• Marco Ripa

    Unire tecnologie digitali e manualità artigianale è già il mio presente. Spesso però mancano i compratori allettati più dal brand che dal’ unicità di un prodotto hand made in Italy.
    Vogliamo togliere il made in italy alle grandi aziende che producono dove costa meno e in italia assemblano soltanto?
    Il made in italy se lo deve meritare chi produce e paga le tasse in Italia!
    http://www.marcoripa.it

  • http://about.me/biol Angelo Biolcati Rinaldi

    Mi permetto di sottolineare un altro aspetto a mio avviso degno di indagine: i mercati a chilometri zero spesso vengono implementati dai GAS (gruppi di acquisto solidale), un modo innovativo di organizzare la domanda e programmare l’offerta, disintermediando.
    Come artigiani del futuro dobbiamo essere pronti a cogliere anche queste trasformazioni SOCIALI; la rassicurante dicotomia produttore – consumatore potrà venir meno. Mutualità e sostenibilità orienteranno i nuovi “prosumer”. Lo smanettone fai da te, isolato nel suo garage, è uno stereotipo fuorviante.

  • Giovanni Re

    Gli Artigiani Tecnologici continuano a connettersi sempre di più e a creare cose sempre più straordinarie. Come hai ben descritto non sarà il gadget il motore di questa trasformazione ma la personalizzazione spinta. Un ritorno al passato dove l’artigiano costruiva con le sue mani il manufatto per il committente. La condivisione resa disponibile con la rete, la tecnologia desktop e la semplificazione dei processi, consentirà loro l’accorciamento dei tempi di produzione e la realizzazione di “opere d’arte” uniche per un mercato sempre più globale.
    http://www.rolandforum.com

  • Filippo Berto

    e se si sviluppasse una via italiana a questa rivoluzione? makers, desktop producers e nuove tecnologie spingeranno le nostre PMI ad innovare e credo lo faranno ancora una volta con stile italiano, senza replicare a tutti i costi i modeli USA

  • Francesca Mazzocchi

    mi permetto di aggiungere che quello che manca a questa rivoluzione è la bellezza. ok tecnologia, ok personalizzazione, quel che manca ancora è la capacità di produrre cose belle, non solo custom o funzionali. Il design quindi deve chiudere e chiuderà il cerchio tra saper fare, e nuove tecnologie.

    • Renata

      Ti consiglio di dare uno sguardo a questo sito http://www.mathysa.com

      oppure alla pagina facebook

      https://www.facebook.com/pages/Mathysa/633370343356622?ref=tn_tnmn

      Direi che qui la bellezza e la tecnologia cominciano a trovare un punto di incontro…. :)

    • Mattia Sullini

      Io credo che identificare nell’artigiano la figura chiave di questo processo dovrebbe anche garantire che l’urgenza che indichi sia rispettata, se è vero che è artigiano chi unisca la capacità inventiva e creativa al controllo dei mezzi per farla diventare reale. Ingegneri ed operatori CAD/CAM esistono da tempo, idem i designer, ma in mezzo un fossato creato dalla difficile tarducibilità del linguaggio della produzione con quello della creazione. Quello che bisogna fare è riempire il fossato con figure ibride, che davvero potremmo chiamare Nuovi Artigiani

    • lauradebenedetto

      Personalmente non sono d’accordo. Basta fare un giro su http://www.maketank.it per vedere oggetti digitali in sè oppure realizzati con la Digital Fabrication. E uno più bello dell’altro!

  • http://www.gaffstrategy.it/ francesco margherita

    Proprio ieri facendo orientamento ad un neo bi-masterizzato (laureato con due master) gli suggerivo di iper specializzarsi. Lui mi ha detto: “ma ho due master” e io prontamente “si, è proprio per questo che non sai fare niente”. Il web marketing è l’insieme delle pratiche che servono a creare valore per un’azienda o un marchio. Per fare web marketing occorre ritrovare la dimensione “artigiana” del saper utilizzare praticamente uno degli strumenti (non tutti per amor di Dio) del marketing digitale. Sto dicendo che un buon SEO in un’agenzia come Gaffstrategy ad esempio, deve lavorare come un buon falegname. Deve saper fare cose, non solo saperne parlare. :-)

  • Giulio Buciuni

    Ho letto con grande interesse l’intervista ad Anderson e devo dire che la ‘risposta’ di Stefano Micelli tocca una serie di punti che l’autore di Makers misconosce. In particolare colpisce come Anderson, pioniere del movimento del do-it-yourself americano, ridia vigore ad un modello organizzativo gia’ conosciuto e ampiamente criticato (e.g. The iPhone Economy, NYT), basato sulla progressiva marginalizzazione delle funzioni manifatturiere a favore di repliche su grande scala attraverso automazione del lavoro e manodopera low-cost. In altre parole, l’ex direttore di Wired sembra proporci un’idea di maker che progressivamente si allontana dalla funzione ‘making’, diventando mero ideatore di nuove tecnologie produttive. In netta antitesi
    rispetto alle attuali politiche industriali democrats del ‘reshoring’ di
    funzioni manifatturiere e del ‘restoring the middle class’, la prospettiva
    offertaci da Anderson ci riporta in un certo senso a logiche produttive da multinational corporation, dove le operations raramente rappresentano funzioni in grado di creare valore. Nulla di piu’ lontano da quello che serve oggi al sistema industriale italiano

  • Franco Ficchì

    Consiglio un’attenta lettura d questo articolo di Stefano Micelli. E’ una riflessione importante e propone una nuova professionalità artigiana in rapporto alle nuove tecnologie.
    Sono le tematiche del mio Programma PROGETTAREPERFARE.
    Aggiungerei alle cose dette da Micelli la necessità di appropriarsi delle cultura del Progetto.
    Proprio perché lo sbocco della nostra creatività e capacità del fare trova nel progetto la sua logica di sviluppo. Non solo nei settori indicati da Micelli ma, soprattutto, nella crescita delle capacità di chi si applica con passione al fai-da-te.
    Che ne pensate?

  • Mattia Sullini

    Le tecnologie sono strumenti, ed in quanto tali sviluppano il loro potenziale in ragione dell’abilità di chi li usa. Il montante hype sulle tecnologie di fabbricazione digitale ho l’impressione che sia portato avanti da due segmenti: da un lato smanettoni appassionati della tecnologia in sè, dall’altro colti, attenti ed entusiasti umanisti che riescono a figurarsi il mondo che potrebbe scaturire con la diffusione di queste macchine.

    In questo articolo, che ho apprezzato e condivido fin nelle virgole, si identifica invece l’urgenza di una saldatura tra queste categorie, con la formazione di figure-ponte che racchiudano sia la la capacità di intuizione creativa, che l’intelligenza operativa e tecnica data dal sapere usare gli strumenti: l’artigiano.

    Perchè ricordiamoci che chi che ha fatto unica l’Italia fin dal rinascimento, sono stati gli Artisti, che prima di essere riconosciuti tali erano artigiani raffinatissimi, come ci ricorda Sennett nel suo libro. Ed in tempi più recenti lo stesso processo l’hanno attivato i nostri sarti, pellai, decoratori. Artigiani innovatori, artigiani sperimentatori, artigiani esperti e soprattutto artigiani creativi.

    La vera svolta sta nel fatto che queste tecnologie, che esistono da tempo, sono ora accessibili anche al di fuori dell’ambito industriale in ragione di un drastico e perdurante abbassamento dei costi, almeno per gli strumenti-base (stampanti3D FDM, frese, laser a CO2), e quindi possono essere approcciate anche da singoli creativi che a quel punto possono anche sperimentare e “giocare” con le macchine, non dovendo da subito inserirle in filiere produttive ottimizzate.

    Ci sono poi luoghi dove chiunque, anche ragazzini, possono entrare a contatto con queste macchine. Le scolaresche vengono portate nelle fattorie, dove magari ragazzini di 12 anni vedono per la prima volta una mucca o un maiale, bestie sconosciute che fino a quel momento per loro sono solo aggregati di bistecche o fabbriche di latte. Perchè non fare la stessa cosa con le macchine? Tutti gli oggetti che usiamo sono costruiti, e lo sono per l’appunto con le macchine.

    Si fa un gran parlare di FabLab, ed a mio avviso i FabLab dovrebbero essere proprio questo: luoghi educativi di formazione e contatto con le tecnologie, che siano in grado di innescare curiosità e confidenza con gli strumenti.

    Vogliamo Artigiani, non Makers. Ed allora avanti, spargiamo ora i semini dai quali dovranno nascere questi Nuovi Artigiani, prima che il nostro genio nazionale si spenga per sempre.

  • Florentin

    Nonostante abbia provato piacere nel leggere l’articolo ammetto che rimango sempre molto stupito di quanta approssimazione ci sia nel dipingere lo scenario attuale legato ai nuovi fermenti in tema di innovazione. Non soltanto tutto questo gia’ accade da tempo in altre parti del mondo ma e’ anche spesso ampiamente superato. Inoltre non comprendo pienamente quale sia ‘la direzione’ con cui chiude Micelli. Una retorica de ‘l’artigiano+tecnologia’ rimane tale se non si parla di competenze (cosa che in Italia e’ stata associata esclusivamene agli ambiti accademici), di capacita’ collaborative e di scambio, comunicazione e condivisione di scoperte, dalle piu’ piccole alle piu’ grandi (avviene piuttosto l’opposto), di impianto economico di sostegno che per questi ed altri motivi viene ritenuto vantaggioso dal punto di vista finanziario che ricicla denaro e risorse, stavolta nel senso buono, e le direziona verso le idee piu’ vincenti. Personalmente ho paura che si voglia sempre spiegare a parole quello che invece accade nei fatti, che si voglia etichettare, disegnare, cucire addosso un vestito dalle misure sconosciute. Su questo ha ragione Micelli, bisogna trovare il connubio, un equilibrio tra sapere, saper fare, passato e presente, ma se qualcosa si sta muovendo anche in Italia, questo avviene non perche’ e’ Italia, ma perche’ qualcuno, sempre piu’ spesso da un’altra parte del mondo, si inventa davvero qualcosa di nuovo.

  • http://www.facebook.com/fede.bocci.3 Fede Bocci

    dico una cosa , che parlare non basta , le xsone devono spendere, fare girare $$$ , Micelli compreso , sono sicuro che scrive molto sull’argomento e poi in casa ha pezzi IKEA_________

  • Andrea Cattabriga

    Abbiamo bisogno di MADERS, senza K!
    Mattia Sullinie altri hanno spiegato cosa significa questa cosa a cui ho dato un nome.
    Mi permetto di aggiungere che spesso si fraintende la dimensione del made in Italy con le capacità tecniche di chi produce. Questo concetto è profondamente limitante, così com’è stupido affidare questa etichetta a chi produce mutande in oriente e poi impacchetta qui, credo che l’unica dimensione difendibile sia quella di un DESIGNED-IN, la sovrapposizione di un sapere pratico ad uno di cultura progettuale, che è in via teorica l’essenza dell’ innovazione nella manifattura.
    C’è un problema culturale legato allo sdoganare l’artigiano come “formato” alle persone, che è già tema da smart cities (?) e che mi sembra più critico rispetto al tema di qualità/tecnologia che è invece già spinto e presidiato.