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Storie da #OpenRicostruzione: Mirandola, il Castello dei Pico e una lettera d’amore alla città

Questa rubrica di Michele e Jonathan racconta sguardi e parole di donne e uomini che hanno vissuto la tragedia del sisma emiliano. Michele: si occupa di processi di governance e innovazione sociale utilizzando strumenti che abilitano nuovi spazi di dialogo, trasparenza e partecipazione, tra comunicazione, marketing e community organizing. Attualmente cura la strategia del social media team del Comune di Bologna, il progetto we4italy di UnionCamere e ed è consulente web per la Camera di Commercio Italiana per la Germania. Ideatore di TagBoLab laboratorio dell’Università di Bologna e membro di RENA. Jonathan: emiliano e viaggiatore, praticamente un Chatwin in pantofole. Sono giornalista e autore radiofonico, collaboro con Popolare Network e RaiRadio3. Sono responsabile delle produzioni multimediali della ong COSPE e consulente di comunicazione della Regione Emilia-Romagna. Dal 2007 curo la direzione artistica del Terra di Tutti Film Festival.

Il terremoto Emiliano e quello dell’Aquila, un castello simbolo e un blog per dare voce alle proprie emozioni: l’intervista di oggi ce la  regala Cristina che, nel mezzo dell’emergenza sisma, si ferma e scrive una lettera d’amore dedicata al proprio paese. Su un blog. Ma scrive anche di un castello restaurato che, di fronte alle emergenze legate al terremoto, assume significati davvero particolari. E poi del futuro dei più giovani e di una nuova idea di spazio pubblico.

Proseguendo con le storie di Open Ricostruzione, Cristina Ceretti, madre di una bimba ed ex Assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione a Mirandola, ci racconta di pensieri, riflessioni e una lettera d’amore alla sua città.

Ciao Cristina, raccontaci di “lettera d’amore

Questa lettera è stata scritta nel momento in cui io sono fuggita da Mirandola, nelle ore successive alla seconda scossa che è stata  talmente violenta da farmi quasi pensare  di non tornare più indietro. Ogni luogo in cui ci fermavamo non ci sembrava sufficentemente lontano dal sentire la terra tremare. Era un continuo allontanarsi, fermarsi, dormire; a un certo punto, però, ho sentito l’esigenza di mettermi a scrivere e questo è il risultato:

Mezza Mirandola, non avrei mai pensato di poter scappare da te, lasciandomi alle spalle solo polvere, ambulanze, elicotteri e urla; per strada, la bambina nuda in braccio che fino a un momento prima stava facendo il bagnetto fra papere e pesciolini di gomma; il rumore delle case e dei capannoni che si sgretolavano intorno a noi, e il pensiero agli amici e ai parenti per la conta, la seconda conta dopo una settimana dalla prima, quella mezza Mirandola che è rimasta in piedi merita solidarietà e aiuto; quella mezza Mirandola che invece è caduta merita una preghiera e l’ambizione di ricostruirla come si deve; se si sbagliano le mosse del primo mese la si distrugge due volte. Cara Mirandola, non puoi permetterti di diventare terra di speculazione e di interessi, l’Aquila ci sia di monito ogni singolo intervento e ricostruzione vanno inseriti in un’idea forte di città che non può essere lasciata all’arbitrio dei singoli, le toppe si vedrebbero più del buco. Mirandola, capo distretto dell’area Nord che conta circa 89 mila abitanti, sei il paradigma della città emiliana, qui si allunga la mano e ci si aiuta ancor prima di guardare di che colore hai la pelle, qui si lavora sodo per lasciare i figli l’opportunità di una vita migliore, si ha il coraggio di guardare avanti, di sperare e di sperimentare cose nuove,, investire in cultura, istruzione ed energia rinnovabili, di guardare dritto negli occhi la crisi economica degli ultimi anni e sfidarla. La tua terra ha tremato tanto, troppo, ci ha terrorizzati, traumatizzati direi, ma non ci ha spezzato, lo dico al governo e alle istituzioni, lo dico alle banche e alle multinazionali del bio-medicale in foga, lo dico agli istituti culturali internazionali che si nutrono da 400 anni del pensiero umanista di Pico della Mirandola, la fenice degli ingegni, oggi quanto mai attuale, lo dico alle università dell’Emilia – Romagna, con la bonaria sfacciataggine dell’emiliana vi chiedo sperimentate l’idea di una città nuova, migliore, studiate, fate ricerca, se c’è un’occasione è questa; qui ci sono ci sono città e campagne; il sisma ci ha portato via i nostri bei casali di campagna, simbolo delle nostre origine, memorie dei nostri nonni, da ripensare, da riprogettare bene con attenzione alla sicurezza di chi vi abiterà e il rispetto dell’ambiente, mentre noi mirandolesi siamo piegati sull’esigenza, aiutiamo anziani e disabili, portiamo al sicuro i nostri bambini,mentre voi intellettuali, politici, banchieri, architetti, professori e imprenditori avete un’occasione d’oro, raccogliere la sfida di Mirandola e mostrare al resto dell’Italia come devono essere fatte le cose nel terzo millennio, ci aspettiamo che siate all’altezza del nostro coraggio”.

Dopo questi passi che dicono più di mille reportage, raccontaci la gestione della cultura a Mirandola e del Castello dei Pico, prima del fatidico maggio 2012.

Dopo aver conseguito il  Dottorato di ricerca, ho avuto la fortuna e la possibilità di fare l’Assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione a Mirandola. Questa esperienza mi ha consentito di conoscere bene la mia città e poter prendere parte ad un processo di costruzione che ha coinvolto il restauro  del Castello dei Pico, abbandonato oramai da quattro secoli, nonchè l’ edificazione di nuove scuole con l’elaborazione culturale di quello che poteva essere un nuovo PSC per la città.

Era nostra responsabilità non lasciare all’incuria del tempo lo storico simbolo della  città: il Castello del Pico, appunto. Sarebbe bastata anche solo una nevicata per far sì che il tetto crollasse mandando in fumo la memoria storica della famiglia dei Pico e, dunque, di parte del paese.

Ma oltre al valore storico, quando c’è stata l’occasione del recupero, si è pensato subito al fatto che a Mirandola non esisteva un luogo per la cultura. Oltre ad un museo permanente sulla cultura della famiglia dei Pico volevamo fosse destinato anche all’attività dei giovani, degli studenti, dei cittadini.

Mirandola doveva parlare a un territorio molto vasto che coincide purtroppo con quello che è considerato in termini tecnici il cratere del terremoto: da sempre epicentro di un distretto scolastico più grande della provincia di Modena, il Castello doveva essere un luogo dedicato alle attività scolastiche, aperto al fermento culturale con esposizioni artistiche permanenti e transitorie. Ma è proprio la dinamica del recupero del castello a indicarci il livello di radicamento di questo simbolo perché in parte è stato possibile grazie ad alcuni cittadini che hanno fatto uno sforzo economico importante.

Ma di fronte alle emergenze del terremoto, quale priorità dobbiamo dare in questo momento storico al recupero artistico e culturale di tutto questo vasto patrimonio che è stato danneggiato irrimediabilmente?  Dobbiamo restaurare o utilizzare le risorse per costruire delle new town, costruire e riportare lavoro nelle zone colpite e offese? Che pensieri hai avuto, alla luce del tuo ruolo politico – amministrativo nella tua città: anche irrazionalmente che senso ha ricominciare da capo quando dopo 400 anni hai rimesso a posto un castello e ora c’è da ricominciare da capo?

Ci sono elementi intangibili che devono essere compresi e per questo devo raccontarvi della prima passeggiata per la città: dopo il disastro e dopo essere fuggiti per la paura ed essere ritornati, come è capitato alla mia famiglia, la prima passeggiata in una città distrutta è un’immagine che nessuno dimenticherà.

Le cose che più colpiscono sono i grandi simboli di una città: sono queste Chiese che sembrano quasi sospese: non crollate completamente ma sostenute da fili immaginari perché sono veramente, come dire, piccoli frammenti di quello che c’era.

Chi ha vissuto l’esperienza del terremoto e l’esperienza di vedere la propria città così completamente diversa da come l’aveva conosciuta sa che è fondamentale che alcuni simboli ritornino ad essere presenti perché diventano come dei collanti sociali, dei punti di riferimento ai quali aggrapparsi nei momenti più disperati.

Ma “il pacchetto del terremoto” è abbastanza complesso per tutti e penso che si debba partire principalmente da casa, lavoro e scuola.

Questo è il punto di riferimento imprescindibile: il primo livello di risposte deve essere questo perché una famiglia senza una casa, e senza il proprio nido, il proprio focolare domestico, è una famiglia che si sente smarrita. L’idea di non avere puntato sulle new town, sulle città fantasma e periferiche,k se non in piccolissime parti, a me è parsa una buona idea.

E’ stato necessario uno sforzo da parte di tutti per riaprire immediatamente le zone rosse, per mettere in sicurezza tutto ciò che fosse possibile affinché la città non fosse un’ eterna transenna, un eterno filo bianco e rosso o masse di macerie perché anche la precarietà esistenziale lascia cicatrici molto profonde.

Avevamo un’intera estate da trascorrere, una stagione in cui si sta anche all’aria aperta e l’idea che ci potesse essere ancora una piazza dove potere fare con vivacità anche delle attività era forte.

La voglia di riprendersi spazi è stata un’idea vincente perché ha reso possibile il fare comunità per essere più solidali gli uni con gli altri, di avere momenti di interazione e di scambio anche molto profondi. Il secondo tema è quello del lavoro, che ritengo imprescindibile perché in periodo di crisi economica noi abbiamo come una doppia crisi economica, nel senso che alla mancanza di occupazione, alla precarietà che tutti vivono nel nostro Paese, noi abbiamo aggiunto anche il disastro del terremoto che ha portato via le nostre aziende oltre ad aver fatto vittime fra i lavoratori, imprenditori, operai della nostra comunità. Siamo una terra di lavoratori con una grande esperienza.

Il terzo punto di riferimento imprescindibile è stato il riavvio delle scuole, davvero il primo momento collettivo di liberazione mentale, di serenità collettiva perché i bambini hanno potuto ricominciare un anno scolastico che non era assolutamente scontato.

In poco più di cinque mesi abbiamo recuperato e rivedere questi bambini, liberare in cielo palloncini colorati e cantare a squarciagola l’Inno di Mameli, poi tagliare il nastro ed entrare in classe ridendo e divertendosi, in un anno scolastico che noi genitori non davamo per nulla scontato, anzi, ritenevamo impossibile, è stato per tutta la comunità, un momento di gioia e di liberazione molto importante, forse, una delle prime immagini positive della ricostruzione che ci rimarranno nella memoria.

Hai accennato alla questione del lavoro. Ma se un ventenne ti venisse a dire “io me ne vado’, casa-lavoro-scuola non mi basta, io voglio qualcosa di più”, lo capiresti? Cercheresti di fermarlo? Temi che possa succedere un esodo delle nuove generazioni da quei paesi?

Lo capirei essendo anche io una quasi quarantenne ancora precaria in un Paese quasi fermo e, per Paese, intendo l’Italia e non Mirandola. Capirei la necessità o il pensiero di cercare qualche opportunità altrove perché, effettivamente, la situazione nazionale è ferma, malata: il merito e le nuove generazioni, trovano pochissime risposte. In una città che ha vissuto la tragedia del terremoto questi problemi si amplificano. Tuttavia, ad un giovane desideroso di andarsene, direi che in questo dramma che ha accomunato noi cittadini c’è una grandiosa opportunità di divenire un modello di riscatto e di ricostruzione per l’intero Paese.

Se noi, in questo luogo fatto di persone, abbiamo dimostrato grande umanità, una grande solidarietà ma anche di saperci rimboccare le maniche e di piangere i propri defunti ma un secondo dopo cercare di dare delle risposte complete e di superare anche i momenti difficili, io direi che forse questo è il luogo in cui c’è più bisogno di una nuova generazione che possa anche dire qualcosa di nuovo, di fare qualcosa di nuovo, di rendere l’occasione di ricostruzione della nostra città una grande chance per ricostruire una città migliore, più sicura ma anche più attenta al territorio e all’ambiente.

Sono convinta che possano esserci state in questi mesi anche tante occasioni per riflettere su alcune cose. Penso ad esempio al fatto che, fin dalla prima notte in cui siamo scappati dalle nostre abitazioni, con i vicini di casa abbiamo ritrovato un senso di comunità che non avevamo più da molto tempo.

La società di oggi è estremamente egoistica e tende a rinchiudersi entro le mura domestiche, a chiudere tre volte la porta di casa quasi che il vicino debba stare oltre il proprio recinto. Con il terremoto questo è venuto meno ed è emerso una grandissima voglia di stare insieme.

Io credo che questo ci debba fare riflettere sul fatto che, prima di tutto, non deve essere la paura il collante di una società: forse, in questi anni, abbiamo costruito delle città in cui non abbiamo avuto l’attenzione dovuta per dei luoghi pubblici di interscambio, dei luoghi dello stare insieme, del fermarsi a parlare.

Bologna, 2 aprile 2013

MICHELE D’ALENA & JONATHAN FERRAMOLA

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