• marco renzi

    articolo prezioso, attenzione però perchè l’immagine della sindrome del Palio, sebbene utile non si adatta per nulla allo scandalo in cui è piombata la banca di Siena e anzi rischia di far etichettare la questione come problema locale, mentre locale non è…

    • http://www.facebook.com/people/Roberto-Bonzio/578413852 Roberto Bonzio

      Hai ragione Marco, infatti nel pezzo ho spiegato che non è la Sindrome del Palio, semmai quella che chiamo Sindrome della Pastasciutta ad adattarsi al modo di pensare che ha propiziato quello scandalo…

  • http://www.facebook.com/giovanni.caturano Giovanni Caturano

    Un articolo fantastico!
    Da anni cerco di far fare rete alle aziende innovative (in Futuridea, in Confindustria, in ambito indipendente…) e conosco bene questi problemi.
    Mi ha fatto venire in mente un’altra storia.
    Quando iniziavo a programmare, mia madre mi diceva spesso “come sei bravo!”, oppure parlava con una sua amica e diceva “guarda, mio figlio col computer è bravissimo: ha fatto un videogioco tutto da solo ed è bellissimo!”.Purtroppo mia madre non era espertissima come giocatrice.
    Io confrontavo il mio videogioco con quello che avevo comprato (sic) la settimana prima e dicevo “mamma, devo lavorare ancora tanto per fare un videogioco bellissimo”… ma il rischio era di crederci.A 15 anni va forse anche bene crederci, a 25 è preoccupante, a 40 è follia.È pericoloso basarsi solo sul giudizio di chi ci sta intorno (nel cortile o su twitter), perché si può finire con l’immaginare veramente di essere già delle eccellenze, quando ancora non lo si è che in potenza, o lo si è solo nel proprio “cortile”, e solo perché, per puro caso, intorno a noi non è capitato nessuno competente abbastanza da capire la differenza.Intendiamoci: i complimenti di chi ci sta intorno sono fondamentali e sono una grandissima spinta, ma devono esserlo per migliorarsi, per sfidarsi, per confrontarsi col mondo… per diventare poi davvero quell’eccellenza a cui si aspira.
    Altrimenti ci si blocca, tragicamente, nella finta ricerca, nel finto sviluppo, nella finta innovazione.

    Grazie a Roberto Bonzio per aver scritto  in maniera così efficace di questo nostro difetto: conoscere i propri limiti, ed ammetterli, è il primo passo per migliorare.

    • http://www.facebook.com/people/Roberto-Bonzio/578413852 Roberto Bonzio

      Grazie Giovanni! Gran bel contributo, da un innovatore come te poi… 
      La vera speranza è nella circolazione di idee ma anche di storie, che fanno riflettere.  La metafora del “Sedicente genietto cocco di mamma” è ottima e me la rigiocherò citandoti come fonte.
       Thaks! 

  • http://www.facebook.com/umberto.mucci Umberto Mucci

    grande Roberto, come sempre interessante e pieno di spunti. da diffondere e far leggere ai ragazzi 
    :-)

  • http://www.facebook.com/gui.mattioni Guido Mattioni

    “L’aiuola che ci fa tanto feroci”

    Dante Alighieri

    Paradiso XXII, 151

     

    Concordo in toto, caro Roberto. La sub-cultura
    (in quanto sub-campanilistica) della quale il Palio si nutre (e ne è l’emblema)
    di qualcosa che ho sempre detestato. La trovo – al di là dello scempio dei
    cavalli che già da solo basterebbe a mio avviso a giustificare la cancellazione
    di questo evento – il simbolo di quello che almeno ai miei occhi è forse il peggio
    della mentalità italiana. Ovvero quella mentalità diffusa che porta i
    più a ragionare (o meglio a sragionare) soltanto in temini di bianco o
    di nero, dell’Inter o del Milan, del Toro o della Juve, della
    Roma o della Lazio,oppure, visto che siamo sotto elezioni, del Pd o
    del Pdl. Al punto che quando dici che tu non sei né dell’una né dell’altra
    parte, che proprio non riesci a indossare una casacca o a sventolare una
    bandiera, perché ti risulta assolutamente impossibile in quanto è una violenza
    che faresti a te stesso, alla tua intelligenza e al tuo spirito critico, dietro
    all’altrui sorriso di circostanza, stupefatto e incredulo, ti senti compatito
    quasi fossi un povero di spirito. Per loro, per i “Senesi” d’Italia, tu
    dovresti insomma essere comunque dell’una o dell’altra fazione, tertium non datur.

    Ma perché mai, mi domando?

    Il peggio è che questa mentalità l’Italiano
    medio (il “Senese” d’Italia,che viva a Nord al Sud o al Centro poco conta) la applica
    ormai forse inconsciamente a qualsiasi altro tema. Me ne sono reso conto di
    persona – e tu conosci già la storia – in tutt’altra sfera di interessi. Ovvero
    quando, non trovando (all’epoca) un solo editore disposto a darmi udienza (colpa
    mia: potevo vantare “solo” 35 anni di giornalismo professionale ad alto livello,
    ma nessun passato o presente come iena televisiva, cabarettista di Zelig o
    calciatore illetterato), me l’ero sbrigata da solo senza fare drammi, autoproducendo
    il mio romanzo sotto forma di ebook (e in due lingue) grazie a una piattaforma editoriale
    - Smashwords – di Los Gatos, nella Silicon Valley. “Ah no, io voglio continuare
    a sentire il profumo della carta”, mi dicevano i più guardandomi con un’epressione
    tra lo schifato e l’impaurito, come se io fossi una reincarnazione del gerarca nazista
    Goebbels intenzionato a fare dei libri cartacei un rogo in piazza del Duomo a
    Milano, proprio come fecero le camice brune a Berlino nel marzo del ’33.

    A parte la retorica circa il profumo
    della carta (quella di oggi non ha proprio alcun odore, al massimo si sente quello
    della colla), ciò che emerge da questi interlocutori è che non riescono nemmeno
    a concepire che i due supporti di lettura – la carta e l’e-reader – possano
    convivere in pace e con vantaggio reciproco. Dicono cose così senza nemmeno
    conoscere il problema specifico, né tantomeno i problemi più generali dell’editoria.
    Ignorando, per esempio, che in un Paese come gli Usa, dove ormai gli ebook
    hanno raggiunto una quota di mercato vicina al 40% (in Italia siamo
    faticosamente vicini all’1,5%), è proprio il settore dell’editoria digitale che
    sta andando in aiuto di quella tradizionale in quanto sta portando alla lettura
    (grazie a costi molto più bassi, se non addirittura gratis) fasce di pubblico
    che prima non leggevano. O che non potevano leggere. Ma quello del “poter
    leggere”, ai suddetti sospettosi risulta un argomento del tutto ignoto. Non è
    chic dire che sono gli affitti a strangolare le piccole librerie. No, bisogna
    trovare anche lì un nemico. Quindi dicono: “Ah no, a me piace passeggiare tra
    gli scaffali della libreria e scegliere”. Certo, piace molto anche a me, e mi
    piace almeno da quando so leggere, ovvero da più di mezzo secolo. E mi piace moltissimo.
    Ma so anche che esistono persone impossibilitate a leggere per via di problemi
    visivi e che hanno superato questo problema grazie ai tablet che consentono di
    ingrandire il carattere, cosa impossibile sulla carta. Si dimenticano poi che
    esistono persone inchiodate in un letto o immobilizzate che vorrebbero poter
    passeggiare tra gli scaffali ma che proprio non possono, impedite da una
    carrozzella. O banalmente perché non abitano in una città dove basta scendere
    in strada e svoltare un angolo per trovare una libreria, ma in centri piccoli o
    piccolissimi dove scaffali fisici non ce ne sono.

    Hai fatto bene, caro Roberto, a
    portare come esempio positivo quello dello sport anglosassone (di squadra). Lo
    sappiamo sia tu sia io: pure negli States il tifo c’è, durante le partite
    (anche se quasi mai violento), ma sappiamo anche che prima del fischio d’inizio
    “tutto” il pubblico presente nei loro stadi “fa squadra”, diventa una sola
    città o un solo Stato, senza Tigers né Cardinals da scaraventare a terra. Diventa
    una squadra, la squadra America, in piedi a cantare il suo inno con quella sua retorica
    mano destra sul cuore che io invidio molto. Perché anche la retorica a volte è
    utile, funziona, o per dirla come loro “it pays”. A noi resta la bolsa retorica
    senese, quella del “cencio”, delle contrade e dei contradaioli, incensata fin
    da quando sono bambino nelle assurde dirette Rai di quell’evento e finanziata
    proprio dal Monte Paschi. Retorica bolsa, ma chiamiamola anche più benevolmente
    “Leggenda” servita a nascondere per decenni – con la stretta complicità tra
    credito e potere politico amministrativo – una “Storia” fatta invece di
    inghippi, di trucchi, di mazzette, di cavalli dopati e di fantini comprati o
    venduti. Tanto a tutti i Senesi – stavolta sì quelli della sola Siena – andava
    bene così. Ora, con le loro azioni Mps svaporate, piangono e si stracciano le
    vesti. Detto di tutto cuore: non mi commuovo, sono cavoli loro, potevano pensarci
    prima.

    Guido Mattioni

  • http://www.facebook.com/giovanni.medioli Giovanni Medioli

    Molto interessante. E perfettamente applicabile alla situazione elettorale attuale, con una chiosa in più. I “cugini” francesi, per mia esperienza, non sono molto meglio di così, tant’è che hanno inventato lo chauvinismo. Però un passo avanti lo hanno fatto, e infatti da secoli fra i loro migliori talenti ci sono gli italiani che in patria non battono chiodo. Il passo in avanti rispetto agli italiani in generale (e ai senesi in particolare) è: riconoscerlo. Odio tutti gli altri che non sono me e che non sono “noi”? Perfetto. Dunque so che al primo turno, tutti contro tutti, molti giocheranno per far perdere l’odiato nemico e non per costruire qualcosa. L’importante è che ci sia un secondo turno, che dopo gli assolo ci sia anche il momento orchestrale, quello delle alleanze e della costruzione. Chi vince lì viene riconosciuto da tutti. Da noi il secondo turno è urlare “Brogli! Brogli!” e cercare di denigrare l’avversario fino alla 55esima generazione (“Tuo nonno era un ladro”, “E tuo bisnonno un pedofilo!”). Ecco, questo è essere italiani in patria…

  • http://www.facebook.com/scalia.andrea Andrea Scalia

    Condivido assolutamente il concetto della sindrome del Palio di Siena, emblema del nostro paese così come anche Pinocchio e molte altre metafore che impediscono alla nostra Italia di avere una capacità di costruire archetipi al posto dei noti stereotipi. Per ovviare a tutto questo e per ridare slancio ai giovani ed al sistema produttivo, occorre appropriarsi del linguaggio della rete applicandolo anche al “fare impresa” o, meglio, al fare microimpresa. Solo con una nuova partecipazione diretta e responsabile delle nuove leve, nelle impresa a misura di essere umano,  potremo ripartire e competere con gli altri paesi del mondo rivalorizzando i nostri punti di forza. Ma quando parliamo di rete, dobbiamo puntare ad un cambiamento sociale prima che tecnologico sennò facciamo lo stesso errore di chi intende smart city come sinonimo di banda larga. La rete è prima di tutto un concetto biologico, antropologico, sociale. Poi è anche tecnolologico ed economico. Ma ci dobbiamo appassionare tutti a questi concetti e parteciparli in prima persona. Resto a disposizione per approfondire questi temi per chi li trova di suo interesse. Consiglio anche il link che riporta la mio libro “Microimpresa Macrocompetizione”. Andrea Scalia  http://www.egeaonline.it/editore/catalogo/microimpresa-macrocompetizione.aspx