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Perché il decreto istruzione affossa ogni speranza di avere il wifi alle elementari

Giornalista per passione, maestro per caso e con amore, scrittore. La mia università sono state le strade del mondo: i vicoli di Palermo, le vie polverose del Mozambico, del Senegal, della Siria, della Giordania; le baraccopoli di Nairobi; i grattacieli di Shanghai e le lezioni di resistenza degli zapatisti nella Selva Lacandona. Ho operato per dieci anni in carcere fondando il giornale “Uomini Liberi”. Scrivo per “Il Fatto Quotidiano” dove tengo anche un blog e “Altreconomia”. Curo inoltre la rubrica “L’Intervallo” su Radio Popolare. In classe cerco di far lezione con innovazione che è anche rivoluzione per la scuola italiana.

“Maestro perché il tuo tablet non funziona a scuola?”. Quante volte mi sono sentito porre questo quesito dai miei ragazzi mentre cercavo in internet l’immagine del Cristo Pantocratore della cattedrale di Monreale o un documentario sui Babilonesi su YouTube. Un disperato tentativo in scuole dove il wireless e la banda larga sono fantascienza.

Spesso a soffrire maggiormente di questo gap sono i plessi che si trovano sotto i piccoli campanili che fanno dell’Italia un Paese a due misure. Una fotografia che forse non ha ben compreso il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza che nei giorni scorsi ha firmato il decreto che spiega alle scuole come accedere al finanziamento di 15 milioni di euro (5 per il 2013 e 10 per il 2014) previsto dal decreto legge “L’istruzione riparte” per il potenziamento delle loro connessioni wireless.

L’articolo uno del decreto seppellisce ogni speranza per la scuola primaria e lascia aperto solo uno spioncino alla media definendo destinatari dei soldi “le istituzioni scolastiche statali secondarie, con priorità riconosciuta alle istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado”.

L’inquilino di viale Trastevere dimentica che le scuole secondarie superiori si trovano, nella maggior parte dei casi in città dove è più facile trovare la banda larga e la connettività.

L’Italia soffre di analfabetismo tecnologico e di assenza d’infrastrutture digitali, in quei paesi da tre mila, cinque mila abitanti dove nelle scuole l’utilizzo di internet nella didattica resta un miraggio.

Secondo un recente rapporto della Confederazione italiana agricoltori nelle aree rurali soltanto il 17 per cento degli abitanti può contare su una connessione costante e di qualità, contro l’89 per cento delle aree urbane.

C’è una “periferia” del Paese dove dovremmo investire rendendo la banda larga realtà e la rete WiFi una consuetudine. Un tema che ha ben presente anche il premier Enrico Letta che proprio in questa settimana ha annunciato il progetto di avviare un’indagine sulla situazione italiana.

I dati Eurispes – Telefono Azzurro sono altrettanto eloquenti nel dimostrare quali sono le scuole che soffrono di mancanza di connettività: gli studenti che non usano mai la rete nella scuola primaria sono il 56,4% mentre alle secondarie il 46,2%. Stessa disparità per l’uso della lavagna interattiva: ad usarla ogni giorno alle secondarie sono il 17,6% mentre alle elementari solo il 10,5%.

E non basta trovare la giustificazione nell’analfabetismo digitale dei maestri: spesso, com’è accaduto nelle scuole dove insegno, manca la possibilità di essere dei docenti 2.0 a causa dell’assenza di wirelles o di banda larga.

Non solo. Pedagogicamente abbiamo bisogno d’iniziare a fare una didattica 2.0 usando tablet, lavagne multimediali, personal computer, con i bambini perché possano crescere senza deficit tecnologico, arrivando ai gradi delle scuole superiori con le competenze digitali appropriate, capaci di usare un motore di ricerca per capire meglio gli Assiri o di leggere un quotidiano on line.

L’obiettivo principale dello stanziamento è incrementare l’uso di contenuti digitali in aula da parte degli insegnanti e, soprattutto, degli studenti per innovare e rendere più interattiva la didattica trasformando aree ed ambienti didattici in aree ed ambienti didattici wireless.

Un impegno che sarebbe stato ancor più profetico se si fosse investito sui nostri cittadini più piccoli, guardando non tanto al domani ma al dopo domani della scuola italiana.

Alex Corlazzoli
@alexcorlazzoli

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