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Perché il suicidio di una ragazzina rende ancora più inaccettabile l’ignoranza digitale dei prof

Giornalista per passione, maestro per caso e con amore, scrittore. La mia università sono state le strade del mondo: i vicoli di Palermo, le vie polverose del Mozambico, del Senegal, della Siria, della Giordania; le baraccopoli di Nairobi; i grattacieli di Shanghai e le lezioni di resistenza degli zapatisti nella Selva Lacandona. Ho operato per dieci anni in carcere fondando il giornale “Uomini Liberi”. Scrivo per “Il Fatto Quotidiano” dove tengo anche un blog e “Altreconomia”. Curo inoltre la rubrica “L’Intervallo” su Radio Popolare. In classe cerco di far lezione con innovazione che è anche rivoluzione per la scuola italiana.

Nei giorni scorsi sfogliando il quotidiano il mio sguardo è rimasto fermo su un titolo: “Giù dalla finestra a 14 anni. La procura trova sul pc un messaggio: ammazzati”. Aurora, se n’è andata così. Forse perché qualche compagno ha esagerato. Forse perché non ha retto la presa in giro in quella maledetta chat. Gli inquirenti stanno seguendo la pista del cyber bullismo.

E noi? Che pista seguiamo? Che interrogativi ci poniamo di fronte al suicidio di una ragazzina di 14 anni?

Ieri non sono riuscito a continuare la lettura di quel quotidiano perché quella bambina poteva essere una mia alunna, mia figlia, mia sorella. Chi fa l’insegnante, chi ha il compito di educare alla vita, non può non porsi qualche domanda.

Fortunatamente non sono il solo ad aver compreso che la scuola non può restare alla finestra di fronte all’SOS che lanciano i nostri ragazzi: l’83 % degli insegnanti italiani chiede maggiore formazione rispetto all’uso didattico delle nuove tecnologie. E’ quanto emerso da una ricerca nazionale condotta, su un campione di 1332 docenti, dall’Università di Milano – Bicocca in collaborazione con AICA (Associazione italiana per l’informatica e il calcolo distribuito) e Telefono Azzurro. L’indagine fatta da settembre 2013 a gennaio 2014 ha coinvolto docenti distribuiti in 148 centri urbani in tutt’Italia: il 37 % insegnanti della primaria; il 37,8% delle “medie” e il 25,2% delle “superiori”.

I dati emersi danno una chiara risposta agli interrogativi iniziali: il 92 % degli insegnanti crede che i ragazzi abbiano bisogno di essere educati all’uso di internet, dei social network, dei sistemi di messaggistica istantanea (whatsapp), e che debbano essere appoggiati da un adulto. Tuttavia l’80% dei professori non percepisce la presenza online dei figli e della scuola.

Basterebbe assistere ai colloqui con i genitori per capire il disorientamento di mamme e papà di fronte a questo pianeta. Angelo è il papà di un bambino di 9 anni. Fa l’operaio, fino alle 17,30. Poi torna a casa e la sera per potersi permettere di mantenere la famiglia, lavora in pizzeria. Ha scelto, dopo la separazione, di tenere il figlio con sé. Il piccolo passa troppo tempo da solo. Anzi con il cellulare: “Sa, maestro ho beccato una chat dove un tizio scambiava strane immagini. Ho scritto a questo tipo ed è sparito. Ma non so cosa fosse…”. Angelo, non lo sa. Si chiama sexting, ovvero lo scambio di messaggi e foto sessualmente espliciti. Episodi di questo tipo sono segnalati in tutti gli ordini di scuole. Se ad Angelo, è concesso di non sapere, non è lo stesso per la scuola che ha il compito d’insegnare al piccolo e al papà, quali sono i pericoli nella rete.

Spesso qualcuno mi chiede: ma tu chatti con i tuoi alunni? Non esito a rispondere in maniera affermativa. Il mio essere presente online con loro sui social network o via whatsapp, è nel segno dell’attenzione: loro sanno che lì, c’è anche il loro maestro, riconosciuto come amico ma anche come persona autorevole. Che a noi piaccia o meno, la maggior parte dei ragazzi, a partire dai 10 anni, ha un profilo Facebook o usa chat. Quando ho chiesto alla mia classe quinta: sapete che non potreste essere su Facebook perché non avete ancora 13 anni? La maggior parte mi ha risposto: “Certo, infatti, ho messo all’atto della registrazione un’altra data di nascita”. E’ in quel momento che l’insegnante ha il compito di essere formato per rispondere ai suoi ragazzi, per poter rispondere comunque fornire loro gli strumenti per affrontare il mondo virtuale.

A chiedere più formazione sull’uso del pc a scuola non sono tra l’altro quelli che non sanno accendere un pc (ancora troppi!) ma tanti di quelli (l’80%) che hanno già partecipato ad un corso di formazione. Nell’indagine emerge chiaramente che chi insegna si è reso conto di essere “importante” nella vita online dei nostri ragazzi: 361 insegnanti hanno segnalato almeno un caso di aggressione avvenuto tra i propri studenti sui social network e quattro professori su dieci hanno dichiarato di essere entrati in contatto con uno studente che manifestava problemi di dipendenza tecnologica.

La fotografia fatta dall’Università Milano Bicocca va di pari passo con i dati Eurostat diffusi in questi giorni: sono ancora più di un terzo gli italiani che non hanno mai usato internet. Siamo in fondo alla classifica europea, sotto al Portogallo e di poco sopra alla Grecia e alla Bulgaria. Secondo quanto rileva l’Istat, internet è disponibile nel 63,3% delle famiglie del Centro-Nord e solo nel 55,1% delle famiglie residenti nelle regioni del Sud e nel 54,7%delle Isole.

Spesso nelle nostre case, mamma e papà, navigano poco e male, non conoscono i social network e i sistemi di messaggistica istantanea. Il problema è quando nemmeno a scuola, i nostri ragazzi, trovano qualcuno cui affidarsi e fidarsi.

Bologna, 23 aprile 2014
Alex Corlazzoli

  • adrianop

    I ragazzi hanno bisogno di essere educati all’uso della vita.Se non vengono forniti gli strumenti di difesa dagli attacchi maligni generici ci sarà sempre qualcuno dalle minori risorse protettive autonome che sarà vulnerabile ai pericoli della rete come da quelli tradizionali.Internet non è portatrice di insidie nuove ma ha reso più immediate,sofisticate e semplici quelle vecchie.Cercare di risolvere il problema limitandone l’uso o cercando di costruire barriere oggettive non credo che serva.Serve far crescere i ragazzi e far loro capire,ad esempio, che gli insulti virtuali sono solo messaggi di un cretino da prendere per quello che valgono.Nulla.

  • Alessio Moiso

    Non posso che trovarmi in disaccordo: se un genitore compra un cellulare con accesso ad Internet (o un computer, o un tablet) deve conoscerne i rischi. Se un genitore comprasse un giocattolo con degli spuntoni, o sprovvisto del marchio CE, tutti gli darebbero la colpa: perché i dispositivi elettronici dovrebbero avere un trattamento diverso?

    Non si può pretendere di vivere nel 2014 senza conoscere Internet, con tutti i suoi vantaggi ed i suoi rischi, sia che tu sia un genitore, sia che tu sia un insegnante.

  • Mauro Boccuni

    Sono anche io insegnante e anche formatore multimediale. Sono totalmente d’accordo con quanto sostiene rispetto alle finalità formative per le coscienze familiari e dei docenti di ogni ordine e grado. Purtroppo, le famiglie o ignorano o sottovalutano le conseguenze del rapporto che si viene instaurando tra i dispositivi mobili/pc e i giovani utenti. Dispositivi di cui, tra l’altro gli stessi giovani, ignorano la potenzialità effettiva, ma che frequentano con una forma di ossessività onanistica, se mi consente :), osservando questi apparecchi e il loro mondo luccicante prevalentemente dal punto di vista di due social: FB e YT.
    Io non accetto la loro amicizia e loro sanno anche perché.
    A scuola, io uso il mio tablet per ragioni didattiche così come la LIM.
    Abbiamo un gruppo aperto da un altro docente che mi ha preceduto.
    Uso molto i social per motivi didattici, ma loro non lo usano nonostante le mie “istruzioni” alla partecipazione.
    Spiano, spettegolano, si lanciano invettive, insulti, appunto sfiorano o sfondano il confine del cyberbullismo. Puro istinto tribale, alla Golding :)

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