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Il primo (e ultimo) colpo di Caio: avremo un’identità digitale

Sono un giornalista specializzato in nuove tecnologie e, soprattutto, intelefonia e banda larga. Ne ho scritto e scrivo sulle principali testate italiane, generaliste e specializzate, da oltre dieci anni: L’Espresso, Repubblica, Sole24Ore, Corriere Comunicazioni, tra le altre. Qui guarderò al mondo degli operatori telefonici con uno sguardo indipendente e critico.

Forse è davvero “la madre di tutte le norme per digitalizzare l’Italia”, come Stefano Quintarelli ama chiamare la rivoluzione prossima ventura che questo Governo sta preparando, un po’ in sordina, sull’identità digitale.

Già, i tasselli stanno andando al proprio posto per un vicino futuro in cui avremo tutti una password speciale che custodisce la nostra identità certa sulla rete, per accedere a servizi di vario tipo. Della pubblica amministrazione, come anche di privati e qui la fantasia può sbizzarrirsi: palestre, piscine, scuole, cinema, autonoleggi…

La scintilla d’accensione per l’identità digitale made in Italy è arrivata proprio in un articolo di legge a cura dello stesso Quintarelli, noto esperto di internet e ora anche parlamentare di Scelta civica.
L’articolo è il 17-ter intitolato “Sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini e imprese” (abbreviato in Spid) ed è entrato in fase di conversione in legge del cosiddetto Decreto del Fare approvato ad agosto.

Da settembre quindi alla Presidenza del Consiglio vari tecnici ed esperti si sono messi al lavoro per mettere in atto lo Spid. Bisogna arrivare infatti – tra dicembre e gennaio – a un decreto attuativo a cura del ministro alla Funzione Pubblica a cui poi seguirà un regolamento tecnico da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale.

Le persone che ci lavorano sono quelli dell’Unità di missione di Francesco Caio, nominato dal premier Enrico Letta commissario all’Agenda Digitale. L’identità digitale è in effetti una delle tre priorità scelte da Caio per spingere l’Italia sul sentiero dell’Agenda, insieme con l’Anagrafe nazionale della popolazione e la fatturazione elettronica.

Tra gli addetti ai lavori corrono parecchie critiche sull’attività di Caio e su queste scelte.
Per esempio si rileva che si è scelto di focalizzarsi solo sulla pubblica amministrazione, dimenticando aspetti fondamentali come le infrastrutture di rete e la cultura digitale.

Oppure si è notato che quello di Caio è un incarico a termine e che forse sarebbe stato il caso di affidare a figure istituzionali più strutturate il difficile compito di traghettare l’Italia verso il digitale, un po’ come avviene da tempo in Paesi come Francia e Germania. L’ha notato più volte, in recenti convegni, Paolo Gentiloni, parlamentare PD attento da molti anni a questi temi ed ex ministro delle Comunicazioni.

Ciò che si ripete da tempo tra gli addetti è che Caio lascerà questi compiti tra febbraio e marzo, in concomitanza con il suo addio ad Avio, l’azienda in cui lavora e da cui percepisce stipendio. Le stesse voci dicono Caio intenzionato a entrare in Poste italiane.

Eppure va anche notato che l’Unità di missione sta lavorando a marce forzate, su quei tre temi, con l’aiuto dell’Agenzia e in riunioni che rigorosamente si tengono ogni due settimane (con circa una dozzina di presenti).
Almeno parte delle critiche rivolte a questi esperti dipendono dalla loro scelta di non comunicare quanto viene fatto né lo stato di avanzamento dei lavori. Non c’è un sito ufficiale che ne tenga traccia e sarebbe stato opportuno, in tempi di open data, soprattutto su un tema come l’Agenda digitale che ha subito numerosi e gravi ritardi in Italia.

Ma si può dire che la scelta di quelle tre priorità è stata ben pensata. Caio (e i suoi) hanno individuato le cose che possono dare una sveglia all’Italia: tasselli che ne richiamano altri, nella stessa fila, tutti centrati per trasformare il Paese. Questo vale anche per l’identità digitale, che dei tre è il tema più astratto e quindi meno facile da comprendere.
Eppure, proprio per la sua astrattezza, è anche quello che si può porre a monte di tutto: come abilitatore universale di servizi.

Come funziona
I dettagli su come funzionerà la cosa sono ancora nell’aria e saranno affidati appunto prima al decreto e poi al regolamento dell’Agenzia.
Si può anticipare però che il cittadino potrà andare di persona da un proprio “certificatore d’identità” (un ufficio della pubblica amministrazione, o anche un privato che si è accreditato per questo ruolo, in base ad alcuni requisiti tecnici da soddisfare).

Otterrà così un proprio profilo, protetto da password semplice, da firma digitale (su smart card) e da one time password (che può essere generata anche da un app cellulare).

A seconda dell’importanza di quanto facciamo, il servizio ci potrà richiedere solo la password semplice, la firma o la one time password.
Fatto sta che avremo un profilo collegato a tutti gli elementi della nostra identità (non solo i dati anagrafici ma anche eventuali iscrizioni, attestati, titoli di studio che vi aggiungeremo).

Potremo usarla per accedere a servizi, accreditarci, partecipare a concorsi. Si supera così una grossa barriera all’ingresso, per la diffusione dei servizi digitali: l’obbligo del cittadino a doversi accreditare presso ciascuno di loro, magari andando di persona più volte in diversi uffici per ottenere diverse credenziali.

Questa è una barriera anche alla fornitura di servizi digitali da parte di Pa e privati, perché la gestione dell’identità (la cosiddetta “autenticazione” dell’utente) è molto onerosa. Non ha senso che i singoli uffici o aziende private se l’accollino. Perché moltiplicare le identità digitali da gestire, quando è possibile unificare il tutto in una sola per ciascun cittadino?

È una novità interessante anche dal punto di vista teorico perché significherebbe un grosso passo avanti verso la coincidenza tra identità reale e digitale. Finalmente faranno tutt’uno, incoraggiando una svolta culturale nel rapporto tra i cittadini e la rete.

Tutto questo percorso è affidato alla continuità dei lavori nella Presidenza del Consiglio ed è proprio qui l’incognita. La roadmap resterà salda, dopo Caio e magari persino dopo Letta? Il dubbio è lecito se guardiamo al passato.
A ogni cambio di Governo, l’Italia ha avuto l’abitudine di mettere in standby più o meno temporanea le norme pensate dal precedente Esecutivo, sul digitale. Lo si è visto anche con il passaggio da Monti a Letta, almeno nella prima fase della nuova legislatura.

Di qui i ritardi che ci sono stati sui decreti attuativi previsti dal decreto Crescita 2.0 (quello che ha lanciato l’Agenda). Allo stesso modo, è ormai un anno che manca lo Statuto per l’Agenzia, istituzione voluta da Monti e che Letta ha mostrato di digerire a malapena.

Lo Statuto è fondamentale perché l’Agenzia lavori a pieno regime. Sarà un tassello fondamentale appunto per dare continuità al percorso dell’Agenda nel 2014 e nel 2015. Dopo Caio e forse anche dopo Letta. Il premier ha promesso, a un convegno di Confindustria digitale a ottobre, che lo Statuto arriverà entro dicembre. È passato un mese da allora e le festività incombono. Ogni giorno che passa, sembra una promessa sempre più difficile da mantenere.

 Alessandro Longo

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