• http://twitter.com/fullbox_it a.tremigliozzi

    Interessantissima analisi. Penso però che l’innovazione sociale in quanto tale abbia già da sé la forza innata per affermarsi (così come è accaduto fino ad oggi). O meglio: se non è abbastanza forte per affermarsi forse non è sufficientemente disruptive e degna di essere definita “innovazione”.
    Forse quello di cui oggi c’è bisogno non sono tanto delle politiche di promozione quanto di rimozione degli ostacoli più eclatanti ed evidenti verso l’innovazione (sociale e non). 
    E forse su questo aspetto la misurazione quantitativa può essere utile per generare maggiore consapevolezza di quali e quante sono le diseconomie generate da lobby, corporazioni, associazioni di categoria, ecc.. che più lottano per il mantenimento dello status quo (e più potere hanno acquisito nell’ultimo secolo)

  • Pingback: Perché è necessario poter misurare l’impatto dell’innovazione sociale | L'impresa "mobile" | Scoop.it

  • http://twitter.com/mogliedaunavita mogliedaunavita

    per una “molto ignorante in materia” come si controlla no i pagamenti per i “lavori” svolti solo su internet? migliaia di scambi apparentemente dialogati

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Ciao, scusami ma non ho proprio capito la domanda. Mi puoi spiegare cosa intendi?

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=512811609 Damiano Ramazzotti

    Molto interessante. Forse si potrebbe riassumere nella differenza tra innovazione processuale o innovazione strutturale, dove il processo è tutto ciò che avviene (in maniera mutevole) all’interno di una struttura che è invece più solida.

    Mi sembra (e concordo con quello che dici) che l’innovazione strutturale non può essere regolamentata  controllata. La società (la struttura) può solo regolare, gestire, promuovere emonitorare quella processuale, cioè quella che non rivoluziona da struttura stessa che l’ha promossa.

    Forse le politiche sociali, quando agiscono direttamente, possono essere solo riservate all’innovazione processuale, mentre quella strutturale (disruptive) avviene in maniera indipendente.

    Detto questo va comunque aggiunto che programmi di formazione e sostegno dell’innovazione sociale, pur non includendo la promozione di soluzioni “disruptive”, possono essere il suolo dentro il quale si formano i talenti, i gruppi e le esperienze che poi la creeranno.

    Se si tiene conto di ciò, allora il risultato è raggiunto in ogni modo, anche tenendo conto del fatto che le soluzioni “disruptive” probabilmente devono essere quasi per definizione autosussitenti.

    Rispetto alla valutazione penso però sia un esercizio utile, anche se non deve diventare pedante, sopratutto laddove la valutazione è organiza e a lungo termine.
    Venendo dal mondo dei programmi Europei per giovani (tipo Gioventù in Azione o EYF del CoE) noto che la tendenza a non valutare l’impatto (e anon chiederlo alle org. beneficiarie), non solo impigrisce le giovani organizzazioni, ma non sviluppa la tendenza a riflettere in termini di quadro logico, risultati attesi ed indicatori.

    Il mondo delle startup in questo senso è un ottimo maestro, perchè è un mondo in cui se non i risultati, almeno sono misurabili degli indicatori di efficienza, disciplinando fortemente il processo di analisi e feedback riguardo le proprie prestazioni.

    In italia non vi sono ancora molti investitori privati o grant pubblici che sostengono l’innovazione tecnologica in campo sociale, (lo vedo perchè ne sto cercando per la mia startup). Anche quando questo accade, stranamente il mondo che fino ad ora se ne è in gran parte occupato (quello associativistico, NGO, cooperazione..) non viene coinvolto attivamente. 
    (es. nel programma Gioventù in Azione non ho mai sentito parlare di startup!)

    Creare un ponte tra il mondo dell’innovazione sociale e quello delle startup tecnologiche può essere una soluzione, per quanto banale, forse di successo.

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Nel mondo delle imprese gli impatti sono facili da valutare, almeno in linea di principio: investo dollari, raccolgo dollari. (raccolta – investimento)/investimento = return on investment, il famoso ROI. Questa cosa è possibile  perché, al di là della retorica “cambieremo il mondo” della Silicon Valley nel mondo delle startup tutti condividono gli stessi valori – in particolare quello che le cose interessanti si fanno con aziende for profit, e le aziende for profit devono fare… profit. Paradossalmente questo rende più facile fare roba socialmente dirompente: basta che si facciano soldi, l’investitore sui valori tende a essere agnostico.
      Non mi sognerei mai di dire che valutare gli impatti non ha senso. Certo che ha senso. È l’impatto dell’innovazione, e in particolare di quella sociale disruptive, che crea un paradosso, perché i valori del presente che valuta e del futuro che viene valutato divergono. I fans di Coursera o Udacity pensano che la sparizione del 90% delle università sia un bene. Ma se fai valutare Coursera a un MIUR che non è nemmeno capace di mettere i libri di testo delle scuole in Creative Commons, la valutazione di Coursera non può che essere negativa: fai valutare un’innovazione che rende obsoleto un pezzo di società proprio a quel pezzo lì!

  • http://titobianchi.wordpress.com/ Tito

    Ciao Alberto,
    stimolante come sempre quando ti addentri nei miei temi. Come ricorderai qualche tempo fa avevo fatto considerazioni non lontane dalle tue (http://titobianchi.wordpress.com/2011/01/08/il-paradosso-delle-politiche-per-linnovazione/)
    Intanto io faccio una distinzione fra valutazione ex ante, finalizzata alla selezione di idee da sostenere, e valutazione ex-post, che ne vorrebbe valutare l’impatto dopo che questo si è eventualmente verificato (qui un problema grosso aggiuntivo è quando fare questa valutazione.)
    Fondamentalmente concordo con te questa roba non si misura in termini quantitativi perchè per molti aspetti opinabile.  Come ovviare alla mancanza di quest’obiettività?
    Per me una strada per mitigare il problema è nella molteplicità delle teste che fanno valutazioni, nella trasparenza con cui esse dichiarano i propri metodi ed i propri criteri, e nella possibilità che ci sia un dibattito-scambio fra chi fa queste valutazioni, gli addetti ai lavori e chi dovrebbe beneficiare di questi interventi.  Certo non si metterà mai un punto definitivo, ma credo che un certo apprendimento collettivo dovrebbe generarsi con un sistema del genere. Che però non è perfetto: in particolare quando molti sono coinvolti un pio’ di effetto-conservazione nel giudizio collettivo che viene espresso è da attendersi.  Ma che alternative abbiamo come meccanismo correttivo della qualità delle valutazioni che verranno espresse.
    (sono andato un po’ fuori tema?)

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      A me lo chiedi? Io non ne ho nessuna idea, sei tu il valutatore. Aggiungici che, anche al di fuori del mondo dell’innovazione, lo sforzo dello stato di rendere leggibile la realtà la trasforma: per esempio, i primi catasti hanno avuto l’effetto di trasformare alcune persone – estratte dal groviglio di diritti consuetudinari di accesso e uso di un certo terreno – in proprietari completi (freehold) di quel terreno. C’è una specie di effetto Heisenberg dell’azione dello stato, che osservando un fenomeno complesso “collassa la sua funzione d’onda” (ok, il paragone quantistico è abbastanza sballato, ma non è mio) e lo rende semplice.  Sto leggendo un libro molto interessante su questo, “Seeing like a state” di James Scott.

      Comunque io – in quanto uno dei giudici del premio europeo per l’innovazione sociale – sento molto il disagio di questi che vogliono l’innovazione sociale, basta che non gli metta in discussione il modello di welfare, la loro struttura per dipartimenti verticali, il diritto d’autore (guarda cos’è successo a Aaron Swartz)… insomma, un’innovazione vanilla, beige, sbiadita. Ma che senso ha?
      In quell’incontro, un’altra cosa che è emersa è che si teme che l’attuale passione per gli indicatori della Commissione (presente all’incontro) celi un “bureaucratic back-covering 2.0″ – e non mi dire che il sospetto non ti è mai venuto. 

  • http://twitter.com/DavideZed davide zanoni

    Caro Alberto,
    Riporto a commento un estratto del documento che ho scritto per una serie di workshop su social innovation curati da Avanzi cui rimando.
    http://www.avanzi.org/sustainable-innovation/innovazione-sociale-facciamo-il-punto
     
    Uno degli elementi più importanti e controversi dell’innovazione
    sociale riguarda l’impatto che può esercitare in termini sociali.
    L’attenzione alla valutazione di questo impatto è così alta che si è
    innescata una corsa all’elaborazione di metriche e strumenti capaci di
    offrire un’indicazione quantitativa del valore sociale creato.

    Riteniamo che questo approccio, in una fase ancora di definizione e
    studio delle dinamiche e caratteristiche dell’innovazione sociale,
    rischi di spostare l’attenzione solo sui risultati misurabili piuttosto
    che sulla complessità delle relazioni implicite nelle pratiche.
    L’innovazione sociale è incorporata nel tessuto sociale delle comunità
    in cui si pratica, nel valore qualitativo di queste relazioni, nella
    complessità dei modelli spontanei di governance. Questi elementi come
    abbiamo già detto sono essenziali per valutare l’impatto sulla
    collettività.
    Per questo, preferiamo non ricondurre l’impatto dell’innovazione solo al valore sociale creato, ma piuttosto al miglioramento sociale che è in grado di generare.

    Cosa intendiamo per miglioramento sociale?

    L’innovazione può raggiungere dei risultati di natura sociale
    strettamente legati alla produzione dell’output (es. offerta di servizi
    sanitari di prossimità ), che nel soddisfare dei bisogni genera un
    aumento del benessere della collettività – creazione diretta di valore
    sociale – ma anche risultati impliciti nel processo, nelle nuove
    relazioni, nei nuovi assetti di governance, nel capitale sociale
    attivato – creazione indiretta di valore sociale.

    Le due dimensione di valore creato contribuiscono a determinare
    l’outcome dell’innovazione, ovvero quello che noi definiamo
    miglioramento sociale.

    Spero sia uno spunto utile

     

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Beh, è interessante, ma non risolve il problema. Ciò che tu chiami valore sociale va riferito: valore sociale per chi? Nell’esempio dell’università di massa vs. MOOCs, per esempio, alcuni pensano che la fine della laurea come marcatore di qualità e la chiusura di tutte le università fisiche tranne quelle di eccellenza sia una buona cosa: valore sociale positivo. Altri pensano che sia una cosa pessima: valore sociale negativo. I primi vedranno Coursera – il cui corso più frequentato ha avuto un milione di iscritti – come una meravigliosa innovazione win-win, i secondi come una minaccia all’ordine sociale. Schierarsi con gli uni o con gli altri vuol dire prendere posto in una battaglia di valori, e non c’è indicatore quantitativo che tenga.

  • http://twitter.com/platipuszen Giovanna Tinunin

    Bella discussione! Aggiungo un ulteriore spunto di riflessione: Andrew Zolli, The Mismeasure of Impact http://www.ssireview.org/blog/entry/the_mismeasure_of_impact

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Ehm, no. Zolli dice (e ha ragione) che l’impatto va misurato in modo scientifico. “Scientifico” vuol dire “che segue un protocollo accurato e ripetibile, ricco di strumenti come un gruppo di controllo, intervalli di confidenza, test econometrici per endogenità e multicollinearità etc. etc.”. 

      Io dico che – anche se tu fai tutto questo – ti rimane il problema di decidere se il sistema di valori della cosa che stai valutando deve essere quello del proponente o quello del valutatore. Per progetti di razionalizzazione non c’è problema, perché i due coincidono. Per progetti di innovazione sociale il problema c’è, perché l’innovatore spesso è insoddisfatto dei valori della società, e la vuole cambiare (sennò che innovatore sociale sarebbe?). 

      Ecco un esempio più chiaro: WikiWeapon (http://defensedistributed.com/) vuole costruire delle armi da fuoco open source, che ti stampi in casa da una qualunque stampante 3D. Impatto: 

      “This project might change the way we think about gun control and consumption. How do governments behave if they must one day operate on the assumption that any and every citizen has near instant access to a firearm through the Internet? ”

      Per loro, questo è chiaramente positivo. Molti europei vedrebbero con orrore un mondo in cui i Kalashnikov si stampano in casa come le carte di imbarco. Supponi di dovere valutare WikiWeapon. Supponi che la loro argomentazione sia scientificamente corretta. Cosa fai? Sostieni il progetto perché ha un impatto dimostrato? O NON lo sostieni per lo stesso motivo?

      • http://www.facebook.com/profile.php?id=512811609 Damiano Ramazzotti

        Per definizione non si può prescindere da valori comuni e dalle norme nell’agire di una istituzione (paradossalmente anche se tali valori sono sbagliati).

        Ogni valutazione viene fatta sulla base di valori di riferimento.
        Promuovi però processi più ampi di formazione e crescita che permettano di sviluppare competenze e capacità: questo risulterà sicuramente in accresciuti strumenti e maggiore capacità per coloro che vogliono creare innovazione dirompente, ma sempre in maniera indipendente.Allo stesso tempo offri spazio per formazione e crescita sul piano umano: favorisci il dialogo interculturale e la creazione di identità comune come misura di controllo, auspicandosi che le innovazioni che emergono vengano fatte in un ottica non egocentrica/etnocentrica e che siano nel migliore interesse di tutti.Le istituzioni possono trasformarsi ma no autoeliminarsi: bisogna forse accettare una frizione tra innovazione dirompente ed istituzioni.Le istituzioni dirompenti spesso non hanno bisogno di soldi, quanto di accettazione: in questo senso favorire il confronto (anche con fondi e programmi specifici) ed il dibattito su di essere è forse il modo migliore per supportarle

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  • http://twitter.com/ghigno Riccardo Ghignoni

    Grazie Alberto per aver sollevato la cosa e la semplicità con cui l’hai esposta. Riguardo alla separazione netta tra gli eventuali “enti” di promozione e divulgazione (riguardanti l’innovazione), e quelli di valutazione e controllo mi pare sensato per avere una maggiore obiettività sulla scelta dei progetti. 

    La sfida maggiore sarà quella delle metriche di valutazione, che come già spieghi, saranno già “bieche” in partenza, vuoi per i preconcetti, vuoi per la ricerca troppo generale di standard.

    Concordo però che da qualche parte dobbiamo pur partire. Quindi ben venga agire in maniera non perfetta ma tendendo ad un evoluzione.

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Riccardo: “in maniera non perfetta, ma tendendo a un’evoluzione” è la storia della mia vita, oltre il mio credo scientifico nella misura in cui ne ho uno. Ci sto. 

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=749601298 Francesco Vaia

    secondo la teoria dei sistemi, uno sistema evolve da uno stato ad un altro quando cambia una delle sue variabili caratteristiche. In base al tipo di variazione, il nuovo stato può essere stabile o instabile. Secondo la teoria del controllo dei sistemi,  solo un sistema che possiede una caratteristica predittiva può evolvere in un nuovo stato stabile, attraverso una determinata azione di controllo. Il problema che abbiamo di fronte è che l’innovazione non è predittiva e in quanto tale non ci porta in un nuovo stato stabile sotto controllo. Da qui possiamo dedurre una contraddizione: l’impatto dell’innovazione, quella vera, non può esser calcolata perchè non sappiamo quali sono le reali conseguenze.