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Brexit, ovvero che succede se gli inglesi lasciano l’Europa

Economista e saggista. Mi sono occupata in modo approfondito dello studio dei sistemi finanziari ed economici attraverso cui il terrorismo gestisce le proprie reti organizzative in tutto il mondo. Nata e cresciuta a Roma, vivo da molti anni nel Regno Unito, a Londra.

Chi pensa che la minaccia del grexit si dilegui insieme al caldo torrido di questa estate sbaglia. Il problema del pagamento degli interessi sul debito greco potrebbe ripresentarsi tra un anno. Non è la prima volta che le condizioni imposte da Bruxelles per ottenere altri finanziamenti peggiorano la situazione, come è spiegato in questo video della GlobalEconomic TV pubblicato a marzo del 2013.

Non è da escludere che la minaccia del grexit si ripresenti in concomitanza con il referendum sull’Unione Europea promesso dal premier britannico, David Cameron. Si tratterebbe di una tempesta perfetta, capace di sconvolgere i templi dell’euro-burocrazia. In termini economici il brexit rappresenta un problema molto più serio del grexit per Bruxelles perché il peso politico ed economico del Regno Unito è infinitamente più grande di quello della Grecia.

L’economia greca non solo è minuscola ma è tenuta a galla dall’Unione Europea, e questo è vero non solo per il periodo di crisi che inizia alla fine del 2010 ma anche per il decennio precedente.

L’ingresso nell’euro ha creato una situazione di dipendenza dai contributi dell’Unione, soldi usati per sostenere il settore pubblico dei servizi, dove è confluita gran parte della forza lavoro ‘licenziata’ da politiche industriali demenziali, guidate da Bruxelles, che hanno smantellato l’industria manifatturiera e fatto fuggire ad oriente quella navale.

La cancelliera tedesca Merkel e il premier britannico Cameron, in una illustrazione del Financial Times

La cancelliera tedesca Merkel e il premier britannico Cameron, in una illustrazione del Financial Times

Ancora più seria è la situazione greca sul mercato dei capitali. Fino agli accordi stipulati all’inizio di agosto tra il governo greco ed i rappresentanti della Troika, il mercato dei titoli obbligazionari greco è rimasto praticamente fermo e solo sporadicamente si è riusciti a piazzarne qualcuno a lunga scadenza, con tassi, per i quinquennali, al 22%, il picco raggiunto all’apice della prima crisi greca.
Va da sé che i volumi di scambio siano scesi a livelli che non vedevamo dai tempi della peggior performance del debito sovrano greco, e cioè da settembre del 2011 a marzo del 2012, quando il primo pacchetto di salvataggio è stato finalmente approvato. Mentre nel 2014 si sono scambiati circa 11 miliardi di euro di titoli obbligazionari, ad aprile e maggio il volume è sceso a 4 milioni, contro 63 di marzo, i 241 di febbraio ed i 560 di gennaio.
Altro problema è la poca liquidità del settore bancario. Tutte le banche greche sono vicine al collasso e sono tenute in vita dalla Banca centrale europea attraverso le linee di credito dell’ELA, Emergency Lending Assistance.

Diversa è la situazione nel Regno Unito. Insieme alla Germania ed alla Francia, il Regno Unito è un contribuente netto dell’Unione Europea.

Ciò significa che paga più di quanto riceve.

Nel 2008 ha pagato 2,7 miliardi di sterline ma nel 2013 questa cifra è salita a 11,3 miliardi. Se a questo aggiungiamo la massiccia migrazione di forza dagli ex Paesi dell’Est nel sud dell’Inghilterra che fa concorrenza a quella locale, è facile capire perché gli euroscettici aumentano.

In fondo il grexit, l’uscita forzata della Grecia dall’euro, ed il brexit, la rinuncia della Gran Bretagna a far parte dell’Unione Europea, simboleggiano le due anime, profondamente dicotomiche e malate del sogno europeista. I governi grechi, incluso quello attuale, sono disposti a tutto pur di rimanere in Eurolandia, quello inglese, invece, sembra corteggiare l’idea di abbandonare l’unione per ricoprire un ruolo economico e commerciale limitrofo, come quello della Norvegia, nei confronti dell’EU.

Potenzialmente entrambi potrebbero danneggiare l’Unione, ecco una debolezza difficile da gestire che deve essere risolta al più presto se vogliamo continuare lungo la strada dell’integrazione.

LORETTA NAPOLEONI
Londra, 31 agosto 2015

Una replica a “Brexit, ovvero che succede se gli inglesi lasciano l’Europa”

  1. Alberto Cottica scrive:

    Buongiorno, grazie per l’articolo. Domanda: potrebbe dire di più sulle “politiche industriali demenziali, guidate da Bruxelles, che hanno smantellato l’industria manifatturiera e fatto fuggire ad oriente quella navale”? L’unica nota che ho trovato sugli armatori greci nel famoso documento “Reforms for the completion of the current programme and beyond” su cui si è svolto il referendum di Tsipras dice testualmente: “increase the rate of the tonnage tax and phase out special tax treatments of the shipping industry”. Lascia pensare che questa industria di tasse ne paghi molto poche, e propone di eliminare le sue esenzioni speciali. Vista così, sembra una proposta sensata! Dove sto sbagliando?

    (Riferimento: http://online.wsj.com/public/resources/documents/reform.pdf)

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