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Nel London Hackspace, quel martedì sera di ordinaria creatività

Vivo tra Londra, Doha e Lione facendo tappa ovunque mi porti la curiosita’. In due parole sono una giornalista freelance. Da Londra ho scritto di scienze per Newton e TuttoScienze-La Stampa. Nel 2009 come Caposervizio Scienza ero nel team che ha lanciato wired.co.uk. e wired.it. Mi occupo di Spazio, Scienza ed Innovazione per Euronews e collaboro con il programma di ambiente di Aljazeera English, presentando casi concreti di progetti che hanno impatto positivo sul pianeta. BBC a volte mi chiede di commentare in diretta gli ultimi fatti italiani, su quelli inglesi ho fatto corrispondenze per La7, Radio24, IL-Ilsole24ore. Ho lavorato per Rai Radio1 raccontando il Sud del mondo e come ingegno e creativita’ riescano a ribaltare anche le situazioni più estreme. Ho imparato molto.

È uno di quei martedì sera, il momento della settimana in cui il London Hackspace è aperto a tutti i non membri che vogliano venire a curiosare all’interno di questa gigantesca scatola degli attrezzi. Tre volte più grande da quando lo spazio, fondato nel 2009, si è trasferito nella nuova sede di 600 m2 al 447 di Hackney Road. Siamo a Londra, nella zona est della capitale britannica, dove si annidano le menti creative più arruffate, i geek nell’anima, gli smanettoni di codici e torni per il legno, mentre solo pochi metri più giù c’è la Tech City dei giovani startupper milionari.

hack1In tour sui due piani dell’edificio si resta invigoriti da un’atmosfera particolarmente creativa, qui dentro pulsa l’energia del “fare” – e anche quella del “disfare” – oggetti o pezzi elettronici, per riciclare cavi, circuiti o qualsiasi materiale che possa essere riutilizzato per creare altro. Gli sguardi dei visitatori raccolti in cerchio attorno ai macchinari sono attenti e concentrati mentre alcuni degli “hacker di vecchia data” fanno vedere i locali mostrando con orgoglio gli attrezzi che sono stati comprati, come si usano e cosa permettono di fare.

hack2La sensazione è quella di  tornare bambini, solo che al posto del Lego si usano stampanti 3D, seghe laser, torni e software, codici… «È la versione più in grande della mia camera da letto», dice Jason, uno dei ragazzi che incontriamo qui. In effetti è cominciato tutto quando Jonty e Russ, due sviluppatori di software di formazione, hanno sentito l’esigenza di usare attrezzature che non potevano tenersi nei loro appartamenti londinesi, come un tornio: «Conoscevamo gli Hackerspace in Germania e negli USA – chi racconta la storia è Jonty Wareing, 29 anni, uno dei due fondatori del London Hackspace –  e abbiamo pensato di creare qualcosa di simile anche a Londra. Abbiamo raccolto un gruppo di persone che avevano le nostre stesse esigenze di riparare e creare cose. All’inizio eravamo in 30 in uno spazio di 37 m2, che non era molto pratico. Poi siamo stati sfrattati e abbiamo trovato una sede ad Hoxton, più vicina ai trasporti pubblici, ed in pochi mesi siamo arrivati a 150 membri. La voce ha cominciato a circolare, abbiamo allargato i locali, espandendoci nell’appartamento accanto dove abbiamo creato anche una camera oscura, ma eravamo comunque schiacciati l’uno contro l’altro per utilizzare le attrezzature e seguire i workshop che organizzavamo, tanto che ad un certo punto abbiamo dovuto sospenderli».

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Il successo del London Hackspace, come “luogo in cui si va a sperimentare in modo giocoso, a connettersi con persone che vogliono fare cose, e come posto intermedio tra l’ufficio e la propria casa” (tutte definizioni di Jonty) ha sorpreso anche i suoi fondatori: «Quando abbiamo iniziato pensavamo ad esempio di dedicarci solo alle cose che volevamo fare noi, come elettronica e software, lavorazione del metallo e del legno, coinvolgendo persone che conoscevamo. La nostra era una visione limitata, ma quando abbiamo dovuto prendere un locale più grande a Londra, la metropoli al terzo posto per gli affitti più alti del mondo, abbiamo realizzato che dovevamo aprirci a tutte le persone interessate, anche coloro che magari non avevano alcuna dimistichezza con le apparecchiature ma avevano passione e qualche tipo di talento da esprimere. Ora siamo l’Hackspace con il maggior numero di membri del mondo».

Il London Hackspace ha quasi 700 membri ed è il più grande d’Europa in termini di superficie. Al suo interno si trova anche un simulatore di voli spaziali (molto in voga ai tempi di Star Trek 3) allestito all’interno di una roulotte in giardino.

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Si viaggia di immaginazione, senza limiti al divertimento tipico del “do it yourself” ma, dice Jonty, il London Hackspace è «un’opportunità che può cambiare concretamente la vita». Certamente ha cambiato la sua. Sono molte le persone che prima venivano qui a tempo perso semplicemente per costruire qualcosa e che poi hanno finito per lasciare il lavoro, sono diventati hacker a tempo pieno e sono riusciti a creare il proprio business. Un esempio? Gli occhiali dalla montatura di legno, che sono nati qui dentro, opera di uno studente di architettura, ora sono richiestissimi nei grandi magazzini più prestigiosi della capitale. Altri membri invece sono arrivati da disoccupati praticamente cronici e qui hanno imparato ad usare un macchinario, sviluppato competenze manuali pratiche e così sono finalmente riusciti a trovarsi un lavoro.

Al London Hackspace incontriamo (immancabilmente) anche qualche italiano. Erika Braccini, studentessa di Product Design alla Camberwell University diventerà un membro: «Questo posto è interessate – dice – perché è aperto 24 ore al giorno 7 giorni su 7, a differenza del nostro laboratorio all’università, quindi dà molta più libertà per lavorare. Usare il “laser cut” costa un botto di soldi, mentre qui la spesa è praticamente inesistente. Voglio tornare in Italia perché c’è bisogno di queste cose».

Mentre a Londra i seminari, le lezioni e corsi specifici (come sull’uso di software ad esempio) costano centinaia di sterline, fa notare Jonty, il LHS è un’oasi felice: «Qui siamo volutamente molto economici perché vogliamo dare la possibilità di frequentare workshop (tra i più gettonati quello su Arduino) anche a studenti o persone che vivono con sussidi di disoccupazione. Molte persone hanno trovato lavoro o cambiato carriera diventando più felici, non era il nostro obiettivo originario ma è successo».

Le attività che si compiono qui dentro però, compreso un laboratorio di ricerca sul Biohacking, non sono roba da geek e studenti squattrinati. Obi Nwosu ad esempio (qui sotto) pensa di diventare membro per rilanciare la sua azienda. «Abbiamo aperto la nostra azienda di orologi 18 mesi fa – racconta – con l’intento di aggiungere funzioni interessanti come la connettività elettronica. Questo è il luogo giusto per sperimentare, ci sono “giocatoli” che ci possono consentire di creare una versione digitale dei nostri orologi, tutti qui sono a portata di mano per spiegarti come funzionano le apparecchiature, e si ha uno spazio di lavoro a costi estremamente ridotti. Al momento produciamo i nostri orologi in Cina, ma ora potremo farli in casa, quantomeno i prototipi».

hack6Il business è solo un elemento fortuito qui al LHS, se capita bene, ma il vero spirito è divertirsi, incontrare persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute, sempre pronte a consigliarsi a vicenda, avere uno spazio in cui creare. Il tutto ha un costo: 100mila sterline l’anno solo di affitto dei nuovi locali, più le bollette di elettricità, gas e attrezzature. Il movimento del London Hackspace si autofinzia raccomandando una sottoscrizione minima di 20 sterline al mese (circa 25 euro), ma c’è chi ne paga 5, altri arrivano anche ad 80.

«I membri pagano per quanto usano lo spazio, ci fidiamo. Non abbiamo sponsor o sussidi, abbiamo deciso di non diventare ufficialmente una organizzazione senza fini di lucro perché avremmo tanti benefici economici, ma anche molte restrizioni su come poter spendere i soldi.  Le aziende, i comuni e il governo non capiscono come funzoniamo, perché siamo una “disorganizzazione” di persone”, in cui i direttori (uno ha 16 anni, ndr) possono mettere la firma sui documenti e assumersi certe responsabilità, ma non hanno più potere decisionale degli altri su come gestire le nostre attività. Per le persone è difficile capire che chi viene qui lo fa per la passione di costruire cose e non per fare soldi», sottolinea ancora Jonty.

Stasera qui abbiamo una guida piuttosto speciale, Alessandro Zippilli, in arte Zipporobotics, 19 anni, un inventore di robot da tenere d’occhio. Che qui sta inseguendo il suo sogno e ci spiega come il London Hackspace lo stia aiutando a realizzarlo, pezzo per pezzo. Insieme a lui facciamo il tour di Hackspace.

Da trenta geek in un pub all’Hackspace più numeroso del mondo, chiediamo a Jonty, quale sarà il futuro del London Hackspace?  «Ancora non riesco a credere che questo posto in cui pensavamo giusto di fare un po’ di lavoro sia diventato questo mostro incontrollabile, cresce ad una velocità esagerata, lo scorso anno abbiamo addirittura avuto il nostro primo festival, un altro tre settimane fa e il prossimo anno organizzeremo un altro festival per 1.200 persone. Stiamo anche pensando di lanciare un altro Hackspace ad ovest di Londra».

La visione di Jonty è quella di diversificare sempre più le attività al LHS perché – dice –  più svariata è la varietà dei macchinari che si comprano e più vari saranno i tipi di membri attirati in questo posto dove tutti, non solo i geek, sono i benvenuti. Una delle sfide è quella di equilibrare la composizione dei membri, visto che al momento le donne sono solo il 30%. Giocare con le nuove tecnologie e con i macchinari del LHS potrebbe magari fornire un passatempo formativo anche ai più giovani (qui uno dei membri ha addirittura 8 anni), soprattutto nelle aree più depresse e a rischio criminalità minorile. «Vogliamo fare molto lavoro con i bambini, specialmente nelle aree più difficili, dare ai bambini accesso ad attrezzi che probaiblmente non hanno mai visto, per incoraggiarli a fare cose, ispirarli a creare», annuncia il cofondatore dello spazio.

La community degli Hacker Spaces è un network globale, allora per chi volesse crearne uno, riassumiamo qui alcuni consigli di Jonty per farlo bene:

1) Non cominciare cercando lo spazio da affittare. Partire invece dal costruire una comunità di persone che davvero vogliono fare cose insieme, organizzando meeting ed incontri per parlare di progetti o workshop (loro si ritrovavano nei pub). Si impara a fidarsi gli uni degli altri.

2) In un Hackspace è imporatante essere diversi, se si hanno solo macchinari di elettronica o software si attirano poche persone. Al LHS un laser cutter ha portato 300 nuovi membri, un nuovo tornio 50 membri, mentre uno dei macchinari più in voga del momento è la macchina da maglieria.

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3) È importante avere membri che siano socievoli e aperti, che si presentino agli altri e aiutino tutti ad usare gli strumenti, scambiando le proprie conoscenze.

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Londra, 20 luglio

GIORGIA SCATURRO

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