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L’Italia e l’open access nella ricerca scientifica

Ricercatore e giornalista. Insegno Sociologia dei nuovi media all'Università di Milano e scrivo di scienza, tecnologia e politica. Mi affascina la diffusione delle dinamiche open nella ricerca e il modo in cui esse modificano le culture e le pratiche scientifiche. Vorrei che l’approccio alle tecnologie fosse più attivo ma anche più critico. Il mio primo libro si intitola “Biohackers. The politics of open science”.

Gli Stati Uniti si avviano a estendere la pubblicazione open access a tutte le ricerche scientifiche finanziate con fondi pubblici.

Ma qual è la situazione da questa parte dell’Atlantico? Oggi gran parte delle ricerche, sebbene pagate dalla collettività con fondi pubblici, vengono pubblicate su riviste che chiedono costosi abbonamenti e che quindi sono accessibili quasi solo alle Università.

Sin dal 2003 molti atenei italiani hanno sottoscritto i principi della Dichiarazione di Berlino sull’accesso aperto e hanno introdotto nei propri statuti clausole che promuovono la pubblicazione open, per esempio tramite archivi online. Diverse università, dipartimenti e ricercatori stanno appoggiando iniziative per favorire l’accesso aperto.

È di fine marzo un documento della Crui, la conferenza dei rettori, e dei più importanti enti pubblici di ricerca, che ribadisce la necessità di rendere accessibili i risultati di ricerca entro 12 mesi dalla pubblicazione. Eppure mancano norme vincolanti, che obblighino a rendere disponibili gli studi e non si affidino alla scelta del singolo ricercatore di pubblicare su riviste open access.

La risposta potrebbe venire dall’Europa. Il programma Horizon2020, che finanzierà con più di 70 miliardi di euro la ricerca europea dal 2014 al 2020, potrebbe prevedere politiche più decise: la proposta della Commissione Europea chiede che tutti gli articoli prodotti con fondi provenienti da Horizon2020 vengano resi accessibili attraverso la pubblicazione su riviste open access oppure tramite archivi dove pubblicare le ricerche 6 o 12 mesi dopo la loro pubblicazione su riviste tradizionali.

Una scelta condivisa dal ministero in Italia: nello scorso febbraio il ministro Profumo ha espresso una posizione netta in favore di questo schema. L’obiettivo è arrivare entro il 2016 all’accesso aperto per il 60% delle ricerche finanziate con denaro pubblico.

Un esempio interessante viene invece dal settore privato. Dal 2010 la Fondazione Telethon, che ogni anno destina diversi milioni di euro alla ricerca biomedica, obbliga i ricercatori a pubblicare in forma open gli articoli di ricerca, con l’obiettivo esplicito di rendere disponibili dati e conoscenze non solo agli altri scienziati, ma anche ai pazienti e ai donatori. Naturalmente per farlo ha scelto di investire fondi extra: la pubblicazione open access può essere costosa, dato che molte riviste chiedono un contributo agli autori per pubblicare il loro articolo. L’Europa chiede che i singoli stati destinino risorse a questa trasformazione.

Quello che invece accomuna Telethon e Horizon è che entrambi non si pongono il problema di sperimentare nuove forme di proprietà intellettuale. Anzi, nel documento del Miur si parla solo di necessità di tutelare la protezione delle conoscenze tramite brevetti e diritto d’autore. Una scelta che favorisce l’accesso ma non l’uso da parte dei cittadini delle conoscenze prodotte con investimenti pubblici.

Roma, 22 aprile 2013

ALESSANDRO DELFANTI

Una replica a “L’Italia e l’open access nella ricerca scientifica”

  1. Dimitri_DB scrive:

    Condivido appieno il dover rendere pubblico e condivisibile il risultato della ricerca finanziata con fondi pubblici.
    Pongo però un problema molto più importante.
    Come mai l’industria e’ del tutto latitante e fa capolino solo in due casi :
    – quando il pubblico finanzia i progetti di ricerca
    – quando qualcosa di interessante viene pubblicato

    I casi in cui l’industria finanzia la ricerca sono davvero oggetto di ricerca.

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