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Perché è necessario introdurre a scuola nuovi vocaboli: mobilità sostenibile, abitare green, recupero

Giornalista per passione, maestro per caso e con amore, scrittore. La mia università sono state le strade del mondo: i vicoli di Palermo, le vie polverose del Mozambico, del Senegal, della Siria, della Giordania; le baraccopoli di Nairobi; i grattacieli di Shanghai e le lezioni di resistenza degli zapatisti nella Selva Lacandona. Ho operato per dieci anni in carcere fondando il giornale “Uomini Liberi”. Scrivo per “Il Fatto Quotidiano” dove tengo anche un blog e “Altreconomia”. Curo inoltre la rubrica “L’Intervallo” su Radio Popolare. In classe cerco di far lezione con innovazione che è anche rivoluzione per la scuola italiana.

Maestro ma il cibo biologico che gusto ha? A me fa schifo”. Nicole, 10 anni, non ha mai assaggiato delle patatine fritte, del gelato o del salame biologico. Sul suo libro di scienze, quando si affronta il tema dell’ alimentazione, non si parla di quest’agricoltura, di filiera corta e di chilometro zero. Siamo fermi ancora all’illustrazione della famosa piramide con i carboidrati, le verdure, i legumi. A scuola non manca la raccolta differenziata ma chi fa capire ai ragazzi che oggi la sfida è abbattere gli sprechi?

Abbiamo bisogno di introdurre nel dizionario di chi educa dei nuovi vocaboli: mobilità sostenibile, abitare green, recupero.

Nei giorni scorsi ho portato Nicole e gli altri miei allievi alla fiera del consumo critico “Fa la cosa giusta” ad assaggiare il cibo biologico, a vedere come funziona una macchina elettrica, a bere l’acqua pubblica da un bicchiere ricavato dagli scarti delle bottiglie di vetro vuote ritirate dai bar.

I miei ragazzi hanno per la prima volta gustato l’olio, il formaggio, il salame, i dolci biologici: “Oh, ma sai che è buono. Anzi è meglio di quello che mangio a casa”, mi hanno detto assaltando gli stand dei produttori locali. Loro stessi hanno preparato, grazie al progetto Cozinha Brasil che insegna come preparare alimenti economici e senza sprechi, il “succo di Hulk”:

Mattia e Stefania, nei panni di cuochi, hanno lavato le foglie del cavolo, le hanno tagliate a pezzetti, frullate con acqua e maracujà, succo di limone e zucchero. Non potevano credere ai loro occhi: le bucce, le foglie e i gambi di frutta e verdura potevano essere usate per fare alimenti.

Nel loro vocabolario è entrata la parola sostenibilità guardando le auto, le moto e gli scooter elettrici: “Ma quanti chilometri fanno? Come si caricano? Quanta energia serve? Quanto costa al mese?”. I nostri ragazzi sono curiosi, hanno intuito la grande sfida che spetta loro già oggi ma spesso la scuola neanche li informa. E’ una scommessa giocata a senso unico.

Dall’altro canto per educare dei ragazzi, nonsolo a fare la raccolta differenziata (che è ormai diffusa secondo i dati del Rapporto ecosistema scuola di Legambiente nella maggior parte delle scuole) ma ad uno spreco minore, alla sostenibilità, serve che vi siano maestri, professori, dirigenti e amministratori che conoscono l’altra economia possibile. La fotografia è desolante: oggi (dato Legambiente 2012) solo il 5,95% delle mense serve pasti interamente biologici; l’acqua di rubinetto è usufruita a tavola dal 62,93% delle scuole e il 34,88% degli istituti italiani usa ancora piatti in plastica o carta al posto di materiale in mater-bi o in porcellana.

La sfida sta proprio lì: nel mostrare a Federica, Giovanni e Anna che si può fare un tavolo con le cassette di legno o degli orecchini con dei tappi di birra.

Per molti dei nostri allievi il car sharing, il chilometro zero sono termini sconosciuti. Mentre lanciamo allarmi per il nostro pianeta non stiamo investendo proprio su coloro che lo abiteranno: educhiamo al solito stile di vita, senza mai cambiare marcia.

Ecco perché rischiamo di perdere la scommessa.

Cremona, 6 aprile 2013

ALEX CORLAZZOLI

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