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Ask.fm come Kik Messenger: la scuola insegni anche l’educazione social

Giornalista per passione, maestro per caso e con amore, scrittore. La mia università sono state le strade del mondo: i vicoli di Palermo, le vie polverose del Mozambico, del Senegal, della Siria, della Giordania; le baraccopoli di Nairobi; i grattacieli di Shanghai e le lezioni di resistenza degli zapatisti nella Selva Lacandona. Ho operato per dieci anni in carcere fondando il giornale “Uomini Liberi”. Scrivo per “Il Fatto Quotidiano” dove tengo anche un blog e “Altreconomia”. Curo inoltre la rubrica “L’Intervallo” su Radio Popolare. In classe cerco di far lezione con innovazione che è anche rivoluzione per la scuola italiana.

Prima era Facebook, ora è Ask.fm. Non c’è adolescente che non sia iscritto. Tutti ce l’hanno. Il popolo dei teenager è sbarcato alla velocità della luce da un social network all’altro lasciando a bocca aperta educatori, maestri, genitori che fino alla scorsa settimana neanche sapevano dell’esistenza di Ask. Ad accendere i fari sul sito fondato a Riga nel 2010 da due fratelli lettoni, è stata una mega rissa scaturita ai giardini Margherita a Bologna, covata per giorni dietro lo schermo grazie all’anonimato garantito da Ask.fm.

Classe

La novità sembra essere proprio questa, mi raccontano alcuni degli adolescenti che fanno parte dei 60 milioni di utenti registrati: ci si può scambiare insulti, minacce, provocazioni senza mostrare la faccia. Basta entrare in Ask per capire: “I tuoi amici non sanno che li segui. L’anonimato è completamente garantito”.

A Bologna dietro allo schermo si sono scontrati la “Bolobene” e la “Bolofeccia”: una guerra tra ragazzi figli di papà e giovani che ogni mattina devono prendere l’autobus per raggiungere la scuola. Sono volati insulti, minacce pesanti. In altri Paesi qualcuno si è persino tolto la vita a causa del cyber bullismo: Rebecca Ann Sedgwick, 12enne della Florida, pochi giorni fa si è lanciata da un tetto dopo che era stata perseguitata via Kik Messenger. La stessa fine l’ha fatta Hannah Smith, 14enne, inglese.

In Italia non siamo ancora arrivati a questo punto ma è ora che noi tutti, la scuola in primis, ci facciamo qualche domanda sull’uso dei social network. Un dato di fatto è che i nostri ragazzi li usano, ne conoscono di tutti i generi e tipi. Al contrario, la scuola non educa all’uso di Facebook o di Twitter e spesso non sa nemmeno che esistono Ask.fm o Kik Messanger. Siamo di fronte a un digital divide tra i giovani e i loro educatori. Mentre nella scuola stiamo ancora a discutere sulla necessità delle lavagne multimediali, pregando d’avere una connessione adsl, il nuovo social network lettone registra 300mila nuovi utenti al giorno.

La maggior parte di questi sono ragazzini, non tutti bulli ma giovani che dietro uno schermo si sentono liberi di esprimere risentimenti e sentimenti, rabbia e delusioni, fino al punto di scatenarsi contro qualcuno. Non è nostro compito fare un’analisi sociologica ma è dovere di chi educa, di chi insegna suonare il campanello d’allarme: serve un’educazione alla cittadinanza digitale. È inutile, ora, demonizzare Ask.fm, solo perché garantisce l’anonimato: sembra di vedere chi demonizzava la TV quando arrivò nelle nostre case. I nostri ragazzi domani sostituiranno Ask.fm con qualche altro social network. Alla scuola il compito di saper leggere l’innovazione, di non aver paura di educare alle regole da usare anche dietro a uno schermo: insultare o minacciare dal vivo o via web è la stessa cosa.

Solo un adolescente su quattro parla con i propri genitori di Internet e di nuove tecnologie. Secondo una recente indagine di Telefono Azzurro ed Eurispes (2012) un genitore su cinque conosce poco o niente delle attività dei figli nel mondo virtuale. Non resta altro che alla scuola il compito di intercettare ciò che i ragazzi non dicono a mamma e papà. Tra l’altro il luogo in cui si verificano più spesso comportamenti di bullismo è la scuola, seguita dalla strada o piazza.

L’atteggiamento dei ragazzi che hanno trovato nei social network come Ask.fm il luogo virtuale dove esperimentare l’illegale, il proibito, deve trovare nella scuola chi aiuta loro a comprendere le regole della vita. In una parola dobbiamo tornare all’educazione civica. Magari con l’aggiunta del sostantivo digitale.

Crema, 20 settembre 2013

ALEX CORLAZZOLI

  • Fabrizio Ghisoni

    Articolo d’attualità: è avvenuto anche in Italia. Mi piace idealmente la scuola che educa ma dovrebbe avere un “modello” di cittadino a cui tendere, a cui e-ducere gli studenti: quando la legislazione propone la deregolamentazione e la libertà come ideale non ci resta che la selezione naturale faccia il suo corso ovvero i più deboli si tolgano di mezzo. Io non voglio demonizzare Ask.fm, dico solo che senza regole (argini) avremo solo il disastro (una palude). Nessuno però ha l’autorevolezza di proporre regole per tanti motivi: la domanda dunque è qual’è il modello educativo della scuola oggi?

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