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Fablab e cultura open source: così le città si riprenderanno la produzione

Sono uno Strategist e un Social Hacker e da tempo promuovo la cultura open, Free e p2p e l'economia collaborativa in Italia e nel mondo. Scrivo di innovazione e di trasformazioni socio-economiche, progetto eventi e metodologie di co-creazione. Ho fondato Hopen Think Tank e sono Connector di Ouishare per l'Italia.

Qualche giorno fa, agli inizi di luglio, ho potuto spendere una bella e stimolante settimana a Barcellona. Adoro Barcellona, e questa non è una novità, ma ogni tanto riesce addirittura a sorprendermi: durante la prima settimana di luglio infatti, la capitale catalana, si è trasformata nel centro globale della cultura della nuova rivoluzione industriale. La settimana del 30 giugno si è aperta con la prima giornata della bella, intima e ormai classica conferenza Open Design Shared Cretivity, giunta alla terza edizione.

Organizzata dal FAD – Foment de les Arts i el Disseny (FAD) la conferenza si inserisce in un bel festival (il FADFest appunto e si accompagna a una eccezionale mostra e molti altri eventi: dagli inizi si occupa di design a tutto campo andando ben oltre il tema design industriale che, da sempre, vede Barcellona protagonista della scena internazionale. Qualcosa di simile direi che succede oggi anche a Milano, città che per molti versi è simile a Barcellona e ne condivide le potenzialità.

Con molta sorpresa, quest’anno ho avuto l’onore di aprire il secondo giorno con un keynote speech sul tema beyond openness (oltre l’apertura) e la mia settimana si è chiusa poi con la partecipazione al FAB10, la decima conferenza internazionale che ha riunito la comunità della fabbricazione digitale e dei Fablab, dove ho avuto l’immenso piacere di chiudere il fab festival con un breve ma interessante panel sull’Open Source Hardware con amici quali Giovanni Re (Roland DG), Massimo Banzi (Arduino) e Alastair Parvin (Wikihouse). BeyondOpennes

12453_10152559934878944_1523737348157674400_nIn questi dieci anni, l’idea Fablab – il laboratorio dove creare quasi tutto, originariamente pensato da Neil Gershenfeld al MIT di Boston – si è evoluta ed e cresciuta a dismisura.

Oggi sono più di 350 i Fablab nel mondo e l’Italia è tra i paesi a fare la parte del leone: con 34 laboratori accreditati su Fablab.io, il Bel Paese è oggi terzo al mondo dopo Stati Uniti e Francia.

La conferenza Fab10 è stata dedicata al tema delle Fab Cities. La visione Fab City, come dice Tomas Diez – tra i leader di questo movimento e organizzatore del Fab10 – che ho recentemente intervistato – “trasformerà Barcellona in una città produttiva, riportando la produzione all’interno della città, ai cittadini, promuovendo innovazione locale collegata ad una rete globale, re-industrializzando la città”.

“The FAB City will turn Barcelona in a productive city in few years, bringing back productivity inside the city, to the citizens, to promote local innovation connected to a global network, to re-industrialize the city, and to produce value on top of that, which will affect every single aspect of the life of people. We are in a global transition, FAB City is part of that” 

Proprio Diez sarà uno tra i tanti splendidi speaker che siamo riusciti a portare a Roma nel prossimo Ottobre per L’Open Hardware Summit ’14. L’evento si terrà il 30 Settembre e il 1 Ottobre per la prima volta in Europa a Roma. Ed è forse anche un segnale di risveglio culturale della mia città che quest’anno il grande spettacolo Maker Faire sarà complementato da numerose altre iniziative di visione e di costruzione di futuro grazie all’Innovation Week.

 

Barcellona, la prima FabCity al mondo

Le città sono le protagoniste della politica del futuro/presente di oggi e non è un caso, credo, se Barcellona ha un posto d’onore oggi in questo quadro di visioni cittadine. A Barcellona infatti, i vari attori del design e della progettazione architettonica e urbanistica – da sempre patrimonio culturale catalano – hanno saputo in questi anni fare squadra e sfruttare al massimo il supporto della municipalità.

Grazie al contributo ispirato di pensatori come Vincente Guallart o dell’illuminato sindaco Xavier Trias oggi Barcelona è sulla strada per diventare la prima vera FabCity nel mondo aprendo Fablab pubblici e accessibili in ogni quartiere della città e oltre, sperimentando fino alla resilienza e alla auto-produzione con il Green Fablab ai confini della città.

Nel quadro di questa trasformazione post-industriale, città con lunghe, forti tradizioni nel design – e non solo – sono elettivamente quelle in grado di guidare la rivoluzione verso la manifattura del futuro: con i processi produttivi che si semplificano e decentralizzano quello che conta è la capacità di progettare soluzioni, localmente.

140628-fabkids-fab10-0001E non stiamo parlando più di stampare qualche modellino della Tour Eiffel in 3D: proprio al Fab10 un colosso come Hp ha sostenuto il lancio di un progetto molto ambizioso, quello della Fabee. La Fabee è una FabCar, un’auto completamente fabbricabile in un Fablab la cui prima sperimentazione è stata basata sulla piattaforma – italiana – Tabby di OSVehicle. Il progetto è destinato a crescere e continuare dopo Fab10.

La libera circolazione della conoscenza

Pur se le potenzialità delle tecnologie di fabbricazione digitale, quali la stampa 3D o l’utilizzo di macchine a controllo numerico per lavorare materiali di ogni tipo, aumentano, ancora oggi non possiamo considerare i bit come gli atomi è non solo per un problema di maturità delle tecnologie. La produzione industriale – o post-industriale – ha ancora infatti troppi aspetti che la differenziano dall’economia abbondante del mondo digitale: impatta sulle nostre risorse e produce esternalità di ogni tipo, ambientali e sociali, come testimonia inequivocabilmente la situazione attuale.

Un aspetto decisamente non secondario dunque, spesso trascurato, riguarda la libera circolazione della conoscenza relativa alla produzione degli oggetti tangibili a volte coinvolti con la produzione di beni primari quali il cibo, la mobilità, o l’edilizia.

Malgrado sentiamo parlare spesso, e da un sacco di tempo, di open source, il termine è diventato protagonista in un tale numero di campi e sfaccettature che c’è purtoppo una enorme confusione sul tema. Solo qualche giorno fa ho notato questo meraviglioso progetto di una scarpa autodefinita opensource, su Goteo.

Senz’altro, se guardiamo alla storia del software, possiamo dire che in questo campo, quello open source è un approccio maturo. Qualche giorno fa in un bellissimo pezzo, Matt Asay (The Pros And Cons Of Open Sourcing Your Code) ha tracciato abilmente quelli che oggi sono pratiche e gli approcci consolidati e, citando il co-fondatore di Cloudera Mike Olson, faceva notare che:

“Esiste una splendida e irreversibile tendenza nelle infrastrutture enterprise oggi. Se oggi gestite un data center, starete quasi certamente utilizzando un sistema operativo, un database, un middleware e altri componenti open source. Nessuna vera piattaforma infrastrutturale di livello è emersa negli ultimi dieci anni se non in open source.” 

 “[T]here’s been a stunning and irreversible trend in enterprise infrastructure. If you’re operating a data center, you’re almost certainly using an open source operating system, database, middleware and other plumbing. No dominant platform-level software infrastructure has emerged in the last ten years in closed-source, proprietary form.”

Ma se nel software l’open source ha vinto, lo ha fatto trasformando il mercato.

Lo ha trasformato in una economia abbondante dove gran parte di ciò che qualunque sviluppatore o azienda può aver bisogno di utilizzare per creare le sue soluzioni è disponibile, accessibile e sviluppato in cooperazione: è un bene comune, una piattaforma condivisa di innovazione. Anche per questo oggi il web è ciò che conosciamo: un contesto ancora in grado di generare innovazioni liberali, svolte anarchiche e invenzioni geniali.

 

L’Open Source Hardware (e l’Open Source Economy)

Ma cos’è in effetti l’open source hardware? Questa è una domanda complessa di cui conosciamo solo parzialmente le risposte.

I primi tentativi di definizione datano 1997 e partono dalle stesse esperienze e persone che in quel periodo erano impegnate nel far nascere e crescere la Open Source Initiative (che si occupava di software). Ma è a metà degli anni 2000 che l’interesse sull’approccio open nell’hardware rinasce – insieme a progetti di impatto epocale come Rep Rap. 

Nel 2010 si arriva alla prima versione stabile della “Open Source Hardware (OSHW) Definition” (chi fosse ineressato a qualche dettaglio in più sulla storia può leggere qui i dettagli). Oggi a distanza di qualche anno, questa tradizione è sostanzialmente confluita nell’esperienza della Open Source Hardware Association e nell’Open Hardware Summit quale momento annuale e conferenza in cui la community si incontra e che – come già detto – quest’anno avremo a Roma.

Come col software, l’open hardware ha potuto generare negli anni interessanti dinamiche di innovazione in campi oggi sempre più conosciuti anche perché legati all’onnipresente tema makers che oggi vive enorme esposizione mediatica e interesse di mercato. Sono infatti open source la maggioranza delle stampanti 3D da scrivania e molte delle schede per la programmazione prosumer dell’Internet delle Cose con Arduino a farla da padrone e interessanti newcomers come l’open source Spark.io. Oggi tuttavia l’applicazione dell’open nel mondo del’hardware sta travalicando di molto i suoi confini, per così dire, tradizionali.

Malgrado sia tra i più giovani virgulti dell’ecosistema open hardware un esempio chiaro e efficace può aiutarvi a capire le potenzialità che l’approccio open hardware può avere in campi di applicazione tipicamente più industrializzati rispetto alla scena maker: questo esempio è Open Compute.

Open Compute, è stato lanciato da Facebook solo nel 2011, e oggi permette a diverse grandi aziende di tutto il mondo di collaborare e condividere e utilizzare progetti di riferimento, per produrre server, apparati di rete e data center standard, sui quali un piccolo esercito di “Solution Provider” offre soluzioni indipendenti.

Il progetto ha contribuito all’abbattimento dei costi di produzione e di manutenzione di grandi data center in tutto il mondo: da leggere questa interessante intervista di Mark Roenigk, CEO di RackSpace, in cui parla di costi di approvvigionamento minori, di sistemi “vanity free, ridotti all’essenziale” inclini a generare un minor numero di guasti.

“We’re not sure what to attribute that to,” referring to the reliability test results the Open Compute servers have shown. One likely explanation, he says, is that they are “vanity-free”, or stripped down to bare essentials. “Fewer … components in a server, from an engineering perspective, would equate to fewer failures,” he says.

Tuttavia, l’hardware IT non è l’ultimo arrivato in un mondo – quello dell’open –  dove ormai i campi di applicazione si susseguono. Abbiamo automobili open source come quelle di OSVehicle o Local Motors, abbiamo Robot Open Source come InMoov, abbiamo case open source come quelle che possiamo costruire utilizzando il framework di Wikihouse e abbiamo un intero “Global Village Construction Set” ovvero un set di 50 macchine industriali opensource che Open Source Ecology sta specificando, testando e costruendo una dopo l’altra nella Factor E-Farm di Kansas City, dove ormai i workshop di fabbricazione si susseguono con ritmo serrato.

 

La discussione oggi

La definizione forse oggi più accettata di Open Source hardware è come detto quella di OSHWA, tuttavia non c’è unanimità e molti scelgono e usano il termine riferendosi a definizioni, o semplicemente comprensioni, diverse.

Tuttavia questa definizione è piuttosto stringente. Nelle ultime settimane ho avuto modo di dibattere molto sul tema e spesso accade che piuttosto che discutere del reale progetto, dei suoi aspetti innovativi, si finisce a discutere della licenza che adotta e della sua “compatibilità” con una o l’altra definizione o interpretazione.

Non fraintendetemi: sono il primo a credere che usare termini giusti e riconoscibili sia veramente importante per non confondersi le idee. Chi come me segue il mondo dell’open e dei modelli collaborativi da tempo immemore, sa che una delle dispute più lunghe, e tuttora non sopite, è stata proprio quella del confronto tra il software “open source” come definito dalla Open Source Initiative col “Free Software” di Stallman, troppo spesso confusi tra loro ma profondamente diversi. Come disse una volta Richard Stallman:

“L’Open Source è una metodologia di sviluppo. Il Software Libero è un movimento sociale”.

Open Source is a development methodology. Free Software is a social movement

Tornando alla discussione sull’hardware, vorrei tentare di spiegare brevemente quelli che oggi sono i maggiori aspetti di cui si discute, partendo da una premessa.

 

La discussione sull’Open Hardware e sul Copyright

In prima battuta dobbiamo prendere coscienza di una limitazione importante della discussione: le tipiche licenze che utilizziamo (molti di voi saranno familiari con Creative Commons) si applicano a un solo aspetto della proprietà intellettuale, ovvero, il copyright. Esse aiutano il detentore dei diritti (copyright) a distribuire l’accesso alle informazioni tramite una licenza che, infatti, viene detta di “copyleft”.

Il problema è proprio qui: il copyright si applica alla sola “informazione” ed è dunque perfetto per impedire di copiare e distribuire un testo (ad esempio un libro); tuttavia lo stesso è completamente inadeguato a proteggere un mobile o una scheda elettronica. Le soluzioni meccaniche e elettroniche – le soluzioni tecniche insomma – sono infatti protette, nella maggior parte delle legislazioni e culture, dai brevetti e sono parzialmente brevettabili (non potrete brevettare la ruota ovviamente).

In breve: se io progettassi un meccanismo e gli applicassi una licenza di “copyleft”, quello a cui la licenza si applicherebbe non sarebbe il prodotto in se, ma solo i progetti. In questo senso chiunque potrebbe fare ciò che vuole del prodotto: replicarlo, modificarlo e commercializzarlo, senza grossi problemi e dovrebbe invece rispettare le clausole della licenza (come l’attribuzione o la commerciabilità) solo per ciò che riguardasse i progetti.

Oggi siamo coscienti della limitazione – sicuramente non tutti – la prassi è quella tuttavia di considerare che la scelta della licenza, malgrado in linea teorica applicabile solo ai progetti, indica alla comunità la scelte dell’autore anche sul prodotto in se.

 

Il modello copyfarleft

Oggi c’è una discussione piuttosto sostenuta soprattutto sull’utilizzo di licenze che proibiscono virtualmente l’utilizzo a scopo commerciale: progetti che adottano questo tipo di licenza non sono considerati realmente “open source” perché discriminano un campo d’applicazione, quello commerciale, corporativistico, ricalcando l’approccio seguito dalla OSI nel definire il “software” open source.

Da tempo tuttavia, qualcuno sta tentando strade nuove che non siano l’apertura incondizionata e totale.

Senz’altro rilevante è l’approccio che normalmente viene identificato col termine “copyfarleft”. In questo approccio – identificato per la prima volta da Dmitri Kleiner e oggi sostenuto fortemente da Michel Bauwens e dalla sua Peer Production License – si prevede un modello di licensing che in effetti non dia accesso a tutti (in “open source”) ma solo a un insieme ristretto di entità (cooperative, non-profits, etc…) ponendolo a “pagamento” per le corporation tradizionali.

Il modello di Kleiner – successivamente evoluto nel concetto di Venture Communism – si spinge a visualizzare addirittura la partecipazione dell’autore/creatore stesso in un sistema cooperativo che sia il mediatore tra la comunità nel processo di investimento, produzione e commercializzazione.

Altri stanno tentando strade diverse. I canadesi di Sensorica stanno cercando di realizzare quella che chiamano “open value network”: un network di aziende e entità che utilizzando processi e strumenti condivisi tentano di tenere traccia di ogni contributo dato alla creazione di un artefatto per essere successivamente in grado di distribuire equamente i compensi. Nella accezione di Sensorica c’è la convinzione che non si debba tentare di limitare l’accesso a una risorsa abbondante e non esclusiva come la conoscenza (il fatto che tu la usi non proibisce a me di usarla) e che la “open economy” può diventare effettivamente più competitiva e efficiente di quella chiusa, vincendo sul mercato.

OpenDesk, ambizioso progetto nato da OO, affascinante studio/progetto londinese che ha creato il già citato Wikihouse e FabHub (un network di laboratori di fabbricazione sparsi in tutto il mondo), si pone l’obiettivo di aiutare designer e creativi a produrre e distribuire i loro progetti (semi-open source, ma su questo torniamo) in tutto il mondo: il designer sottopone un progetto, la community lo aiuta a migliorarlo curandolo, e una volta che è maturo gli utenti possono selezionarlo e richiederne la fabbricazione locale. Un approccio simile, è quello del progetto recentemente vincitore del compasso d’oro, l’italiano Slowd, azienda che da Modena si è messa in testa di mettere in rete la bellezza della rete artigianale italiana.

Malgrado la stragrande maggioranza dei design su Open Desk sia disponibile secondo una licenza Non-Commerciale (dunque non open source secondo la maggioranza delle definizioni) è interessante notare che l’iniziativa mette a disposizione dei designers un brand condiviso e un canale controllato di distribuzione. In questo modo sostanzialmente tutela la capacità di questi designer di generare reddito, dalle roialties di vendita. OpenDesk stessa ha recentemente chiuso una fase di equity crowdfunding che ha piazzato il 10% delle sue partecipazioni a 150000 Sterline – in sole 12 ore – testimoniando l’intenzione dei fondatori di creare una azienda la cui proprietà non sia accentrata ma che al contrario vada nella direzione del cooperativismo.

 

Open come Strategia di Mercato

Nel frattempo, se c’è qualcuno che ha dimostrato di saper usare l’openness – con approcci più o meno dogmaticamente in linea con quanto dettano le varie definizioni – sono le aziende.

Mi piace citare senz’altro Google, che acquistando Android – sistema operativo open source che ormai equipaggia il 90% dei nuovi smartphone prodotti – circa 6 anni fa ha mostrato come tramite l’openness sia possibile conquistare mercati e disorientare player storici. La vittima più illustre di Android e Google nel mobile è stata proprio Nokia, gigante con più di cento anni di storia che oggi si avvia verso l’oblio, almeno nel mondo dei dispositivi mobili.

La tecnica utilizzata da Google con Android è molto chiara, normalmente in economia viene chiamata “economia dei beni complementari”. Si abbassa il costo di un fattore abilitante per i propri prodotti o servizi in maniera tale da aumentare a il potenziale di distribuzione. È facile se ci pensate: un sistema operativo standard e open source ha permesso una penetrazione senza precedenti degli smartphone nel mondo (tanto che i paesi occidentali sono ormai saturi) perchè ha permesso a tanti diversi brand di creare telefoni competitivi sul mercato.

A sua volta, ciò ha permesso a Google di attirare a se tutti gli occhi del mercato, a cui mostrare si informazioni, ma soprattutto pubblicità, il vero core business di Big G.

Project Ara si muove oggi nella stessa direzione: quella di stabilire un “monopolio aperto” nel industria dell’elettronica di consumo, dettandone standard è interfacce, monopolizzando i canali di distribuzione. Possedendo l’ecosistema.

Altre aziende si stanno muovendo oggi è progettano di usare l’open come arma strategica per conquistare il mercato. Cristallini i tentativi di Autodesk col progetto Spark: portare sul mercato una stampante 3D di segmento medio professionale a costi contenuti e di rilasciare i progetti in open source, insieme al software di gestione della stessa.

Riuscire a stabilirsi come ecosistema di riferimento come ha già fatto la comunità indipendente Rep Rap per le stampanti desktop a basso costo – ma stavolta con l’interesse a distribuire i servizi e prodotti all’ecosistema.

In maniera simile oggi leggiamo di Samsung che vuole creare con Simband una “implementazione di riferimento” tramite un “design aperto” nel mondo dell’elettronica indossabile per la salute, o di Tesla che promette a tutti l’utilizzo libero dei suoi brevetti (mai parlando di licenze e di open source) nella speranza di accelerare la transizione verso la mobilità elettrica. A una lettura più approfondita forse, le sue batterie e infrastrutture di caricamento che saranno compatibili con i modelli degli altri rendendo Tesla un potenziale (eco)sistema abilitante per la transizione.

Ma possiamo affidarci, per accelerare questo cambiamento necessario alle intenzioni di Elon Musk? Speriamo ma non credo basterà.

Lo sfondo di grave insicurezza economica e ambientale, e l’instabilità che caratterizza oggi la società globale richiedono grandi cambiamenti che avvengano pergiunta velocemente.

La promessa dell’open source non funzionerà nell’economia reale degli oggetti, delle organizzazioni e dei processi se non ci attiviamo in prima persona nella creazione di qualcosa di radicalmente nuovo. Se non sperimentiamo, oltre le licenze, oltre l’apertura.

La rivoluzione della produzione distribuita, sostenibile e abbondante richiede più inventiva, nelle forme sociali, nella gestione del brand, nei modelli finanziari, nel coinvolgimento delle comunità locali.

Credo sia importante aprire gli occhi e saper alzare l’asticella provando a creare nuove filiere basate su catene di profitto eque e piattaforme abilitanti che sappiano valorizzare la produzione locale, fatta con materiali reperiti localmente che viaggiano il meno possibile e che crei lavoro e opportunità durante tutto il ciclo di vita dei prodotti, localmente.

L’opportunità è quella di costruire un’economia locale a fortissimo valore, a bassa intensità di risorse e ad alto contenuto di significato. E la novità è che non abbiamo più tempo ne alibi.

Come fare? Qualcuno ci sta già provando.

[Per scoprire il futuro della manifattura, del design e della produzione venite all’Open Source Hardware Summit 2014 a Roma. Registratevi qui]

Roma, agosto 2014
SIMONE CICERO

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