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Colombu: “10mila euro, un fablab e un sogno: far riscrivere il futuro della Sardegna dai maker”

A noi di CheFuturo! piacciono le storie. Ecco perché in questo spazio trovate i racconti di innovazione che ci sono arrivati direttamente dalla rete. Per raccontarci le vostre idee e progetti potete utilizzare la pagina "Raccontaci la tua Storia". Vi aspettiamo.

IMG_20140705_141421Vi voglio raccontare una storia, vecchia di pù di dieci anni. La storia di quando si andava, con i miei coetanei, a lavorare nei campi. Io sono nato a Oristano e cresciuto a Terralba. Pieno Campidano quindi. Per noi tutti, d’inverno compagni di classe, era normale trasformarci in colleghi braccianti d’estate. Si andava a raccogliere pomodori, angurie e meloni. A piantare cipolle. E lo si faceva andando prima bicicletta e poi con i motorini. Imparando a guidare il trattore e conformandosi alla logica contadina e ai ritmi del sole.

Grazie al lavoro del giorno, oltreché farci vanto di un abbronzatura da manovale, ci potevamo permettere le prime uscite con le fidanzatine. Le prime cene fuori. Erano quelli i primi cenni di emancipazione. Erano momenti di lavoro vero, anche pesante. Ma sopratutto bei momenti di formazione, oltreché di spensieratezza. Altri tempi. Quasi.

Quante ne avrò viste in quegli anni? Dall’amico che si arrangiava come poteva la bicicletta o si truccava il motorino, improvvisandosi ora saldatore, ora meccanico. Dall’agricoltore che interveniva con genio, usando conoscenza e logica, nel migliorare l’efficienza di un sistema di irrigazione o di una macchina. Se riguardo quelle esperienze con gli occhi di ora, mi rendo conto di quanto quel mondo era, ed è tuttora un mondo di Makers.

Non solo il mondo agricolo e contadino, ma anche nella pesca, nelle falegnamerie, nei vivai, nelle officine vi è un mondo di makers. Questi sono però diversi dai makers che conosciamo noi: stampante 3D, Arduino e file .STL. A mio parere i primi sono makers 1.0. Makers analogici. Gente che si arrangia. Che trova soluzioni nel momento in cui i problemi si presentano. Che con gusto smonta e rimonta.

Ma se è vero ciò che dico, mi chiedo se esista la possibilità di creare un ponte tra i due mondi, tra i makers 1.0 e i makers 2.0. Una lingua o un codice, che permetta a questi due mondi di annusarsi, parlarsi e capirsi.

IMG-20140710-WA0027Come possiamo fare? A mio parere è necessario che nei nostri territori si cominci a discutere e investire nei FabLab. Laboratori di fabbricazione digitale intesi come strumento e veicolo per realizzare un ponte tra i saperi e il mondo 1.0 e le skills del 2.0. Dopotutto, al MIT di Boston ci hanno già dimostrato come sia possibile aprire un piccolo Fab Lab con meno di 10 000 euro. Dopotutto qui da noi l’evoluzione verso la  società dei servizi è avvenuta in maniera parziale e incompleta. Rimangono dunque forti e ben presenti le conoscenze nei territori. Humus per l’ecosistema.

In questo contesto, il nostro ecosistema di innovazione è chiamato a spargere il verbo e fecondare il territorio in modo da auto-riprodursi. Come in un ecosistema biologico, è necessario trovare nuovi adattamenti, nuovi equilibri e nuove simbiosi. Le esperienze dei Fab Lab ci hanno mostrato come siano diversi i modelli di business che li reggono e diversi i modi in cui potrebbero essere pensati o istituti.

A seconda delle vocazioni dei territori potrebbero essere pensati per le realtà produttive locali. Così come si fa al Mediterranean Fab Lab di Cava Dei Tirreni, dove si organizzano percorsi di hackeraggio dell’azienda. Perché non potrebbero essere i nostri ingegneri a svolgere questo lavoro qui nei territori. A presentare, alle nostre aziende, soluzioni innovative per aumentare l’efficienza e la qualità dei loro prodotti o del loro processo produttivo. O di entrambi.
Ma non solo, anche nelle scuole e nei nostri istituti tecnici vi è tanta materia prima, quella che vale più dell’oro o di qualsiasi giacimento petrolifero. Materia grigia. La quale non aspetta altro che essere formata sulla scorta di queste nuove tecnologie.

fablab_pulaQueste riflessioni iniziano a convincermi di come con meno 10 000 euro potremmo iniziare a contrastare l’abbandono scolastico. E magari ridurre anche il numero dei Neet, che sono tali anche e sopratutto perché l’istruzione ha fallito, perché li ha formati seguendo modelli obsoleti.

Condivido con voi questa storia e riflessione da appassionato di innovazione. Anche all’interno del progetto IM Sardegna del Formez PA, di cui faccio parte, si ragiona da tempo sull’importanza e sul ruolo dell’ecosistema e degli organismi che lo popolano.

A mio parere è necessaria la presenza sempre più forte e massiccia di  evangelisti dell’innovazione. Di strarnutitori contagiosi, in grado di rapportarsi con i territori e le loro intelligenze in maniera costruttiva, con l’obiettivo di divulgare prima, contaminare poi e costruire sopratutto.

Anche un ponte tra due mondi.

Oristano, 12 luglio 2014
Stefano Colombu

3 risposte a “Colombu: “10mila euro, un fablab e un sogno: far riscrivere il futuro della Sardegna dai maker””

  1. simone deidda scrive:

    *fatto* io sono disponibile a riciclare tutta la plastica per trasformarla in filamento 3D, e sono disponibile a farlo dovunque nell’hinterland di Cagliari, e i macchinari li metto io…, a voi prossimo prossimo passo.. Jobs ci fà 1 baffo 🙂

  2. Massimo Menichinelli scrive:

    Le potenzialitá dei FabLab per i territori sono enormi, in quanto possono ridistribuire nei territori formazione, ricerca e produzione. Speriamo quindi di vedere presto molti FabLab in Sardegna, e non solo lí!
    Vanno fatte peró alcune precisazioni sui 10.000 € per lo sviluppo di un FabLab. Innanzitutto si tratta di un Mini FabLab, perché un Fab Lab standard completo costa (a grandi linee) dai 70.000 / 100.000 € in su. Inoltre, con i 10.000 € ci si riferisce alle sole macchine, per cui con i costi di materiali, strumenti, spazi, stipendi, ecc i costi finali lievitano (anche se sono comunque inferiori a quelli di un FabLab standard). Ovviamente un FabLab e un Mini FabLab non sono la stessa cosa, ma si puó lavorare molto sui formati e sulla loro applicazione. Infine il concetto di Mini FabLab non é stato sviluppato dall’MIT ma da Bart Bakker in Olanda su http://www.minifablab.nl/ , ed é poi entrato nella comunitá globale dei FabLab l’anno scorso, durante l’incontro annuale dei FabLab, Fab9, che si tenne in Giappone. Da allora é attivo un gruppo su Facebook per lo sviluppo del progetto del Mini FabLab: https://www.facebook.com/groups/smallfablab/
    L’inventario degli strumenti del Mini FabLab é questo: https://www.facebook.com/groups/smallfablab/1423291301223406/

  3. Stefano Colombu scrive:

    Ciao Massimo, grazie per le precisazioni. Puntuali e preziose. Importanti per stimolare un dibattito sul tema.
    Ad ogni modo, ritengo che sia necessario concentrarci sui concetti. Sopratutto sul come i Fab Lab potrebbero potenzialmente rappresentare delle soluzioni relativamente low cost (se pensiamo agli sprechi della nostra politica o delle opere pubbliche in generale, anche un investimento di 100.000€ per un Fab Lab vero e proprio non è poi cosi esorbitante ) per creare nuove opportunità di sviluppo, di educazione, di formazione e di impresa.
    Un saluto

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