• Marco

    Mentre leggevo questo post ho pensato che se le stesse parole le avesse pronunciate un politico avrei provato fastidi. La parola rivoluzione sembra infatti essere tornata di gran moda, spesso dettata dalla paura di perdere il treno.. o la poltrona. Tutti pronti a salire sul carro del vincitore? Tutti pronti a battere le mani? Se deve esserci una rivoluzione, che sia la rivoluzione del fare: scrivere un’altra storia rimettendo nelle nostre mani il potere-dovere di cambiare le cose nella nostra piccola realtà, fosse anche un quartiere o un condominio.Credo soprattutto nella rivoluzione dei piccoli gesti quotidiani, non cruenti, imitabili, simbolici, come credo che una alimentazione consapevole possa portarci al recupero di una socialità che, proprio perché recupera il rapporto con la natura ed i suoi frutti, non è poi così lontana dalla spiritualità.

  • Massimo De Maio

    La settimana inizia ottimamente! Una delle “R” che mi sta a cuore, che da qualche anno si è aggiunta alle mie tradizionali “Ridurre-Riusare-Riciclare”, è “Ricollocare” nel senso di “ricollocare l’economia sui territori”. Spero che questo tuo articolo possa aiutare molti di noi ad essere un po’ meno “fricchettoni” e sicuramente più professionali e pragmatici. Guida scaricata, la leggerò con attenzione. Grazie.

    • alex ninja giordano

      ogni tuo feedback, fratello mio, è ben accetto ;)

  • Azeb Lucà Trombetta

    aricolo intenso e interessante. Che rileggerò per punti.

    cosa ne pensi di questa iniziativa?

    http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/11/18/via-fondazza-prima-social-street-italiana-e-nel-centro-di-bologna/254144/

    • alex ninja giordano

      molto interessante, domani ne parlo coi miei studenti ;)

  • Nunzia Falco Simeone

    Ormai ho perso il conto di quante volte ho affermato con sicurezza: “Ora basta, preferisco andare a fare la cameriera a Londra piuttosto che restare in questo Paese!” L’ho detto appena diplomata, quando non ero sicura se volevo investire 5 anni della mia vita in un’Università, l’ho detto 5 minuti dopo essere stata proclamata ‘Dottore’ per la prima volta, perché non avevo idea di cosa aspettarmi ‘là fuori’. Poi mi sono specializzata e, finiti gli studi, non avevo più nulla che mi trattenesse a Napoli, eppure sono rimasta. Dopo essermi lamentata per anni e anni, ora dico”Restiamo, restiamo tutti!”, perché il modo per migliorare c’è, le persone in grado di mostrarci la via non mancano, così come i mezzi per diffondere l’idea. Sono completamente d’accordo, nel dover partire dal basso, per migliorare la nostra vita dalle piccole cose, dalla comunità in cui viviamo, dalle persone. Leggendo questo articolo non ho potuto fare a meno di pensare alla Kallipolis di Platone, la città in cui ogni cittadino fa quello che è portato a fare, quello per cui ha talento, e dà il proprio personale contributo ad essa. Aiutiamoci e supportiamoci, compriamo dal macellaio e dall’agricoltore sotto casa, o in quel piccolo negozio handmade, loro ce ne saranno grati, ricambieranno e saremo tutti più felici.

  • Paolo Cds

    Il problema delle scuole e delle universita’ e’ che sono rimasti (forse) gli unici luoghi in cui ci si riunisce in gruppo per un qualche fine. E’ un posto in cui ci si incontra e (di solito) non si e’ in stretta competizione per qualche risorsa che non sia il sapere. Hanno un grosso problema:Sono un investimento su un “prodotto” che ha bisogno di tempo per essere veduto e apprezzato Ma la societa’ ha bisogno che sia subito pronto per essere consumato. Inoltre subiscono continuamente attacchi perche’ producono persone che “pensano con la loro testa”. Resta il problema che da sole non possono vincere la paura di aggregarsi in comunita’ di interesse. La necessita’ deve nascere dal basso, dai nuovi citizen. La rete puo’ essere un potente mezzo di comunicazione, ma il pubblico deve essere convinto che sia la giusta strada… e non cliccare solo su “mi piace” … come fine ultimo della vita.

  • Guest

    Tanti sono i punti in cui la si può vedere ma vorrei porre l’accento sul
    significato della COMPRENSIONE e sulla
    sua reale sostanza, che va percepita non come traguardo di un ricostruito senso
    di comunità ma come punto di partenza per ogni tipologia di spontanea aggregazione
    che non può essere prodotta artificialmente. Forse anche per questo il “sistema”
    è fallito, non è più in grado di comprendere e di assecondare la spontaneità
    dei processi dal basso. Attenzione però, non intendo la comunità come cerchio
    caldo (Rosenberg) che mette al riparo dalle trasformazioni del mondo e rimane
    uguale a se stessa perchè la comunità deve comunque compiere delle scelte
    sempre nuove e rischiose. Deve aprirsi e costruire quelle reti globali che gli
    permetteranno lo scambio (non solo economico) sostenibile. La differenza tra
    approccio e dogma sta in questo, nel giocare con le cose e trasformale e la
    guida credo possa darci una grossa mano per comprendere e agire secondo
    località.

  • Ilario Vallifuoco

    Partire dall’alto non è più possibile. Tutti e dico tutti ci siamo giocati la possibilità costruire dall’alto, che riflettendoci non è manco un’dea malvagia. Ma la vera questione è che purtrooppo non ci sono le basi, le fondamenta, per partire dall’alto. Bisogna necessariamente costruire. Costruire in altro modo partendo appunto dalle comunità locali, riconsegnando ai piccoli centri la loro dignità, riconsegnado alle piccole imprese la loro importanza, e ai piccoli talenti la loro opportunità. Questa a mio avviso è l’unica possibilità che viene data ancora ad un’Italia scialba e seza punti di riferimento. Un’ Italia che sembra una cagna sciolta. Sia chiaro, siamo tutti bravi a sparare sulla croce rossa, ma è importante a mio avviso offrire un contributo per quella che sicuramente è… più di una speranza. UN AMBIZIONE.

  • Maurizio Imparato

    Qualcuno diceva “quando scompariranno le api agli esseri umani non resteranno che 4 anni da vivere”. Beh, questo post dimostra come la vitalità delle comunità è molto resistente ai “pesticidi” dell’economia “moderna”. Molte comunità, intorno al mondo, stanno creando ecosistemi sostenibili ed evoluti. Come le api, raccogliamo il polline nutriente contenuto nella “guida all’agire locale” e trasportiamolo negli alveari per trasformarlo in miele nutriente per noi e per le nuove generazioni.

  • Luca Carbonelli

    l’importanza della consapevolezza. è questo su cui bisogna lavorare, e partire dal locale è la cosa migliore per raccogliere futuri frutti concreti. Rendere i piccoli imprenditori consapevoli di ciò che producono, commerciano, del prodotto di cui hanno cura, farebbe solo bene al territorio. tanti piccoli territori che vivono nel benessere, nella serenità della conoscenza dei propri prodotti, possono rendere vivibile un intero paese basando la proprie economia, magari, sulla somma di tante piccole dinamiche locali. Gran bell’articolo Alex. Ora cominciamo a mettere in pratica questa lezione. E soprattutto usiamo questi pensieri per livellare le condizioni dei territori del nostro sud a quelle europee.

  • Guest

    La prima volta che sentì parlare di Societing ero nel
    regno del marketing, quello non convenzionale/virale/tribale. Ero lì da allieva e l’opposizione tra societing e marketing sembrava alquanto stridente in quel luogo. Poi tutto si incastra, si delinea, si capisce e soprattutto si condivide. E io condivido tutto, cercando di innervare la rural social innovation prima in una personale quotidianità poi in una mia presenza nella comunità locale in cui vivo.
    “E bisogna cominciare anche dalle scuole, dalle università.” È questa la frase su cui oggi si ferma la mia riflessione. Prima dell’università c’è la scuola di secondo grado, e prima ancora c’è la scuola media fino a scendere verso la scuola primaria. Sembra paradossale come il sistema debba cambiare ciò che invece per 18 anni nutre e alimenta. Ci ritroviamo a dover cambiare i grandi, perdendo la cognizione che potremmo accompagnare verso la bellezza del societing i piccoli. Fino a quando non si riuscirà a invertire la rotta sarà sempre necessario un duplice sforzo: prima costruire (sbagliando), poi cambiare
    (ciò che abbiamo costruito sbagliato). È come se intanto li facessimo crescere e quando avranno la maggiore età ci prodigheremo per cambiarli: e allora li bombardiamo di tecnologia e li illudiamo di essere nativi digitali, quando invece sono solo utilizzatori e ripetitori inconsapevoli di gesti meccanici. Ci sembra ormai giusto dire ad un ventenne “fai il contadino 2.0” ma ci fa paura spiegarlo ad un bambino di sei anni le cui aule vogliamo far assomigliare ad una navicella spaziale. Così frequentemente riusciamo a dir loro: “resta con i piedi per terra” e se iniziassimo a dire “stai con le mani nella terra?”. Allora basta piagnistei: facciamo la rivoluzione ripartendo dalle comunità locali…ripartendo dai piccoli, prima che diventino troppo grandi!

  • Anto Della Torre

    La prima volta che sentì parlare di Societing ero nel regno del marketing, quello non convenzionale/virale/tribale. Ero lì da allieva
    e l’opposizione tra societing e marketing sembrava alquanto stridente in quel luogo. Poi tutto si incastra, si delinea, si capisce e soprattutto si condivide. E io condivido tutto, cercando di innervare la rural social innovation prima in una personale quotidianità poi in una mia presenza nella comunità locale in cui vivo. “E bisogna cominciare anche dalle scuole, dalle università.” È questa la frase su cui oggi si ferma la mia riflessione. Prima dell’università c’è la scuola di secondo grado, e prima ancora c’è la scuola media fino a scendere verso la scuola primaria. Sembra paradossale come il sistema tenti di cambiare ciò che invece per 18 anni nutre e alimenta. Ci ritroviamo a dover cambiare i grandi,
    perdendo la cognizione che potremmo accompagnare verso la bellezza del societing i piccoli. Fino a quando non si riuscirà a invertire la rotta sarà sempre necessario un duplice sforzo: prima costruire (sbagliando), poi cambiare (ciò che abbiamo costruito sbagliato). È come se intanto li facessimo crescere e quando avranno la maggiore età ci prodigheremo per cambiarli: e allora li bombardiamo di tecnologia e li illudiamo di essere nativi digitali, quando invece sono solo utilizzatori e ripetitori inconsapevoli di gesti meccanici. Ci sembra ormai giusto dire ad un ventenne “fai il contadino 2.0” ma ci fa paura spiegarlo ad un bambino di sei anni le cui aule vogliamo far assomigliare ad una navicella spaziale. è così facile dire: “resta con i piedi per terra” e non “metti le mani nella terra?”. Allora, è giusto, basta piagnistei: facciamo la rivoluzione ripartendo dalle comunità locali…ripartendo dai piccoli, prima che diventino troppo grandi!

  • Toni Isabella

    Io credo che i tempi siano maturi per una vera e propria rivoluzione che consista nel riappropriarsi dell’identità che abbiamo svenduto negli ultimi decenni ai politici, alle istituzioni, agli enti locali, a tutta quella miriade di trafficanti e trafficoni che hanno divorato il territorio per biechi interessi di parte. La nostra rivoluzione parte prima di tutto dallo scoprire interessi comuni e azioni condivise, il profitto incentrato esclusivamente sulle operazioni commerciali ha fallito, bisogna investire sulla solidarietà e sulla ricerca di obiettivi comuni incamminandosi in percorsi inediti. La creazione della rete che si sta concretizzando nella provincia di Salerno e che parte dai monti Picentini e arriva sino a Sapri investendo territorio intermedi è una lezione che arriva dritta a tutti coloro che hanno sinora inteso lo sviluppo come un’operazione prima di tutto “politica” tralasciando quasi totalmente l’aspetto reale e i benefici ad esso legati. Le etichette e le bandierine le lasciamo volentieri a tutti coloro che intendono ancora baloccarsi con operazioni vuote di contenuti e significato. La Rivoluzione è cominciata e noi siamo pronti.

    • alex ninja giordano

      Piano, piano… è importante dare il tempo per rassicurare chi ha dubbi e trovare il modo giusto per comunicare il perchè di una alternativa possibile ;)

  • Giorgia Cecconi

    Io la crisi la vedo, e la sento, ma non me ne voglio andare.
    Sono fiduciosa, o forse sto cominciando a pensare che se sei bravo e se hai un’idea e una motivazione forte una strada la trovi.
    Al di là delle istituzioni che non ci tutelano e non ci aiutano, e al di là di tutti quelli che ci dicono che se non conosci qualcuno non vai da nessuna parte, io vedo tante persone che si danno da fare, tanti ragazzi che spendono il loro tempo e le loro energie per fare qualcosa di buono, per sentirsi bene. E queste cose le vedo (soprattutto, e per il momento), nelle associazioni (per lo più di volontariato) che stanno cercando di (ri)dare valore alle proprie comunità locali, ai propri quartieri, e pensando in grande, alle loro città. Loro hanno capito come si fa societing, hanno capito che la rivoluzione deve partire dal singolo, e si deve diffondere.
    E’ questione di forza, e di carisma. Perchè se ci sai fare qualcuno ti nota.

    • alex ninja giordano

      ma è anche vero che dove non può la forza del singolo è possibile agire in gruppo. e ti assicuro che succedono magie potenti ;)

  • Giuseppe Delle Cave

    Una nuova visione della vita, un sogno. Potrà battere le imposizioni ideologiche odierne? In nome di non si sa cosa, migliaia di talenti sono stati allontanati e invece oggi grazie a persone illuminate siamo di nuovo a parlare di sviluppare le comunità locali, i talenti che ne fanno parte e le grandi possibilità che ci sono. Si è visto che la qualità, l’eccellenza è a portata di mano. L’esempio dei ragazzi affermatissimi nel mondo che ora hanno messo su quell’impresa di trasformazione delle nocciole, secondo me, calza a pennello.Una nuova civiltà che si riscopre “capace di”, che riscopre la sua finitezza rispetto al resto e capisce che c’è bisogno di tutti per migliorare ciò che ci circonda. I dogmi del capitalismo estremo ci hanno “impapocchiato”, ci hanno fatto credere che il progresso fosse solo profitto, soddisfazione di bisogni individuali. L’aspetto relazionale, che invece è la base del vivere insieme, l’hanno conservato solo per i legami familiari. E, invece, quanto valore crea?!?!

  • Mario Vedetta

    Questo Post è una bomba ad orologeria, peccato non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non tutti siamo davvero convinti di poter fare questa Rivoluzione dal Basso. Dopo aver letto l’articolo sono sempre più convinto che il miglior modo di stare nel mondo “Globale” risiede proprio nell’accettare e condividere le diversità Locali. Ma pensiamo alle nostre Terre, volgarmente definite “Terre dei Fuochi”, lì abbiamo qualche speranza in meno di poter attuare questa Rivoluzione dal Basso che auspica nel Post e che anche io, con tanto orgoglio, vorrei praticare. Una sola domanda: volendo proiettarci in questo scenario “locale”, l’Italia, che non ancora esiste, che fine farà?

    • alex ninja giordano

      il discorso è tosto e può essere affrontato su diveersi livelli. Ma la domanda che ti faccio io è questa: ma cos’altro è l’Italia se non la somma dei suoi oltre 8000 comuni? Se non il posto con la maggiore varietà di paesaggi e biodiversità?

  • Andrea Paoletti

    Alex, articolo lungo, complesso, con molte tematiche.
    Punto 1:
    Pongo accento e indirizzo l’attenzione solo su 3 cose reali che vedo attorno a me:
    - molte persone si sentono sole (molte volte si sentono più che lo sono realmente)
    - c’è poca autostima (risultato della cultura del molto parlare e del poco fare)
    - poca gente sa rispondere alla domanda “quale è il tuo sogno?”
    Questi fattori creano poco interesse nel fare “community”. Anzi spesso le persone che presentano queste 3 caratteristiche si sentono in difficolta nel mezzo di gruppi di persone. Leggendo Che Futuro e il blog di Societing e Rural Hub mi rendo conto della difficolta del linguaggio con cui si passano alcuni concetti. Quindi la domanda è: come fare a esprimere alcuni concetti in modo tale che siano realmente inclusivi?
    Punto 2:
    Nel rural Hub come immaginate di comunicare con i vostri vicini di casa? E come trasmetterete loro i concetti di innovazione sociale?
    A Casa Netural è il grande tema attuale.

    • alex ninja giordano

      Carissimo, al punto 1 poni questioni sulle quali si stanno scervellando il fior fiore dei sociologi postmoderni ed a tal proposito ti consiglio Insieme ma soli di Sherry Turkle che cerca di capire come mai ci aspettiamo sempre più proprio da quelle stesse tecnologie a cui faccio riferimento nel post e sempre meno dagli altri. Il discorso è lungo e vale la pena parlarne.

      Fai riferimento alla difficoltà del linguaggio e forse hai ragione. Anche se credo che certi temi debbano essere affrontati a più livelli, ciascuno facendo il suo. Qui mi limitavo a condividere con voi la frustrazione che ci ha portato a diffondere la guida all’agire locale come primo strumento per avviare una discussione in certi ambiti di ricerca e di studi. Poi, ripeto, è bene che ciascuno faccia il suo nel suo ambito di riferimento. E spesso, credimi, non sempre sono le parole il mezzo giusto per comunicare. E qui arriviamo al punto 2 che potete vedere ben rappresentato nel video dell’esperienza del catuozzo dove, come dicevo, ci siamo scambiati espereinze facendo qualcosa insieme. Anzi, in quel caso visto che il Maestro era Zi Peppe o’ Sciasciuo (maestro boscaiolo di ’86 anni) ti devo assicurare che la cosa migliore era quella di ascoltare. Lo abbiamo fatto e qualcosa lo abbiamo imparato ;)

  • Davide Pistorio

    @nunziafalcosimeone:disqus non credo si tratti solo di comprare dal macellaio sotto casa invece che nella grande catena di supermercati. Il fatto di ripartire dal basso ha radici più profonde. Si tratta di risvegliare l’orgoglio locale non solo nel senso di comprare (ancora una volta occuperemmo un ruolo passivo e limitato) ma proprio nel senso di “CO-PRODURRE” e “CO-INNOVARE”. Le idee non mancano e rispetto al passato ci sono gli strumenti del web 2.0 che danno possibilità di partecipazione inedite (ma da soli gli strumenti non bastano! C’è modo e modo di usarli). È necessario un nuovo modo di pensare (che come dice Alex deve anche essere inserito nei processi di socializzazione primaria) – dalla famiglia alla scuola fino ad arrivare all’università.
    Affinchè la propria comunità locale possa prosperare ritengo che il ruolo dei nativi digitali sia centrale. Ne parlavo a lezione qualche giorno fa e affermavo: “non mi sembra che questi nativi digitali siano così pronti”. In realtà loro sono i più portati a guardare all’innovazione sociale con occhi diversi, perchè sono abituati a “giocare” con il mondo e con i nuovi strumenti, hanno una forma mentis reticolare e se dotati dei giusti mezzi anche cognitivi possono fare la differenza.
    Detto ciò, noi più grandicelli non siamo da buttare, se siamo qui ad apprezzare questo nuovo modo di innovare vuol dire che ci siamo dentro anche noi. Sta a noi mediare tra i nativi digitali sbarbatelli e coloro che sono completamente fuori da queste logiche. The power of us.

  • Davide Galli

    Ottimo Alex. Potrebbe esserci la possibilità di unire la solità richiesta di tip&tricks sulle magnificenza del 2.0 o addirittura del 3.0 con i suoi ragionamenti sulla necessità di ruralità per salvarsi e salvaguardarsi. Conosce l’esperienza di Bardi? Provi a dare un’occhiata qui: http://davidegalli.com/pubblicamente/files/La7-Reality.html o più in generale qui http://davidegalli.com/pubblicamente/files/tag-bardi-e-val-ceno.html
    A disposizione per ulteriori ragionamenti e sviluppi.

  • Giuseppe Lisena

    Bel post Alex. Condivido le idee e soprattutto l’invito a eliminare le lamentele dai nostri propositi. Non parlerei di rivoluzione ma di graduale consapevolezza collettiva che per avere energia dovrà passare per forza dalle scuole e università. Leggendo alcuni passaggi ho pensato a ‘piccolo è bello’ di Schumacher e alla felicità delle piccole comunità autonome del cosiddetto 3* mondo. Il futuro sarà pieno di momenti in cui ci sentiremo orgogliosamente nel passato, più membri comunità e sempre meno consumatori da conquistare. G

    • alex ninja giordano

      il titolo non è mio. convengo con te che è più corretto parlare di crescita piuttosto che di rivoluzione ;)

  • Leoh Bonaccorso

    Non smetterò mai di pensare a quanto sia bizzarro riscoprire non solo la socialità più autentica, ma anche quei costumi che particolarmente ci definiscono – le tradizioni dei piccoli luoghi da cui proveniamo – grazie e attraverso un mezzo in contrapposizione ad essi così futuristico: internet. Aldilà dell’immobilismo del bel paese, credo che la poca comprensione della necessità dell’attivare ognuno la propria comunità, valorizzandone le caratteristiche principali mediante un’organizzazione che le renda efficienti economicamente ed eticamente, trovi origine appunto nello scarto tra tradizione e futurismo: la prima intesa come processo culturale ben radicato nella comunità e nel suo territorio, il secondo come ansia rivoluzionaria sulla base delle nuove conquiste tecnologiche. Due poli che si manifestano in due spinte contrapposte: una verso l’interno e la conservazione, l’altra verso l’esterno e la globalizzazione. Ecco il problema, a mio parere, e cioè: quando queste tensioni – spesso inasprite anche da quei movimenti che se ne sono con violenza verbale o fisica attribuiti il ruolo di portavoce – si scioglieranno serenamente in un’unica visione che dal basso vede partire infiniti capillari e piccoli sistemi, ognuno parte di un organismo molto più grande? La rete, il glocal, niente di nuovo eppure niente di così trascurato. Niente di così svilito e piegato alle logiche della modernità e della crescita sfrenata, che si perpetuano oggi e s’infiltrano subdole in quella cassetta degli attrezzi – chiamiamola societing – che rischiamo di sprecare perché ancora legati a concetti economici inadeguati – economie di scala, competitività -, o a concetti nuovi ma strumentalizzati – la sostenibilità intesa come l’opportunità di vendere il detersivo eco a un nuovo segmento di consumatori. Sono convinto che la grande rete digitale e fisica dello scambio mondiale non possa che essere il canale in cui debbano circolare le tante culture finalmente in connessione, e non lo dico per fare il fricchettone. Lo dico perché piccole attività, costose e artigianali, autoctone e poco remunerative nel piccolo mercato di provincia possono diventare una miniera d’oro se, rimanendo collocate nei loro luoghi d’origine, entrassero in connessione con gli scambi mondiali. Sono sempre stato entusiasta per questo tipo di globalizzazione, ma a voler essere realistici quanto spazio c’è per l’imprenditoria locale nel sistema politico-economico attuale, in un lento declino di impoverimento e subordinazione a nuovi grandi padroni? Ovvero: abbiamo davvero le risorse e la forza di produrre il cambiamento? è bello credere di possederle…a volte però penso solo di essere vittima della mia stessa propaganda.

    • alex ninja giordano

      l’importante è non partire sconfitti altirmenti un’alternativa non sarà mai possibile. Cominciamo a praticare strade diverse e vediamo dove portano…

  • Giuseppe Caruso

    Data l’enorme inefficienza del sistema politico-istituzionale, concordo a pieno con l’autore nell’affermare che per cercare di risollevare le sorti del nostro Paese è ormai necessario attivarsi per promuovere un’azione di cambiamento proveniente dal basso. Come mi è capitato più volte di affermare, sembra essere giunto quindi il momento di lasciarsi alle spalle il vecchio modello, che prevede la nascita delle innovazioni segregata all’interno di luoghi chiusi come le università e i laboratori delle grandi imprese, per adottarne uno completamente nuovo, più vicino al concetto di “Societing”, basato su un approccio aperto e collaborativo. In quest’ottica si fa strada l’idea di ripartire dalle comunità locali, mediante la presa di coscienza che partendo dal piccolo si possono raggiungere dei grandi risultati in grado di favorire l’attuazione di cambiamenti radicali. A tal proposito, “RuralHub” rappresenta solo uno dei tanti esempi che sembrano andare verso questa direzione.
    Abbiamo tutti gli strumenti di cui necessitiamo a portata di mano. Dobbiamo solo rimboccarci le maniche ed imparare ad utilizzarli nel modo corretto. Come affermato dall’autore “sia in quanto individui sia in quanto comunità, il nostro potenziale per cambiare il funzionamento della nostra economia è davvero immenso”.

  • Andrea Macera

    Come ho avuto già modo di dire in un commento ad un altro articolo, uno dei grandi pregi del cosiddetto web 2.0 è stato sicuramente quello di “riportare” le persone in uno spazio comune, in una comunità. Gli strumenti di social networking, in particolare, ci hanno (ri)dato la possibilità di cooperare e co-creare, permettendoci di collegare esperienze e conoscenze isolate, evitando così che andassero perdute.
    Bisogna quindi servirsi degli attuali strumenti offertici dalla Rete per riscoprire valori “antichi” e potenziare pratiche che credevamo appartenere ad un tempo passato.
    Lo scopo dovrà essere quello di (co)generare dei nuovi modelli economici (questa volta,però, sostenibili).
    Quello che manca però è un’adeguata mentalità, in grado di far coincidere il business con gli interessi della comunità.
    Per sopperire a questo problema, come dice Alex Giordano, bisognerebbe ripartire dalle scuole, ma conoscendo i tempi di questo Paese la vedo dura…

    • Gennaro Buonavita

      Quello delle scuole è un tema cruciale per ogni battaglia civica. Puntare su chi è nel pieno del processo formativo è doppiamente produttivo, soprattutto quando si ha a che fare con il mondo del digitale. Noi siamo giovani, ma siamo pur sempre dei “migranti” a dispetto dei cosiddetti “nativi”. Ma forse proprio perché appartenenti ad una generazione di mezzo, possiamo rappresentare l’anello di congiunzione tra le nuove leve e il mondo raccontato e praticato dal vecchietto (solo anagraficamente da quanto si vede) del video.

    • Fulviaetta Pisellonio

      Conosco più di una maestra di scuole elementari che mi riferisce del costante aumento di bambini non italiani nelle classi. Pensi sia possibile fargli passare un senso di appartenenza, quando è già un traguardo insegnargli la grammatica?

      • alex ninja giordano

        le diverse culture di provenienza possono essere una richcezza da condividere tra tutti i bambini.

  • Fulviaetta Pisellonio

    La rivoluzione va fatta per dare una scossa reale all’economia del paese
    che non può che ripartire da imprenditori che hanno un po’ di coraggio
    di rischiare in un futuro incerto… la strada, necessariamente, è
    puntare sulle specialità locali per non essere cannibalizzati dalle
    grandi imprese-Golia. Però, dissento sul rilancio della forte identità
    locale: non solo è già molto radicata (esempi sono le rivalità tra città
    e le rivendicazioni varie ed eventuali) ma rischia di intaccare l’unità
    italiana, messa ancora in discussione e comunque tema ancora caldo per
    le evidenti differenze nord-sud, piuttosto che tra regioni “regolari” e a
    statuto speciale. Non si può reagire alla globalizzazione, magari un
    po’ intimidatoria per certe piccole realtà, chiudendosi a riccio ma
    unendosi per essere più forti, anche tra città, pur mantenendo le
    proprie peculiarità, tradizioni ed orgoglio locali.
    Certi tentativi
    di promuovere l’appartenenza locale fanno peraltro sorridere: sono come
    le felpe dei college americani che qui non attecchiranno mai! Di recente
    hanno caricato su youtube questo video musicale dedicato a tutti i
    piacentini nel mondo (http://www.youtube.com/watch?v=PxgfVr6GYtI), ma
    che vuol dire cantarsela e suonarsela da soli? L’appartenenza a una
    comunità non è merchandising, è vivere in una comunità e partecipare
    attivamente da cittadino consapevole! L’appartenenza non si può
    insegnare, si può solo vivere.

    • alex ninja giordano

      Concordo con te. bisogna andare oltre il marketing.

  • Guidosdraculea Guglielmi

    giusto

  • Guidosdraculea Guglielmi

    vero

  • Josy Caiazzo

    Basta lamentarsi è ora di agire e non c’è bisogno di guardare lontano, valorizziamo ciò che ci circonda, questa è la vera innovazione rivoluzionaria. Una strada percorribile e possibile per far rinascere il nostro paese.

  • Patrizia Ciardi

    Anche se respiriamo da tempo quest’aria di negatività e crisi generale,economica e di valori,sono sempre un po’ contraria ad alcuni discorsi disfattisti e critici. Non significa non rendersi conto della realtà dei fatti ma sono convinta che a volte fa comodo adagiarsi su certi discorsi come “dobbiamo solo andarcene per avere un futuro” oppure “non c’è nulla da fare nessuno ci aiuterà”. Questi discorsi sono utili se presi come punto di partenza per delle azioni costruttive future. Ciò che ho letto in questo articolo conferma quello che penso. Le possibilità per un cambiamento sociale ci sono. L’innovazione sociale è appunto qualcosa che avviene spontaneamente e nasce dalla voglia di collaborare e di relazionarsi agli altri continuamente,in vista di un progetto futuro,non è certo qualcosa che dobbiamo aspettare dall’alto. Leggendo la guida,ho scoperto iniziative molto interessanti,spunti utili da cui partire. Chi vive in piccole province,come me,vede amplificate alcune difficoltà che con metodi innovativi,e con la consapevolezza e la volontà collettiva possono essere superate facilmente. Bisognerebbe investire di più sulle comunità locali perché sono quelle che maggiormente non sono state contaminate, e che possiedono i valori del Paese,la genuinità che bisogna riscoprire. Valori come il benessere generale, la diminuzione dei costi sociali,la rivalutazione del territorio,sono obiettivi da porsi e che potranno essere raggiunti,attraverso iniziative come quelle già esistenti o ad altre che potranno nascere proprio dai più giovani. Infine trovo fantastica l’idea dei negozi temporanei,un’idea originale e utile.E’una possibilità per valorizzare piccole zone che magari di solito non sono molto frequentate,ma anche semplicemente per dare un supporto ai piccoli imprenditori che possono provare a valutare la loro attività. Cambiare partendo dal basso e da piccole realtà è possibile!

    • alex ninja giordano

      :)

  • L’eco punk

    Ho sempre fatto parte di quella categoria di persone “ora scappo via dall’Italia” e ho fatto un master (indebitandomi) su “come scrivere efficacemente per vendere batterie di pentole”, 2.0 l’ho imparato dopo con gli stage. Per necessità, ora mi ritrovo a casa, al sud, unendo al lavoro di venditrice di pentole 2.0 full time, la costruzione di consapevolezze riguardo al cibo e all’ambiente e in questo una grande spinta l’ho avuta dal campdigrano. Va bene alex quello che dici tu, basta con i piagnistei, ma quanto dobbiamo lavorare per ottenere il risultato sperato? La costruzione di comunità locali si concretizza in piccoli passi e con l’aiuto di tutta la comunità, ma quante energie devo impiegare per farmi capire in una città in cui l’apparenza, il senso di ordine e pulizia (in casa e per il vestiario), la ricchezza la fanno da padroni? E dico di più, in un ambiente come questo, io sono visionaria e quasi altezzosa perchè sul lavoro non voglio spalare merda, come se fosse un passo assolutamente obbligato. Chi lavora in pubblicità sa quello che voglio dire, lo fanno tutti ok, ma c’è qualcuno come me che la pensa in maniera diversa e ogni giorno viene schiacciato dal sistema. Quanto si può resistere? Bisogna essere tenaci ma quanta strada c’è da fare? La mentalità di un posto è dura a morire e tante volte penso che non voglio fare la martire per la mia città natale…

    • Fabiana Di Martino

      Sono pienamente d’accordo col tuo pensiero. Va bene smettere di piagnucolare e rimboccarsi le mani, lavorare per cooperare e organizzarci per il bene comune, ma come te mi chiedo se tutto ciò sia possibile in una città come Napoli, che personalmente fatico a percepire come una comunità. E soprattutto mi chiedo se ne valga la pena, visto che il risultato finale rischia di essere pura illusione. Bella la tua frase “non voglio fare la martire per la mia città natale”, nemmeno io!

      • alex ninja giordano

        Napoli è una Metropoli e per questo è una realtà molto complessa. Magari la tua comunità può avere confini diversi…

    • Fabiana Di Martino

      Sono pienamente d’accordo col tuo pensiero. Rimboccarsi le maniche e lavorare per la comunità, ma a che prezzo, per quanto tempo? E poi nella nostra città, che fatico a percepire come una comunità locale. Bella frase “non voglio fare la martire per la mia città natale” …neppure io!

  • anysputnik

    Se non hai portato con te un fisico ed un chimico in grado di sintetizzare l’esperienza de o’catuozzo ho il sospetto che l’operazione si avvicini ancora al newfolk per i vecchi mestieri, e io che sono vecchia e cattiva, sospetto che fra tante belle intenzioni, alla base ci sia una nuova vecchia operazione, ognuno al suo posto.
    Ma sono disposta a ricredermi

    • alex ninja giordano

      Hai proprio ragione. Ti dirò di più oltre ad un fisico e ad un chimico ci siamo portati anche alcuni sociologi, antropologi ed economisti. il lavoro da farsi è tanto, ma è bene però che ognuno lo affronti dal suo punto di vista con serietà, rigore e profondità.

  • Rosario Vitiello

    Pur essendo d’accordo sulle potenzialità di una concreta valorizzazione del contesto locale, attraverso una spinta proveniente dal basso, nutro delle riserve soprattutto per quanto riguarda la tendenza “nostrana” a preservare lo status quo. In fondo, per motivi culturali, sociali, strutturali, politici e chi più ne ha più ne metta, il nostro paese è piuttosto restio a dare ascolto alle istanze di innovazione sociale, e quando ciò accade, è sempre per l’opera di una minoranza, guardata con “diffidenza” da una maggioranza invece vecchia nel senso più ampio della parola. E sono d’accordo che per fare ciò, per “costruire” comunità locali forti, per dar vita ad un vero e proprio movimento bottom-up, si debba partire dalle scuole, ancor prima che nelle università. E’ vero che i nativi digitali possiedono una forma mentis diversa grazie alla quale guardano all’innovazione sociale con occhi diversi dai nostri, ma siamo proprio così sicuri che la maggior parte di essi sia conscia di possedere tale forma mentis? Io credo che in questo senso le nuove generazioni non siano ancora in grado di capire le enormi potenzialità degli strumenti che hanno a disposizione, in termini di innovazione e di “rivoluzione”. Ed è qui che si deve intervenire per far si che quella che magari adesso è una minoranza, ribalti la situazione. D’altronde, anche le parole di Alex lasciano intravedere questa necessità (“sto cercando di lavorare con gli studenti su approcci diversi che diano la possibilità di
    rivedere con occhi puri il tema dell’innovazione.”). Insomma, bisogna dare una spallata definitiva a quella mentalità basata su anni e anni di capitalismo puro con i suoi dogmi, ben descritti da @giuseppedellecave:disqus.

    • alex ninja giordano

      Ora potremmo partire con il gioco del “E quindi?” :) è un gioco un poco antipatico che ci porta però a capire che non basta analizzare le cose ma che c’è bisogno dell’aiuto di tutti per fare un passo vanti ;) tu dove/come spingi?

      • Rosario Vitiello

        Io sono “per la rivoluzione”, sono a favore di questa possibilità, mi limitavo a sottolineare alcune perplessità relative alla natura del nostro paese che potrebbero “ostacolare” tali iniziative. E’ vero, c’è bisogno del contributo di tanti e di tutti per fare un passo avanti, ed è questo che volevo esprimere nel criticare l’italia e le nuove generazioni.

  • Manuela Vanzo

    Metaforicamente parlando: se devi fare un muro parti dai mattoni. Sono d’accordo sul fatto che per cambiare le cose bisogna partire dal proprio orticello, dal basso. Niente di più vero. Se così non fosse, allora probabilmente, la “rivoluzione” resterebbe utopia. A conti fatti, spinte di cambiamento che partono proprio dalla valorizzazione del territorio e dalle comunità locali ci sono e gli esempi sono pure numerosi. C’è solo da augurarsi però che questi fermenti non si spengano a causa di quelli che “sì, ma tanto poi non cambia niente”. Perché alla fine il pessimismo e la convinzione che le cose non possano essere diverse sono ancora profondamente radicati nella società. In tutta onestà, credo che il cambiamento sarà difficile, ma non impossibile e che, col tempo, si possa fare proprio del cambiamento un valore condiviso dalla collettività.

    • alex ninja giordano

      Cominciamo a mappare gli esempi che ci sembrano interessanti ;)

  • Flaviano

    Bel post, però ti dico che un etnografo come te lo doveva scrivere di proprio pugno il manuale, magari facendosi correggere le bozze dal carbonaro del tuo paese. E forse quel che serve non è proprio un manuale perché nell’accompagnare i processi bene o male ci si arrabatta. Serve più un discorso politico sul comunitarismo, un manifesto che mischi Olivetti, Petrini, Gasismo e chi più ne ha più ne metta… ciao!

  • Emiliano

    A me piace molto l’approccio del societing, il downshifting e tutte le strategie di resistenza al consumismo e al capitalismo. Il problema delle comunità locali è che richiedono un tessuto sociale particolarmente ricettivo, un’organizzazione civica che purtroppo manca qui nel meridione. Qui, tra le tante mancanze, manca proprio quel “capitale sociale” che permetterebbe il fiorire di attività del genere; quella che Putnam definirebbe la “civicness”.

    Ciononostante resta immutata la voglia di risollevarsi valorizzando allo stesso tempo le risorse locali. La nostra terra. Quello che manca l’entusiasmo, c’è la tendenza a piangersi addosso. Quindi, consapevoli delle difficoltà ulteriori a cui andiamo incontro, è giusto mettere da parte i piagnistei come ci invita Alex Giordano e magari lasciarsi coinvolgere, migliorando il nostro stile di vita e di quelli che ci stanno intorno. Pensando “Locale”, prima di tutto.

    • alex ninja giordano

      si tratta davvero di cominciare a fare le cose con e per chi ci sta intorno. è più facile e più divertente ;)

  • Chiara Calzolaro

    Vengo proprio da una di queste realtà locali “tenere” che ci hanno visto crescere ma anche e soprattutto scappare. Parlo per la mia località a sud dell’Italia e della Puglia: potrebbe offrire tanto, ha tante risorse naturali, il mare splendido in primis. Il problema è che non vengono sfruttate a 360 gradi. Ci basta che arrivino mila turisti l’estate per farci stare bene d’inverno non rendendoci conto che quei posti potrebbero offrire tanto anche con il freddo se solo venissero valorizzate. Noi giovani forse potremmo fare qualcosa, ma molti PARTONO, vanno all’estero e ci rimangono quando possibile. Sarà la verità oppure frutto della nostra immaginazione sol perché quando siamo fuori dall’Italia siamo meno esigenti, sta di fatto che ci sembra di poter avere tutto quello di cui abbiamo bisogno lì. Dopo un pò ti dimenticherai oppure passerà in secondo piano l’odore dello iodio del mare e la bellezza di quei posti che conosci come le tue tasche. Per quanto salutare non si può vivere di iodio, “l’ho respirato per 20 anni, mi basterà per altri 70″ penso, e quindi con questo pensiero rimaniamo lì dove troviamo tutto e in fondo stiamo bene. Chi ce la fa fare a tornare in quell’Italia dove regna il caos e la burocrazia è sovrana. Sarà egoismo?!

  • Aurelio Iannone

    Bisognerebbe ripartire dal quotidiano, da ciò che ci appassiona, da ciò che ci circonda. Le risorse ci sarebbero ( territorio, competenze ) ma dovremmo cambiare il nostro modo di fare, pensare. Se una comunità si stringe attorno ad un progetto è possibile che ne riceva beneficio economico, ambientale e non solo. I social media si possono prestare con grande duttilità ad iniziative di social innovation e non solo essere utilizzati per scopi puramente commerciali. Bisognerebbe solo provarci.

  • Francesco Carollo

    Post massiccio caro Alex! Come diceva Olivetti lo Stato nasce dal basso, dalle comunità locali. E poi piano piano, comunità dopo comunità diventa Stato, diventa Roma e non al contrario, come invece é successo. E ci troviamo oggi più dispersi e frammentati che mai.

    Vivendo a Londra, ma essendo originario di Palermo noto come in UK il senso di comunità nei quartieri sia diffuso oltreché tra i cittadini anche tra i rappresentanti dei council – delle municipalità, che ci mettono la faccia e sono consci di dover rispondere del loro operato ai cittadini. Sono per questo accountable. E sono a conoscenza di tanti progetti privati e finanziamenti pubblici o privati che mettono al centro il senso di comunità: i cosiddetti “community-led projects.”

    Mentre in Italia e prendo ad esempio la mia città d’origine, non credo la gente si riunisca per discutere dei problemi del quartiere. A volte mancano le piazze e la voglia di condividere un bene comune. Sì, i soldi per la processione della santo si trovano e quello è uno dei pochi casi vissuti di senso di comunità – oltre a quello disgraziato proprio di chi si ritrova all’indomani di una tragedia che ha a che fare con la Natura – ma quell’orgoglio di cui tu parli spesso latita, anche perché abbiamo – negli ultimi 5-6 decenni – disegnato città per auto e non per persone. Manca insomma un senso di identità.

    Ad ogni modo io sono del parere che stante l’incapacità – in primis nostra che li scegliamo e poi – di chi mandiamo a governare i nostri territori, penso sia una pratica utile quella di riprendere esperienze dall’estero ed adattarle culturalmente al differente contesto nel quale si vogliano applicare.

    • alex ninja giordano

      Sono daccordo con te. Ci sono un sacco di paradossi e per qeusto siamo partiti da questo manuale americano. tuttavia confido ancora nel genius loci mediterraneo fatto di autenticità, lentezza, senso di comunità… credo che non tutti sia perduto, anzi forse sono proprio le piccole province, i piccoli centri , che possono insegnare qualcosa al vivere fintometropolitano italiano ;)

  • Pasquale TheWriter

    La vera rivoluzione, o crescita, può avvenire solo quando ogni singolo individuo si renderà conto delle sue reali capacità.
    Bisognerebbe far svolgere le mansioni (quali che esse siano) a persone preparate in quel campo (non raccomandate o che l’hanno ricevuto per “eredità”) e che si trovano lì perché è quello che vogliono fare e che gli piace.
    Altro elemento fondamentale è il territorio e il suo sfruttamento.
    Si dovrebbe avere la concezione che la terra è un bene condiviso e che, se curato e ben lavorato, può fruttare a favore tanto di chi lo possiede quanto della società coinvolta.
    E mi trovo d’accordo quando si parla di talenti, un bene prezioso e che caratterizza ogni individuo.
    Questi, come i loro risultati, andrebbero sviluppati, condivisi, ampliati.
    Oggi abbiamo numerosi strumenti a disposizione per far cambiare la situazione, dobbiamo solo rendercene conto ed utilizzarli nel modo giusto.

    • alex ninja giordano

      c’è tanto da fare! andiamo avanti…

  • Cristina Palermo

    Io al contrario di molti ragazzi non ho mai sentito l’esigenza di fuggire né dall’Italia né dalla mia piccola terra: la Basilicata, una terra piccola e anche poco conosciuta, così poco conosciuta che quando conosco persone provenienti da altre regioni so già che all’affermazione “io sono lucana” qualcuno mi risponderà “sei di Lucca?” (vi giuro che mi è capitato! così come è capitato a molti miei amici).
    Nonostante questo per tanti anni ho continuato a vivere e a studiare in quella regione fino al conseguimento della mia laurea triennale. Poi ho capito che anche io dovevo “lasciare il nido” e frequentare il corso di laurea magistrale a Milano, ma sono certa che il mio non è stato un abbandono definitivo.
    Io voglio tornare e in qualche modo tornerò, anche solo periodicamente, per contribuire alla crescita della mia terra. Perché? Proprio perché da buona italiana, come ha detto Alex Giordano, “sono sempre pronta a rimboccarmi le maniche quando si tratta di difendere il proprio orticello”.
    Correggerei questa frase però con il verbo che più le appartiene: “sono sempre pronta a rimboccarmi le maniche quando si tratta di coltivare il mio orticello” e trovo che questo sia un concetto bellissimo perché “coltivare”, “costruire”, “creare”, “mettere al mondo” sono gli unici verbi che danno veramente senso alla nostra vita. Cos’è più soddisfacente: trovare un grande posto di lavoro o crearsi un grande posto di lavoro? A me la risposta sembra scontata.
    Pertanto leggerò con attenzione la “Guida per agire locale” e cercherò concretamente di imparare qualcosa.
    In ogni caso non mi spavento per il futuro: tutte le grandi cose sono nate (un po’ più) piccole.

    • alex ninja giordano

      Grazie Cristina, hai ragione si trtta proprio di coltivrasi e coltivare. Aspettiamo i vostri feedback per creare un manal dell’agire locale italiano ;)

    • Marta Dall’Omo

      Interessante il tuo punto di vista :)

  • Guest

    dico solo che qui abbiamo tanti attori “emergenti” ma che manca il regista! :)

    • Cristina Palermo

      Continuando con i paragoni inerenti al mondo teatrale a me tanto caro, credo che oltre che del regista (di qualcuno che dunque che guidi l’azione) abbiamo bisogno di un pedagogo teatrale: di qualcuno che, riprendendo il commento di @mariagabrielladandrea:disqus, ci aiuti a comprendere le nostre capacità e a prendere consapevolezza del fatto che abbiamo non uno ma tanti ruoli nella società, tutti potenzialmente attivi e importanti.
      Solo se prendiamo consapevolezza di tutto questo possiamo agire ed essere appunto attori.
      Io ho cominciato a prendere consapevolezza delle mie “potenzialità sociali” avvicinandomi al mondo del societing, ma sono una giovane adulta che si è avvicinata a queste tematiche in quanto studentessa universitaria. Vorrei chiedere ad @alexninjagiordano:disqus e a tutti voi se esistono studi, indagini, articoli che trattino di come rendere i giovanissimi consapevoli delle nuove dinamiche del mondo in cui viviamo, di cosa sia il #societing e di quanto questo possa cambiare il loro mondo. E’ una questione che mi interessa molto, forse perché discendo da una lunga dinastia di insegnanti e ce l’ho un po’ nel DNA, ma ho una gran fiducia nell’educazione, in quella vera, quella che aiuta lo sviluppo delle persone e che non impartisce alcuna nozione e mi piacerebbe che il pensiero del societing si sviluppasse anche tra i più giovani.

  • Maria Gabriella D’Andrea

    dico solo che qui abbiamo tanti attori “emergenti” ma manca” il regista”! :)

  • Maria Gabriella D’Andrea

    inoltre, una rivoluzione sarebbe opportuna se ci fosse una consapevolezza, invece il cambiamento non può avvenire se non si è in grado di comprenderlo e di accettarlo.

  • Efrem Brunetti

    Ma questo è in realtà un kit sulla “Eco-masturbazione2.0″!

    Preambolo.
    “Ma non vedete quanto il governo fa schifo, quanto il paese fa merda, ma è la mentalità italiana che è cacca, ma badate bene solo quella dell’impresario/funzionario/dirigente/mafioso che vive in città è ha perso il contatto con la natura/ruralità/semplicitàdivita/gnomi&folletti.”

    Trattazione (le parole in maiuscolo sono i neuro-stimolatori del borghese/alternativo/ecologista).
    “Ma è ORA DI DIRE BASTA (voce dello studente/sindacalista col megafono) con questo BUSINESS AS USUAL (termine usato spesso per sintetizzare in 15 lettere una laurea quinquennale in economia), il CAMBIAMENTO deve partire dal BASSO (perché, si sa, quelli che stanno sotto sono tanti, intelligenti, mossi da buoni sentimenti, quelli che stanno in alto sono furbi, stronzi e te lo vogliono buttare al culo, sempre e comunque) dobbiamo unirci e CONDIVIDERE le esperienze e il KNOW-HOW (perché se scrivo “conoscenze” non so l’inglese e se non so l’inglese non so un cazzo) insomma FARE RETE. Poiché il CAMBIAMENTO deve partire dal BASSO bisogna tornare al LOCALE e RIDEFINIRE le nostre COMUNITA’.” Come? beh a questo punto non posso che buttare dentro nel discorso una super-pappardella di cose che nella pratica non significa una mazza ma, essendo un elenco di tutto ciò che fa orgasmare il borghese/alternativo/ecologista non potrà che riscuotere successo, quindi: “ARTE-MUSICA-NATURA-GIARDINI-SPAZI PUBBLICI-BOTTEGHE2.0-GIOVANI-RURAL-AGRICOLO-LOCALE-CONDIVISIONE-PAESAGGIO-RETE-2.0 QUI-2.0 LA-” per poi andare sul raffinato con inglesismi vari che mi faranno capire quanto tutto ciò sia una realtà studiata e consolidata in quanto grandi esperti ci stanno lavorando: per cui chi si mangia la mela è un EATERS (termine di cui noi tutti, effettivamente, sentivamo la mancanza) la rete di comunità sviluppate a bomba 2.0 è il GLOCAL, TIPS&TRICKS che è l’equivalente di “trucchi del mestiere” ma in forma evidentemente più emancipata e moderna.

    A questo punto non può mancare il tocco finale: un bel video di una vecchia carbonaia, con ragazzi che hanno trovato la scusa della vita per vestirsi con camicione e basco (notoriamente pratici per lavorare), un anziano signore che snocciola la saggezza dei vecchi che ci riempie di nostalgia anche se non si capisce una fava, musichetta di sottofondo che da l’idea di cambiamento e di qualcosa che cresce.

    Il borghese/alternativo/ecologista oggi ha finalmente capito cosa fare della sua vita. Domattina chissà.

  • Fabio Esposito

    I risultati degli studi pubblicati in questo articolo mettono in piena evidenza l’importanza di un’azione dal basso, che coinvolga le comunità locali, per migliorare in maniera inteligente e, sopratutto, duratura le sorti del nostro paese. In una parola, per migliorarle in maniera ‘sostenibile’. Sono daccordo sul fatto che le comunità locali rappresentino una risorsa importante, il cui patrimonio è andato troppe volte depauperandosi a causa di cattiva gestione della governance o per la troppa non curanza degli appartenenti alle comunità stesse. I case history dei social media marketing delle multinazionali americane vanno sostituiti, a mio avviso, con un “Social media LOCAL marketing”, che ponga l’accento sull’utilizzo della strumentazione classica a vantaggio delle comunità. Gli esempi elencati nell’articolo sono illuminanti di come tale pratica sia diventata fondamentale per risollevare la nostra terra: esperienze come quella della Rural hub o della comunità boscaiola in provincia di Salerno sono simboli di quel cambiamento dal basso alla base del Societing.

    A mio parere, il lavoro da fare per far introiettare, in maniera definititva, questa mentalità ai cittadini sarà molto lungo e tortuoso, non privo di ostacoli e di tratti impervi. Il sistema di collusioni è ormai stabilmente radicato da anni in tutta Italia, sopratutto nelle regioni del Sud (Campania, Sicilia, Calabria), e gli abitanti delle comunità ne sentono inevitabilmente il peso, finendo per esserne schiacciati, soffocati. Molti preferiscono lasciare inalterato lo status quo, vuoi per convenienza personale, vuoi per “stare tranquilli”, impauriti da eventuali ripercussioni. Tuttavia, ritengo anche che ci siano reali possibilità che questo cambiamento avvenga: i tempi sono maturi (l’Italia versa in una crisi pesantissima, tra le più gravi mai vissute), le idee in tal senso si moltiplicano, provenienti da quella forza motrice simbolo del cambiamento che sono i giovani, e le intelligenze collettive sono sempre più vogliose di applicare questi principi, utilizzando gli strumenti giusti, con il fondamentale ausilio delle nuove tecnologie. Per creare una reale prosperità, etica e sostenibile.

  • SamuelCramerTerzo

    Curiosa queste nuove mode, per 10 anni si è smarronato che ci dovevamo aprire ad un nuovo mondo, entrare nella nuova società multiculturale, abbattere il vecchio e costruire il nuovo, essere cittadini del mondo, integrarsi nella società multirazziale, abbattere la tradizione inseguendo nuove mode new age e tanto altro. Ora che invece di ritrovarsi proiettati nella società del futuro ci ritroviamo a contendere il rame agli zingari si fanno discorsi che una volta venivano tacciati di conservatorismo reazionario razzista mentalmente chiusi.

  • Carmen D’Augusto

    Il movimento fiorente intorno al concetto di social innovation sta dando i suoi frutti nell’attivazione di “hubs” specifici che sono la mente di comunità locali, che si uniscono e cooperano per far crescere e innovare il territorio partendo dalla piccola impresa. Il loro intento preciso è dunque “co-innovare”, raggiungere insieme all’aiuto di ogni componente della comunità dei risultati concreti facendo rete e valorizzando le competenze specifiche di ognuno (nelle comunità e nel territorio in generale). Ad oggi faccio notare che siamo portati invece ad essere intercambiabili pur di riuscire a trovare un posto di lavoro ci si adatta a fare qualunque cosa, abbiamo curricula dalle attività più disparate e dunque poco mirati, segno questo del non totale rispetto verso il libero sfogo delle nostre attitudini e per cui di un cammino che non va in direzione di una “felicità autentica”. Ritornando al discorso della cooperazione nel territorio, il non plus ultra per fare rete sarebbe servirsi dei social e dei new media per potenziare e ampliare questa capacità in uno spettro più ampio se non addirittura globale. Il progetto Rural Hub sta dando risultati concreti, facendo capire che il motore del cambiamento parte soprattutto dal basso. Dunque diffondere l’acquisizione di questa “forma mentis” cioè il “fare societing” (il fare impresa nella società), guardando in una prospettiva lungimirante, dovrebbe essere un giusto spiraglio x uscire dalla crisi dell’intero Paese, partendo in primis dalla “rivoluzione”, in senso di crescita, di tutti i suoi comuni.

  • Anna Bottone

    Concordo assolutamente con la guida proposta, soprattutto ne apprezzo il porre al centro dell’azione l’individuo. La maggior parte degli approcci politici ed economici ci vogliono ultimo anello della catena, che subisce solo i movimenti degli anelli precedenti e le cui azioni non hanno alcun potere decisionale, solo quello di far sì che coloro che sono in posizioni economiche o politiche privilegiate mantengano il loro status quo. Dobbiamo aspettare cosa decidono ed in base a quello adattare il nostro percorso di vita. E invece no! Partiamo da noi stessi, dalle nostre capacità, dal luogo in cui viviamo e dai nostri vicini di casa. Riscopriamo l’idea di comunità, l’importanza della cultura (nel senso antropologico del termine), riconsideriamo davvero quali sono i bisogni prioritari e i metodi per soddisfarli, per un progresso che non sia solo finanziario ma soprattutto civile.

  • Francesca Maserati

    Potrei sapere @alexninjagiordano:disqus la fonte del sondaggio nazionale del 2012 che citi?

  • Marta Dall’Omo

    Interessante!
    Ma sono certa che questo articolo potrebbe interessare moltissimo ai ragazzi di #sfidacomune di Cusano Milanino!
    Bisognerebbe basare “tutto” sulla sharing economy e sul crowfunding.
    Sarebbe un sogno se anche in una città grande come Milano qualcuno avesse ancora voglia di condividere le risorse per ricreare delle “comunità locali”.

  • Danilo Zanghi

    Ripartire dalle comunità locali. Si può. Ma in che modo la gestione di queste potrebbe essere garantito e allo stesso tempo garante di un sistema politico etico e gestionale che sia adeguato alle esigenze del nostro caso? c’è forse la speranza che le arterie della società si irrigidiscano tanto da formare un flusso contiguo ben controllato, o a farla da padrone saranno sempre le migliaia di piccole tubature venose corrotte che si dilagano in ogni campo?

  • Lu Sternini

    Da tempo ho fatto mio un grandissimo concetto espresso da JFK in occasione del discorso inaugurale del suo mandato nel 1961: “Non chiedetevi che cosa il vostro paese può fare per voi. Chiedetevi che cosa voi potete fare per il vostro paese”… Credo che il progresso, la civiltà, lo sviluppo e la sostenbilità di un territorio, una nazione, una città o semplicemente una piccola località siano il frutto dell’attività, la collaborazione, l’unione e la solidarietà delle persone che lo popolano. Onestamente nel mio quotidiano, e sopratutto nel mio piccolo, cerco sempre di applicare il suddetto principio, poichè ho capito che, specialmente che in un paese come l’italia, la soluzione a diversi problemi ormai non può più partire dal vertice, ma dalle scelte e dalle azioni che ciascuno di noi può compiere giorno per giorno. Basta con la mentalità egoistica che tanto “ci penserà qualcun altro” perchè è solo con un tale ragionamento che siamo giunti al “disastro” economico come quello in cui ci troviamo.. cerchiamo di fare aquisti consapevoli, pensando che scegliendo un prodotto interamente fabbricato in italia o frutto del lavoro di un operaio, un artigiano, un contadino o semplicemente di un esercente autoctono contribuiamo al progresso generale e al mantenimento di tutte le famiglie che ci sono dietro! scappare dall’italia mi sembra un gesto un po vile se prima non anticipato da un tentativo di “fare la differenza” al suo interno e di contribuire al suo riscatto! che dire, riprendiamoci il nostro paese!

  • E. Schember

    Nell’ambito delle Scienze Sociali c’è il ricorrente paradigma individuo-società. Il tema si snoda sulla “precedenza”, sul quesito dell’ordine: prima individuo o prima società? Comportamento individuale o Comportamento sociale? Il punto è sempre questo.
    Ad un certo punto dell’articolo si legge “Il tutto riconoscendo che non possiamo fare da soli e che, alla fine, stiamo tutti meglio quando stiamo meglio tutti”. L’individuo agisce in un modo o nell’altro in funzione dell’effetto che provoca sulla comunità cui appartiene. Magari non se ne rende conto, magari è incosciente, ma l’individuo agisce sempre e irreversibilmente per la società (e questo non vuol dire pro-società). Le comunità locali, il DIY (do it yourself), l’azione dal basso e via dicendo, sono tutte strutture e iniziative che, come si legge, hanno il compito (inquadrati nella giusta ottica-etica), di arricchire e contibuire al cambiamento. Se tanti individualità private e/o istituzionalizzate agiscono contemporaneamente verso una direzione comune: ecco l’innovazione. Siamo d’accordo. Ma, senza scomodare illustri nomi, la sovrastruttura che regola l’azione sociale, a maggior ragione individuale, non può essere limitata alla singola volonta che unita alle altre agisce collettivamente. C’è bisogno di più materiale. C’è bisogno che le grandi istituzioni passino la mano, e scendano di un step più in basso, per farsì che l’azione individuale (collettivizzata), possa respirare e possa agire.
    Comunque sia, ci spero e condivido.

  • matteo loro

    io voglio dare una visione negativa dell’argomento.. magari non piacerà ma la penso così.
    La comunità è bella, scambiarsi favori, cercare di svilupparla nel migliore dei modi rende anche la località migliore sotto molti punti di vista, ma siamo veramente in grado di fare ciò?
    Mi spiego meglio; dopo aver analizzato e letto bene l’articolo ho visto come il reciproco aiuto sia la chiave della comunità, ma noi uomini siamo egoisti e non altruisti. Ci saranno sempre persone che non si vogliono fidare o che degli altri non frega nulla e quindi tutto questo crolla.
    Le persone, gli essere umani, sono nati per pensare a loro stessi o al massimo alle persone a loro più care, ma degli altri no. Se il concetto di comunità regge sull’aiuto locale, secondo me per quella che è la situazione sociale ad ora, non potrà mai funzionare ed è per questo che le aziende private continuano a fare soldi e senza cedimenti.
    L’uomo non fa nulla per nulla, e se ogni volta ci si deve sentire in debito, allora la “comunità” è falsa e non reale.

  • matteo loro

    non vedo più il mio commento quindi lo riassumo in una frase. L’uomo è egoista e non agisce per nulla… vi è sempre un ritorno almeno sperato, e se questa base la comunità vera e propria non può esistere. spero che il mio lunghissimo commento venga fuori oppure è stato bloccato dai moderatori.

  • Andrea Gugliada

    Credo che il problema maggiore sia il cambiamento della mentalità delle persone. Personalmente vivo in una piccola città di provincia, in cui tutti siamo stufi di tutto e tutti vogliamo che la nostra realtà cambi. Vogliamo, ma non ci prendiamo la briga di mettere in gioco noi stessi affinché avvenga un cambiamento. Ci aspettiamo che qualcuno ci pensi al posto nostro, istituzioni oppure imprenditori illuminati. Le idee proposte nella guida sono sicuramente valide, ma, come è scritto nell’articolo, dobbiamo comprendere che il potere è nelle nostre mani. Comunità più vive aiutano a vivere meglio. Comunità più attive ci spronano a dare il meglio di noi stessi, per noi come per la società. Restare nelle nostre realtà, secondo me, dovrebbe essere un dovere non un peso. Spostarci all’estero dove tutto sembra migliore significa condannare la nostra realtà a restare così come è, se non a peggiorare. Quindi partiamo da noi stessi, miglioriamo ciò che non ci piace e si creeranno opportunità anche nelle comunità più piccole. Sappiamo come farlo e gli esempi esteri ci aiutano a comprender meglio la strada da seguire. Creiamoci la base per una vita migliore.

  • Chiara Blanco

    …meglio tardi che mai!in neanche due mesi che questo post è stato pubblicato ed io ho letto la guida sono venuta a conoscenza ed entrata in contatto con delle realtà che, nonostante il mio scetticismo iniziale, mi hanno fatto ricredere. Io studio a Milano ma vengo dal profondo sud(scherzando dico sempre dal nord Africa), da una città che ha molto da offrire ma è troppo impegnata tante volte ad apparire più che a creare qualcosa di positivo. Il problema del sud è che abbiamo tanto ma non ci mettiamo d’accordo per valorizzarlo e tendiamo a farlo valere meno di nulla. Credo che prima di partire dalle comunità locali bisogna trovare un gruppo di persone che siano in grado di far credere e dimostrare alle altre che tutti possiamo aiutare in qualcosa, che abbiamo del talento, e che abbiamo la possibilità di lasciare in questo mondo una piccola impronta del nostro passaggio, e non rovinandolo come hanno fatto in tanti ma cercando di renderlo migliore. La mia non vuole essere una frase banale da bambina di 15 anni, credo che nella semplicità dei concetti ci sia la chiave risolutoria di molti problemi. L’uomo secondo me ha bisogno di trovare o ritrovare il suo posto in quel mondo autentico, fatto di sostanza più che di forma, dove riuscire a poter vivere in modo semplice e sereno. Trovata questa “pace interiore” verrà molto più facile costruire delle comunità locali che valorizzeranno il posto in cui si vive. Per questo credo che puntare su un’educazione importante dell’uomo possa essere il primo passo per la realizzazione di quest’ambizioso progetto.
    Come scrivevo all’inizio del post sono entrata in contatto con delle realtà positive che mi hanno dato la forza per credere e la voglia di farlo. Parlo di un progetto di social street a Milano in via Corsico 3. Credo che le social street siano delle minuscole comunità locali all’interno di metropoli, per questo collego le cose. Parlando con Paco, l’ideatore, ho capito che basta poco per partire e per “farsi voler bene”dal dirimpettaio. La cosa fondamentale è far capire che si lavora per il bene comune e per goderne insieme: la collaborazione poi nasce da se. Avviato poi questo processo ti ritrovi a vivere esperienze in cui tu sei un piccolo ma fondamentale ingranaggio di un sistema che riesce a far sorridere, quindi a vivere meglio.

  • Chiara Blanco

    …meglio tardi che mai!in neanche due mesi che questo post è stato pubblicato ed io ho letto la guida sono venuta a conoscenza ed entrata in contatto con delle realtà che, nonostante il mio scetticismo iniziale, mi hanno fatto ricredere. Io studio a Milano ma vengo dal profondo sud(scherzando dico sempre dal nord Africa), da una città che ha molto da offrire ma è troppo impegnata tante volte ad apparire più che a creare qualcosa di positivo. Il problema del sud è che abbiamo tanto ma non ci mettiamo d’accordo per valorizzarlo e tendiamo a farlo valere meno di nulla. Credo che prima di partire dalle comunità locali bisogna trovare un gruppo di persone che siano in grado di far credere e dimostrare alle altre che tutti possiamo aiutare in qualcosa, che abbiamo del talento, e che abbiamo la possibilità di lasciare in questo mondo una piccola impronta del nostro passaggio, e non rovinandolo come hanno fatto in tanti ma cercando di renderlo migliore. La mia non vuole essere una frase banale da bambina di 15 anni, credo che nella semplicità dei concetti ci sia la chiave risolutoria di molti problemi. L’uomo secondo me ha bisogno di trovare o ritrovare il suo posto in quel mondo autentico, fatto di sostanza più che di forma, dove riuscire a poter vivere in modo semplice e sereno. Trovata questa “pace interiore” verrà molto più facile costruire delle comunità locali che valorizzeranno il posto in cui si vive. Per questo credo che puntare su un’educazione importante dell’uomo possa essere il primo passo per la realizzazione di quest’ambizioso progetto.
    Come scrivevo all’inizio del post sono entrata in contatto con delle realtà positive che mi hanno dato la forza per credere e la voglia di farlo. Parlo di un progetto di social street a Milano in via Corsico 3. Credo che le social street siano delle minuscole comunità locali all’interno di metropoli, per questo collego le cose. Parlando con Paco, l’ideatore, ho capito che basta poco per partire e per “farsi voler bene”dal dirimpettaio. La cosa fondamentale è far capire che si lavora per il bene comune e per goderne insieme: la collaborazione poi nasce da se. Avviato poi questo processo ti ritrovi a vivere esperienze in cui tu sei un piccolo ma fondamentale ingranaggio di un sistema che riesce a far sorridere, quindi a vivere meglio.

  • Chicca Motta

    Ripartire dalle comunità locali, ripartire dal micro per ottenere risultati a livello macro, per avere finalmente un cambiamento. E’ necessario diffondere un nuovo modo di pensare, quello del Societing che prevede un approccio collaborativo,ed è necessario diffonderlo, come dice Alex Giordano, attraverso i processi di socializzazione primaria, quindi famiglia, scuola e università. Bisogna diffondere i principi di Co-produzione e Co-innovazione propri del Societing.
    Guida interessantissima che condivido pienamente, fondamentale è porre al centro l’individuo che spesso è stato relegato ad essere “l’ultima ruota del carro”, anche se è brutto a dirlo.