminare la paura ed accrescere il loro consenso elettorale.

Se la politica delle grandi nazioni non rimane forte e risoluta all’accoglienza, il rischio di caos è considerevole e minaccia la radice stessa di un’Europa unita.

Le soluzioni operative per affrontare la presente ondata di profughi sono ampiamente conosciute, ma richiedono risorse, concretezza e innanzitutto una leadership politica che sia capace di un messaggio di forte determinazione ed unità europea, per arrivare all’abbattimento dei vergognosi muri che stanno ancora emergendo. Una leadership chiara, unita nel suo proposito di accogliere, riuscirà a mobilitare le risorse solidali della società, come sta dimostrando l’appello fatto da Papa Francesco alle parrocchie della chiesa cattolica. Ci sono grandi risorse solidali negli individui e nelle organizzazioni della società, l’importante è creare una risposta politica coerente e sistematica che serva da guida e da stimolo alla mobilitazione delle stesse. Ciò che non deve succedere è di tornare indietro e chiudersi al primo sondaggio negativo, perché inevitabilmente ci saranno altre difficoltà, considerando la complessità del fenomeno soprattutto in un momento di profonda crisi socio-economica.

Foto: The Guardian

Foto: The Guardian

È importante tenere in considerazione che i cittadini poveri e senza lavoro dei paesi ospitanti possano sentirsi discriminati da una solidarietà economica data ai profughi ma non disponibile a loro. È questo uno degli argomenti preferiti dai personaggi che cercano di sfruttare politicamente la crisi umanitaria. Soprattutto per questo è necessario che ogni rifugiato venga accompagnato verso un percorso di autonomia effettiva, in modo che possa contribuire al più presto alla società che lo accoglie. Non tutti i paesi europei possiedono però strutture che facilitano l’integrazione e l’autonomia del rifugiato nel miglior modo possibile. È per questo che la grande maggioranza dei profughi punta a raggiungere paesi come la Germania e la Svezia.

IO, EX RIFUGIATO

La mia esperienza personale di rifugiato cileno nella Gran Bretagna degli anni Settanta mi ricorda un sistema che facilitava un percorso relativamente rapido verso l’autonomia. Innanzitutto, tutti i rifugiati avevano diritto ai benefici del sistema di welfare britannico, e pertanto ad un income minimo familiare, oltreché a lezioni gratuite di lingua inglese; a coloro invece che desideravano intraprendere carriere universitarie veniva concesso l’accesso a borse di studio. I rifugiati cileni sono stati accolti inizialmente da famiglie britanniche; il tempo dell’ospitalità per coloro che hanno voluto vivere da soli è stato però breve, perché l’autonomia economica e i servizi sociali permettevano di trovare una casa e costruirsi una vita indipendente.

Cosi i rifugiati quasi immediatamente non rappresentavano più un vero costo economico per le famiglie ospitanti.

La cosa importante è che queste opportunità erano parte integrante del sistema di welfare e pertanto aperte anche ai cittadini britannici. Certo, il numero di rifugiati cileni era limitato, circa 3.000, ma allora c’erano anche rifugiati dall’Iran, dalla Grecia, dal Vietnam. Guardando all’Italia, credo che la mancanza di un sistema di welfare per tutti crei inevitabilmente alcune difficoltà, che è importante capire per anticipare misure appropriate. La prima difficoltà che si riscontra è che gran parte dei fondi dedicati ai rifugiati non arriva direttamente a loro: i rifugiati si ritrovano così con poco spazio economico per sviluppare velocemente la propria autonomia. Altra criticità è che i cittadini italiani senza lavoro e senza accesso ad un reddito di welfare universale si sentono discriminati e minacciati nella loro possibilità di una vita migliore. In questo senso la crisi umanitaria può rappresentare un’opportunità per riflettere e disegnare una politica di welfare universale lungimirante, non solo per facilitare l’accoglienza e l’integrazione dei profughi, ma anche per agevolare la flessibilità del mercato del lavoro italiano, offrendo una concreta possibilità di cambiamento senza la paura dell’abbandono.

MENO GUERRE UGUALE MENO PROFUGHI

A lungo termine la vera soluzione al problema umanitario sta nel fermare le guerre e lavorare per lo sviluppo economico delle zone colpite. Questo richiede un accordo geopolitico tra le grandi potenze, oltre che massicci e continuativi interventi economici per recuperare la pace, ricostruire le istituzioni e tutto il tessuto sociale andato perduto. Certamente, cercare di fermare gli scafisti è un passo in avanti, ma comunque ancora lontano da ciò che tutti sanno debba accadere per fare di nuovo di quelle terre luoghi piacevoli dove vivere e far crescere i propri figli e nipoti.

COSA PUO’ FARE L’INNOVAZIONE

Stiamo in fondo parlando di nuovi processi d’innovazione sociale, territoriale, culturale ed economica in cui le tecnologie – in particolare le tecnologie digitali – saranno al centro della sfida. Anche oggi, nel mezzo dell’emergenza, vediamo come il digitale, i telefonini stanno aiutando i profughi non solo a rimanere in contatto con le famiglie ma anche a poter accedere a notizie e informazioni che permettono loro di monitorare l’umore dell’opinione pubblica e muoversi in una forma più consapevole. Come ha detto Anthony Giddens: “I profughi siriani più giovani ed educati che emigrano con il telefonino sono l’avanguardia di un ‘migrante globale’ che fa un uso strategico della tecnologia digitale”. Certo, non tutti i profughi hanno dimestichezza tecnologica e questa è una debolezza, perché avere consapevolezza strategica è cruciale per il movimento migratorio stesso, in particolare in un momento nel quale si aprono e chiudono frontiere in forma abbastanza arbitraria, ignorando che l’asilo è un diritto umano fondamentale.

Le tecnologie digitali sono anche un vantaggio per le autorità impegnate nel dare una risposta solidale al problema umanitario, perché offrono un canale di comunicazione per far arrivare informazioni rilevanti ai profughi in movimento. Una volta accettata la distribuzione dei profughi, la tecnologia digitale dovrebbe anche facilitare i processi ed il coordinamento dell’iniziativa a livello europeo, un elemento fondamentale per evitare confusioni che possano ritardare l’accoglienza e dare forza alle attività di opposizione xenofoba. La tecnologia ha anche un ruolo fondamentale nel mantenere la sicurezza della popolazione dei paesi europei davanti alle minacce di atti di terrorismo, che possono essere utilizzati per cercar di colpevolizzare e stimolare la paura di fronte a tutti i profughi.

Una volta che il processo di accoglienza sarà compiuto e i riflettori si saranno spenti, per quelli che ce l’avranno fatta a diventare rifugiati arriverà la sfida dell’integrazione nella società accogliente. Le opportunità di studio, i diritti e i doveri costituzionali e le occasioni professionali saranno elementi determinanti per l’integrazione. Qui, nuovamente, le tecnologie digitali giocheranno un ruolo centrale nell’accrescimento delle possibilità, sia di studio, consentendo l’accesso a contenuti, corsi e forme di apprendimento a livello locale e globale, sia di lavoro, in vista del crescente contenuto digitale di tante professioni esistenti o emergenti.

La conoscenza di tecnologie digitali giocherà un ruolo importante nella capacità dei rifugiati di contribuire al benessere dei paesi accoglienti come lavoratori, professionisti e imprenditori. È un fattore al quale tutti i paesi devono prestare attenzione.

L’Italia e l’Europa, unite, hanno le condizioni materiali per rispondere alla più grande crisi umanitaria del nostro tempo. La sfida non è facile e richiede una visione lungimirante e una forte volontà politica per portarla avanti con determinazione. È una sfida che tocca il passato, presente e futuro dell’Unione Europea: è un’opportunità per avvicinare il continente e i suoi cittadini verso un’umanità migliore.

ALFONSO MOLINA*
Roma, 29 settembre 2015

* Alfonso Molina è direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale

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