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Gli imbecilli e la libertà da Gutenberg a Facebook per Eco che non ha capito il senso del web

Autore Treccani, Wikipediano d'adozione. Giornalista esperto di Internet governance, copyright e crittografia. Privacy advocate, free software fan, sono un attivista per i diritti digitali. Managing editor di Chefuturo! Nel tempo libero professore universitario di Tecniche di giornalismo. Scrivo per Wired e La Repubblica. Il mio ultimo libro si chiama "Un dizionario Hacker" www.dicorinto.it

“I social network danno parola a tutti, anche agli imbecilli. Ma non è detto che gli offrano ascolto”. Ecco, detta così, la provocazione di Umberto Eco avrebbe avuto tutto un altro senso. Ma lui, grande intellettuale, colto e raffinato provocatore, durante il conferimento a Torino di una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione, ha scelto una formula diversa per criticare i social media. La frase esatta, riportata dall’Ansa, suona così: «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli», una frase che ha subito e ovviamente scatenato una ridda di polemiche proprio sui social network.

Foto: studio360.org

Foto: studio360.org

Intesa come una provocazione, l’uscita dello intellettuale piemontese andrebbe rivalutata positivamente. È probabile che concordi che il dialogo, il dibattito, il confronto anche aspro siano il “sale della democrazia” e, se questo avviene nei social network o al caffè letterario, non fa differenza. Tuttavia, poiché è arduo sostenere che Eco sia un antidemocratico, l’infelice formulazione della frase sembra denunciare l’estraneità del grande scrittore al mezzo digitale cui forse nel futuro vorrà dedicare un uguale tempo di riflessione a quello che ha dedicato a stampa e tv.

L’ERA DEI SOCIAL

Proviamo, allora, a ragionare sul ruolo e sulla funzione dei social e della rete. I social network e i social media hanno oggi il ruolo che i luoghi pubblici tutti insieme hanno avuto nella storia per lo sviluppo della democrazia, dalla basilica all’agorà, dalla piazza al bar fino ai conciliaboli filosofici.

Però se i social network e i social media sono allo stesso tempo, bar, stadio, piazza, basilica, biblioteca e sala convegni è scontato che in essi i comportamenti siano quelli propri di questi luoghi. Ma i “social” sono anche la protesi, il prolungamento e la versione moderna di tutti gli altri mezzi di comunicazione divenuti digitali per la convergenza tecnica e dei contenuti in un processo noto come “rimediazione”, il processo dove un medium ne veicola un altro.

Perciò mentre i social media sono diventati canale di distribuzione di vecchi e nuovi editori, e usati secondo la stessa logica per contribuire al dibattito pubblico e formare la pubblica opinione, ma anche per vendere news come merci, creare consenso e generare profitti, i social network sono la piazza dove questi effetti si consumano. E però questi ultimi mostrano una caratteristica finora inedita: nei social tutti possono rispondere, commentare, approfondire, verificare, comparare, criticare, chiedere una rettifica alle informazioni lette, viste, ascoltate. Tutte azioni finora impossibili da esercitare nei confronti dei media broadcast e mainstream.

Insomma Internet non ha solo offerto la “piazza virtuale” agli imbecilli, ma ha offerto a tutti noi un luogo dove poter esercitare il sacrosanto diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, alla libertà d’opinione, di critica e di satira, ma anche alla libertà di associazione e cooperazione: su scala planetaria. Certo in Internet si danno fenomeni odiosi come l’hate speech, il cyberbullismo, lo stalking digitale ma per ognuno di essi ne esiste la versione analogica.

Certo il web è in grado di propalare più velocemente gabole e bufale, ma questo accade con tutti i mezzi di comunicazione. Da sempre.

LA RETE CREA CONOSCENZA E LIBERTA’

Dice Eco che «la tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità». Anche questa affermazione del nostro pensatore è discutibile.

Infatti per diffondere a livello planetario la bufala dei Protocolli dei Savi di Sion non abbiamo avuto bisogno di Internet. Anche la credenza che la terra fosse piatta non ha avuto bisogno di Facebook, e per ascoltare in diretta l’invasione aliena di Orson Wells ci è bastata la cara vecchia radio. E l’uso propagandistico del cinema ai tempi del nazismo per affermare il culto della razza ariana è oggetto di studio da decenni.

Certo che la rete è piena di bufale e notizie inesatte! Pullula di teorie cospirative e di maleducati che danno solo fiato ai peggiori istinti pre-politici dell’umanità (in tal senso fanno storia, ad esempio, i tweet di molti politici), ma la rete ha avuto un effetto di democratizzazione delle conoscenze e del dibattito pubblico come solo si era avuto ai tempi dell’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Johan Gutenberg

La rivoluzione del fabbro-ferraio Johnannes Gutenberg che vide finanziata da un “venture capital” dell’epoca la sua “startup” per stampare meccanicamente la Bibbia, ha avuto come effetto quello di sottrarre il monopolio dell’interpretazione della parola di Dio agli officianti accreditati, cioè al clero, mettendolo in mano al popol bue che cominciò la rivoluzione mercantile con l’ascesa della borghesia e degli stati nazione riuniti sotto i vernacoli che via via prendevano il posto del latino, non più la lingua privilegiata per scrivere e leggere la Bibbia.

L’ATTENDIBILITA’ DELLE FONTI ONLINE E IL RUOLO DEI GIORNALI

Il nostro stimato intellettuale ha poi invitato i giornali «a filtrare con équipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». Si rassicuri, lo si fa di già. I cablogrammi della diplomazia americana, le informazioni sulle storture della guerra in Iraq e Afghanistan diffuse da Wikileaks sono state pubblicate sui grandi giornali solo dopo un’attenta valutazione di team internazionali di giornalisti esperti.

E comunque i giornali la maggior parte delle notizie le prende ahimè dalle agenzie professionali, motivo per cui si somigliano sempre di più e sono più facilmente oggetto di manipolazione.

Molto condivisibile invece la sua tesi quando dice che «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno». Questo approccio pedagogico cui le grandi testate quotidiane hanno rinunciato è territorio tuttavia di giornali, riviste e siti specializzati e sono l’oggetto dello scrutinio dei cacciatori di bufale come Massimo Mantellini, Pierluigi Tolardo, Macchianera e altri blogger.

Tuttavia quello della credibilità delle notizie in rete è un non problema. È stato dimostrato scientificamente che l’Enciclopedia Britannica contiene un 30% di errori, poco più di quelli che si trovano su Wikipedia. Ma su Wikipedia chi se ne accorge li può correggere real time. Anche le notizie dei giornali non sono sempre credibili e le fonti talvolta sono inaffidabili. Ricordate l’informativa fasulla pubblicata da Vittorio Feltri su Dino Boffo? Oppure la polverina bianca sbandierata in conferenza stampa da Colin Powell per giustificare l’aggressione all’Iraq colpevole di nascondere “armi di distruzione di massa”?

Umberto Eco vede un futuro per la carta stampata. «C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale».

Sul futuro del “Quarto Potere” non ci sentiamo di dargli ragione. E non solo per l’avvento dei robot-giornalisti che scrivono e pubblicano già oggi notizie di sport e finanza. E neanche per i nuovi supporti digitali microfilmici su cui leggeremo le news. Quanto piuttosto per la moltiplicazione dei pubblici e quella sorta di oralità di ritorno per cui tutti diventano editori di sé stessi, capaci di rivolgersi a una audience da costruire e coccolare giorno per giorno.

Vero è che la fine dei giornali di carta è stata a lungo preannunciata senza mai verificarsi

E che noi tutti abbiamo bisogno di giornalisti bravi che ci aiutino a indagare il mondo e a interpretarlo, ma è anche vero che i quotidiani vivono un momento congiunturale difficile e proprio per riparare ai danni di una crisi strutturale riducono i compensi, svuotano le redazioni, sbarcano su Internet e cercano disperatamente nuovi modelli di business. Oggi chiunque si informa attraverso Internet, non più monopolio di editori interessati (quelli “puri” come gli Ochs Sulzeberger del New York Times ce ne sono stati pochi), può trovare chi fa bene e onestamente il mestiere di filtrare le informazioni e confezionarle come notizie usando nuove tecniche di scrittura e di pubblicizzazione che hanno al centro il dialogo coi lettori.

La grande sfida del civic journalism, il giornalismo partecipativo è proprio questa, trasformare ogni netizen in un giornalista per caso, capace di raccontare prima e meglio delle tradizionali redazioni quello che gli succede intorno mentre succede. I giornali mainstream l’hanno capito e si sono alleati al giornalismo fai da te, basta guardare i blog dei quotidiani, quasi tutti tenuti – gratis – da giornalisti non professionisti che si sono fatti le ossa proprio su Internet.

ARTURO DI CORINTO
Roma, 13 giugno 2015

 

* I social network e i social media sono due cose diverse. Sinteticamente i social media hanno per definizione una componente broadcast, con caratteristiche di interazione limitate. I Social network si basano sulla rete di relazione dei soggetti che vi partecipano e al loro interno il meccanismo di interazione è paritario.

6 risposte a “Gli imbecilli e la libertà da Gutenberg a Facebook per Eco che non ha capito il senso del web”

  1. Walter Fachin scrive:

    infatti in Cina possono esprimersi solo i rappresentanti acculturati del partito e tutto fila liscio.

  2. mvenier scrive:

    O sono i contestatori di Eco a non aver capito nulla del web? Il dubbio è lecito.

  3. bernardo parrella scrive:

    ben spiegato e argomentato, ottimo arturo, utile anche per le nuove generazioni, i distratti e i tanti che (purtroppo) in italia continuano ancora a snobbare o ignorare le dinamiche del digitale, anche perche’ cosi’ evitano di sporcarsi le mani con un medium indubbiamente sporco, guarda caso proprio come la vita stessa…sperando che costoro prestino almeno mezzo orecchio a questo e gli altri interventi online sul tema, dall’interno delle loro torri d’avorio ormai in putrefazione…

  4. glauco benigni scrive:

    Bravo Arturo , condivido grandissima parte delle tue affermazioni e in ossequio al civic journalism , propongo la mia versione :

    di Glauco BENIGNI

    Ma Umberto ECO conosce il dibattito sulla “net neutrality” e sul
    “digital divide” ? In fondo anche lui parla come se fosse in un bar di provincia e non se ne rende conto .

    Ho letto le recenti affermazioni di Umberto Eco : «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano
    subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola
    di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». E vedo che
    si attiva un dibattito nel corso del quale ci si concentra sul dito (
    Eco pensiero) che indica la Luna (il Web). E allora mi meraviglio. 1)
    E’ possibile che Eco riduca il Web a “Chi sa cosa dire” e
    “Chi balbetta banalità” ? 2) Eco non si è accorto che le
    grandi banalità e le grandi bufale che danneggiano la collettività
    non le sparano quelli che lui definisce imbecilli, ma soprattutto i
    grandi organizzatori del Consenso e dei Consumi? 3) perchè un Grande
    Vecchio illustre usa così maldestramente il suo carisma e la sua
    autorevolezza per banalizzare una realtà molto più ampia di quella
    da lui descritta ? 4) Perchè nell’occasione non spara (anche) contro
    la tossicità immessa nel web dalla ossessiva inquinante pubblicità
    ? 5) Perchè rinviene il bipolo vero-falso solo nei dialoghetti da
    bar/social media e non (anche) nei lanci di notizie bufala delle
    grandi Agenzie di news e degli opinionisti da Nuovo Ordine Mondiale ?

    Non posso
    credere che Eco sia diventato un Neoaristocratico senza averne
    consapevolezza. E mi rattristo che il dibattito non si estenda ai
    temi strategici. Comunque è banale/arrogante definire “imbecilli”
    una moltitudine di individui, che nella palestra della libertà di
    pensiero – costruita al contempo dai martiri e dalle Corporations –
    sta maldestramente sperimentando la propria lecita facoltà di
    espressione. Alle Nazioni Unite, al G20 e all’ICANN questa porzione
    del dibattito sul Web si chiama “Net neutrality ” e
    “Digital divide”. Viene affrontata con una “compassione”
    ben più documentata e seria di quella espressa da Eco e in quei
    Convegni le argomentazioni di Eco non sono definite da “imbecilli”
    ma da “accademici di periferia politically incorrect”.

  5. futuro rosa scrive:

    Esimio Umberto,

    fatti salvi la tua ottantina di anni e il tuo sapere enciclopedico, nonché universale, potevi risparmiarti di parlare di internet e di social media, almeno nei termini in cui ne hai parlato. Ci sono problemi molto più gravi che occupano i titoli di cronaca di questi tempi; tuttavia, internet, facebook e il resto della attuale vetrina di informazione mediatica, sono di capitale importanza dato che parlarne o scriverne significa scrivere o parlare all’istante di tutto e confrontarsi con tutti su tutto. Per questo, per la delicatezza e l’importanza degli strumenti social di cui scriviamo e parliamo, auspico che la redazione di Porta a Porta possa dedicare un ciclo di trasmissioni in merito, approfittando del fatto che la rete mediatica è ancora abbastanza libera. Non escludo severe restrizioni in futuro. Le restrizioni, giocoforza, ci saranno ma non sarà certo a causa degli imbecilli che scrivono di massoneria o postano video complottisti. Le restrizioni saranno dovute all’implicito potere che la rete fornisce a chiunque, quando bene organizzato, condiviso e partecipato. Certo, ci si imbatte spesso in video assolutamente ridicoli e forvianti, blog scritti con errori grammaticali grossolani. E’ anche vero che usando semplice discernimento ciascuno sceglie cosa vedere o leggere e che alla lunga la qualità premia dato che, a differenza di concorsi e trasmissioni musicali, non c’è nessuna giuria di incompetenti preposta ad avallare o negare l’inserimento sul web di un qualsiasi post su qualsiasi argomento. E’ verissimo, la maggior parte dei blog è scritta coi piedi a prescindere dai contenuti. Ma dimmi, cosa avete fatto, voi dotti cattedratici, nei decenni passati, per assicurare agli studenti una scuola e una università che potessero chiamarsi tali? Dimmi, chi della cerchia dei dotti sapienti, cui tu appartieni, che prima era la sola ad avere diritto e potere di parola, ha controllato che gli studenti seguissero un minimo di ore di istruzione, con un minimo di programmi idonei e un minimo di professori validi? Sai benissimo come il potere abbia tutto l’interesse a creare orde di imbecilli imbelli dal punto di vista mentale e culturale. Con i vegetali non c’è differenza. Ma dimmi: cosa avete fatto, voi dotti cattedratici, di concreto per evitare ciò? Di più, sai benissimo che il desiderio di progresso sociale e personale appartiene a una ristretta cerchia di persone che sentono il bisogno di progredire e migliorare se stesse e gli altri. Se questo desiderio fosse di massa non esisterebbero scuole e università perché ciascuno progredirebbe per conto suo. E non esisterebbe il potere. Nessuno che abbia il preciso desiderio di miglioramento personale si sognerebbe mai di comandare o prevaricare su altri con pari indole. Il miglioramento individuale e della società è un desiderio messo in pratica da pochi, sai che è stato e sarà sempre così. Dimmi, cosa ne è stato della materia educazione civica e perché nessuno l’ha mai studiata seriamente? Queste sono riflessioni sull’istruzione in genere che ben fanno capire come mai i post sono pieni di errori grammaticali, a prescindere dai contenuti e illustrano bene come la società e le problematiche mondiali fossero le stesse oggi e venti anni fa quando solo i dotti scrivevano, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Un mondo apocalittico. Lascia perdere, quindi, gli imbecilli della rete, che stanno già cambiando il mondo anche se ancora impotenti di fronte a eventi di gigantesca violenza. Sai bene, ci vorrà tempo per una politica e una religione mondiale reali e condivise e probabilmente per questo gli eventi sciagurati si succedono in sempre minore tempo e sempre più violenza, come se si volesse accelerare il più possibile il piano delle cose che devono accadere, per evitare che i progressi avvengano. Il web è una risorsa inaspettata che può provocare reali cambiamenti. A ciascuno il compito di saperlo utilizzare, fin quando sarà possibile, con una pratica dei mezzi consona al proprio sviluppo personale e al benessere collettivo. La cultura ha bisogno della consapevolezza per elevare realmente l’essere umano. Per non parlare delle orde di imbecilli che hanno compiuto i test atomici nel silenzio dei dotti e sapienti.

  6. mogol_gr scrive:

    Dal primo emendamento USA a Facebook.

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