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OpenGov, 3 cose che il Parlamento potrebbe fare subito senza aspettare il Governo Letta

Avvocato e geek. Grazie alla felice intuizione di uno dei miei Maestri, sono riuscito a fare delle mie due passioni una professione: mi occupo di diritto delle nuove tecnologie e di innovazione nella Pubblica Amministrazione, in particolare dei profili giuridici dell’e-gov e dell’open-gov. Ne parlo nelle aule delle Università e dei Tribunali e ne scrivo sulla carta e, soprattutto, sul Web. Anche qui.

Il Governo Letta ha giurato ieri e, nelle prossime ore, otterrà la fiducia da Camera e Senato per entrare nella pienezza dei poteri ed iniziare il proprio lavoro. Occorrerà aspettare alcune settimane, poi, per vedere quale priorità avranno per il nuovo esecutivo i temi dell’innovazione e dell’Open Government (trasparenza, partecipazione e collaborazione).

Non è possibile fare nulla, nel frattempo? Non proprio. Paradossalmente, proprio in questo contesto anomalo potrebbero esserci le condizioni per dare una connotazione “rivoluzionaria” a questa legislatura, anche a prescindere da quello che farà (o non farà) il Governo.

L’occasione è ghiotta: si tratta del più giovane parlamento della Repubblica e la gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento ha fatto della trasparenza e della partecipazione dei temi cardine della campagna elettorale. Adesso c’è la possibilità di dimostrare che non si tratta solo di slogan: onorevoli e senatori possono comunque adottare alcuni importanti provvedimenti, dimostrando così ai cittadini di aver fatto davvero tutto il possibile, nonostante l’anomala situazione politica.

Mi riferisco alla riforma di alcune delle regole sulla trasparenza e sul funzionamento della nostra democrazia parlamentare che ormai risultano assolutamente obsolete e superate perché proprie del secolo passato. Ovviamente non parlo di complesse modifiche costituzionali che necessitano di grandissime maggioranze.

Per avvicinare l’Italia alle democrazie più evolute e renderla più virtuosa nella strada verso l’Open Government sarebbero sufficienti alcune modifiche ai regolamenti parlamentari (quelli che disciplinano il funzionamento di Camera e Senato) e alcune piccole, ma significative, modifiche agli istituti di democrazia diretta.

Per farlo è sufficiente che il Parlamento decida di voler ammodernare i propri meccanismi di funzionamento, rendendoli più trasparenti e aperti ai cittadini. Così facendo, anche se questa legislatura dovesse durare poco (come qualcuno sostiene), si farebbe in modo che la futura possa concentrarsi esclusivamente sul merito dei problemi, senza doverli affrontare con metodi vecchi, lenti, farraginosi e superati.

In particolare, tre sono gli interventi che è possibile mettere in cantiere fin da subito, articolati lungo le tre direttrici dell’Open Government: trasparenza, partecipazione e collaborazione.

Trasparenza: rendere il Parlamento davvero una “casa di vetro”.

La prima emergenza è rappresentata indubbiamente dalla pubblicità di spese e lavori parlamentari: in una parola, la trasparenza. Nei primi giorni di legislatura, molto si è discusso sui “tagli” decisi dai nuovi Presidenti Boldrini e Grasso nonché sulla necessità che negli Uffici di Presidenza delle Camere venissero nominati componenti di tutti i partiti al fine di assicurare un controllo completo: si tratta di una logica vecchia in cui le decisioni vengono prese senza che tutti i cittadini conoscano i dati e le informazioni.

Invece, attraverso una decisione degli Uffici di Presidenza delle Camere e una revisione dei Regolamenti, si potrebbe disporre che tutti i dati di bilancio e quelli relativi alle spese delle due Camere vengano pubblicati integralmente, come open data, in tempo reale: solo in questo modo tutti (e non solo i membri dell’Ufficio di Presidenza) potrebbero vigilare su come vengono gestiti i soldi provenienti dalle tasse.

Ma non è sufficiente. È importante rendere ancora più trasparenti i lavori parlamentari.

Al momento, infatti, è possibile seguire via Web in diretta streaming soltanto i lavori dell’Aula, ma non sempre anche quelli delle Commissioni, nonostante i voti che i parlamentari esprimono in queste sedi siano, spesso, i più significativi (basti pensare, ad esempio, alla riforma delle pensioni). Eppure, i lavori delle Commissioni non solo non sono visibili in streaming, ma non sono nemmeno pubblici: non è possibile sapere chi era presente e – soprattutto – in quale modo hanno votato i parlamentari.

Per porre fine a questa prassi ottocentesca, l’associazione OpenPolis (che da anni è impegnata nel progetto “Open Parlamento”) ha già avanzato una proposta di modifica dei regolamenti parlamentari che è già pronta per essere discussa e consentirebbe di poter visualizzare queste informazioni direttamente via Web, in modo che cittadini e giornalisti possano controllare effettivamente la produttività e l’operato dei nostri rappresentanti.

Infatti, per garantire vera informazione, è necessario rendere trasparenti i lavori delle Commissioni parlamentari e prevedere  che il sistema di voto sia quello elettronico: sapere chi è presente (e cosa vota) è un presupposto imprescindibile per chiedere conto ai nostri rappresentanti delle scelte fatte.

Partecipazione: accorciare le distanze tra cittadini e istituzioni.

Molto spesso ci si lamenta della distanza delle istituzioni rispetto ai cittadini: l’agenda dei lavori parlamentari è spesso drammaticamente distante dai problemi del “Paese reale”, per non parlare del fatto che i cittadini non vengono mai consultati nel corso dell’iter per la formazione dei provvedimenti normativi.

Le nuove tecnologie e gli strumenti dell’Open Government possono venire in soccorso da questo punto di vista e conferire nuova legittimità al processo decisionale. Una delle azioni da intraprendere potrebbe essere la creazione, in seno ai portali parlamentari, di una piattaforma di petizioni.

Diversi sono gli esempi internazionali: tutte le petizioni caricate su We the People (la piattaforma del Governo Americano) che vengono sottoscritte, in trenta giorni, da almeno 25mila persone ricevono una risposta dal Governo federale (un meccanismo simile è quello delle e-petitions del Governo britannico). È particolarmente significativa anche l’esperienza della Lettonia: raggiungendo il minimo di adesioni previsto, è possibile influenzare direttamente l’agenda del Parlamento, proponendo argomenti di discussione e proposte di legge.

Potrebbe quindi essere codificato – sempre attraverso una “semplice” modifica ai regolamenti – l’obbligo per il Parlamento di prendere posizione sulle petizioni che abbiano raggiunto un determinato quorum, in un termine certo (ad es. nei trenta giorni successivi alla chiusura della petizione).

Una misura di questo tipo avrebbe l’indubbio vantaggio di creare un canale di comunicazione pubblico privilegiato tra eletti ed elettori, che non consista nella mera possibilità di inviare mail o tweet, ma di condizionare realmente l’agenda parlamentare.

Collaborazione: i cittadini possono aiutare i parlamentari.

La nostra Costituzione afferma, all’art. 1, che “la sovranità appartiene al popolo” che la esercita attraverso i suoi rappresentanti e alcuni istituti di democrazia diretta, quali il referendum e le proposte di legge di iniziativa popolare.

In particolare, l’art. 71 della Costituzione prevede che “il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. Ma, nella storia della nostra democrazia, questo istituto ha trovato applicazione modesta, anche a causa della difficoltà materiale di raccogliere le firme necessarie secondo le modalità tradizionali.

Non c’è dubbio, quindi, che questo istituto – previsto dai nostri Padri Costituenti – necessiti di un ammodernamento che può essere realizzato attraverso una modifica alla legge attuativa (Legge n. 352 del 1970) che consenta la presentazione e la raccolta delle firme in modalità telematica (così come già fatto – sia pure con metodo discutibile – dall’Unione Europea).

Naturalmente, i regolamenti parlamentari dovrebbero prevedere un iter agevolato (simile a quello per i provvedimenti di iniziativa governativa) che consentirebbe, tra le altre cose, di valorizzare l’enorme bagaglio di professionalità e competenze che – attualmente – rimangono al di fuori degli uffici legislativi dei diversi gruppi parlamentari.

Perché, in democrazia, nessuno ha il monopolio delle buone idee.

Si tratta di tre punti che non richiedono tempi lunghi e che possono essere realizzati anche con un consenso trasversale. Lavorare in questa direzione significherebbe anche lanciare una sfida al Governo appena insediato sui temi dell’innovazione dei processi decisionali e degli schemi democratici.

Presidenti Boldrini e Grasso, e parlamentari tutti, ci state?

Roma, 29 aprile 2013

ERNESTO BELISARIO

  • http://www.facebook.com/laura.brogelli Laura Brogelli

    Entrambe le Camere utilizzano Magnetofono™ 2.0 una tecnologia per la trascrizione automatica di un verbale di assemblea ma ciò nonostante non si è mai pensato, o voluto, predisporre un servizio di sottotitolazione.

    I sottotitoli sono indispensabili per una piccola fascia della popolazione (le persone sorde) ma, possono essere un ausilio in grado rendere la vita più facile a tutti quelli che li vogliono scegliere in aggiunta alla voce. Non si tratta di instaurare una strada diversa ma semplicemente di pensare ad atti di progettazione inclusiva e universale; pari diritti e pari doveri. Oltretutto…già possibili e DISPONIBILI visto che alle Camere è utilizzato il prodotto Magnetofono™ 2.0!
    Sarebbe un modo, oltretutto, per rispettare l’art. 3 della Costituzione, nonché la L104/1992.

    Nessuna stranezza ma semplicemente l’eliminazione di ogni discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità uditiva e una praticità in èiù per tutti.

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1138422934 Silvia Di Profio

    Buone proposte, comprensibili e condivisibili anche da quelli che come me si sforzano di tenersi informati senza alcuna particolare competenza o posizione, ma il mio dubbio è sempre, come quando è stato proposto agli italiani di “suggerire” allo stato le principali questioni da affrontare, che solo una metà degli italiani è in rete e di questa metà una percentuale ristretta ha l’età o l’interesse per usarla a scopi non ludici o non commerciali. Non so quantificare (bisogna saper leggere i dati, soprattutto Istat), ma giurerei che si tratta di non più di un 10-15% degli italiani “operativi” (cioè maggiorenni, interessati e in grado di usare lo strumento allo scopo che proponi). Le fonti: http://www.datamanager.it/news/eurispes-gli-italiani-sono-sempre-pi-social-soprattutto-su-mobile-43968.html e http://www.istat.it/it/archivio/78166

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