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La nuova scienza è una narrazione aperta grazie ad Authorea

Digital & media literacy expert, Francesca Masoero ha un Ph.D. in media studies conseguito tra Bologna e New York e collabora come ricercatrice e consulente con università, aziende, fondazioni e agenzie in Italia, Europa e USA. Ha scritto un libro che parla di media, marketing, adolescenti e web (Product placement, teenpic e adolescenti 2.0 - Kaplan, 2013) e a fine 2011 ha co-fondato STREAM! (www.thestreamagazine.com), magazine di buone prassi sulla media literacy, patrocinato dall'Università di Bologna e vincitore del prestigioso TR35 award del MIT - Technology Review Italia.

Questo progetto nasce per cambiare il modo in cui si pensa e si fa la scienza. Verso un approccio basato sulle idee di community e di condivisione, perché tenere quello che si sa chiuso in un cassetto o dentro l’HD del proprio computer non serve a nulla. Lo hanno paragonato a GitHub e a Google Docs, a Wiki e a un forum. Ma in realtà è molto di più.  É un remix del modo di fare e fruire scienza. Una piccola rivoluzione che, per giunta, è anche per metà italiana.

Ma iniziamo dal principio. Iniziamo dal concetto di “open” / apertura.

Oggi tutto quello che produciamo, consumiamo, vediamo, ascoltiamo è aperto. Lo si costruisce insieme, lo si amplifica, lo si rielabora. A volte dall’inizio, a volte ex post. Pensate alla fan fiction. A tutti i blog che riraccontano Twilight, a tutte le video parodie di Matrix. Alla rielaborazione delle ricette che si fa online, ai nerd travestiti da personaggi di Star Wars al ComiCon. Tutto questo è narrazione. Rigorosamente e irrimediabilmente collettiva, collaborativa, open source. Fatta di tanti tasselli che poi compongono un tutto unico, più carico di senso e più ricco.

Cosa succede però se questo doppio concetto (narrazione + apertura) lo estrapoliamo dal suo ambiente naturale socio-culturale e super pop e lo portiamo nel territorio serio, rigoroso, pragmatico e fattuale della scienza?

Succede Authorea, un progetto nato a inizio 2012 da una idea buttata sul tavolo da Alberto Pepe, Postdoctoral Fellow in astrofisica alla Harvard University durante una cena in una pizzeria a New York. Idea subito raccolta da Nathan Jenkins – cofounder di Authorea e ricercatore in fisica con collaborazioni prestigiose, dal CERN a NYU– e presto concretizzata in progetto startup vero e proprio, live e online da gennaio 2013.

Che cosa fa Authorea? Interpreta la scienza e la ricerca come narrazioni, fatte di concetti, informazioni, dati che devono essere veicolati per sé stessi, mossi da una concreta volontà di diffondere percorsi e scoperte, a beneficio di tutti. E soprattutto “for science’s sake”.

Alberto ci ha spiegato che lui e Nathan hanno dato vita a questo progetto perchè, da bravi scienziati, si sono ritrovati più volte lungo il loro percorso davanti a un doppio problema. Innanzitutto quello della reperibilità e verifica di dati e risultati. E poi il fatto che gli articoli scientifici – non solo quelli che parlano di scienza, ma tutti – che finiscono in rete, non sono in realtà pensati per il web. Sono trasposizioni senza aggiunte e integrazioni dei testi analogici, prive di quella ricchezza di contenuti interattiva e trasversale che il digitale potrebbe permettere.

Il primo problema, quello dei dati, è un problema di mindset. La scienza si fonda e si fa con questi dati.  Dati da verificare, da ricercare, da analizzare e intabellare. Dati che spesso qualcun altro stava lavorando, dati che a volte erano superati o sballati. E dunque, poterseli scambiare, poterci collaborare, poter condividere e confrontare i risultati costruendo così ricerche più definite, solide e efficaci era evidentemente un obiettivo chiave, quasi naturale. Eppure, ci ha fatto notare Alberto, il mondo della ricerca è (era, visto che le cose hanno iniziato a muoversi già qualche anno fa) molto chiuso, e i dati e i risultati si tende molto spesso a tenerli nascosti, privati, al sicuro. Dopotutto sono costati fatiche e notti insonni passate a lavorare su lavagne di ardesia, fogli bianchi e pagine LaTeX.

Qui sta la rivoluzione di paradigma di Authorea, la più importante, la più bella, quella che la rende un progetto di Open Science puro: liberare i dati online. Metterli a rete e a sistema. Buttarli all’interno della piattaforma e permettere a tutti di collaborare alla loro analisi, al loro sviluppo, alla loro ricerca.

Ma oltre il cambiamento operativo e di paradigma fatto nel back office – il cui obiettivo sintetizza Alberto è «rendere la scrittura di articoli scientifici semplice come quella della redazione di un post su wordpress» –  c’è anche quello che potremmo definire un cambiamento di struttura del front end. E cioè di lettura, fruizione, look&feel del testo scientifico.

Il punto di partenza di questa evoluzione del digitesto su cui sta ragionando il team di Authorea sono i CDF di Wolfram, ma l’obiettivo è ottenere ipertesti veri, amplificati, reattivi, dinamici. Adatti alle nuove aspettative e ai nuovi strumenti, ottimizzati per rendere ancora più efficace la fruizione, lo scambio e la circolazione di quei dati e risultati scientifici che sono il vero punto di partenza di tutto. Dentro e fuori da Authorea. Tanto che la viralizzazione di questa buona prassi è incentivata anche nell’impostazione business della startup: chi decide di iscriversi e di condividere senza né se né ma il proprio lavoro, può farlo gratis e ad libitum (per gli altri invece, ci sono dei piani mensili di iscrizione).

L’apertura insomma è una scelta conveniente, sotto tutti i punti di vista. 

Torino | Londra, ottobre 2013

Francesca Masoero & Elisa Cecilli

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