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Il Palio, la pastasciutta e l’innovazione bloccata

Sono un giornalista curioso. Che dopo 30 anni in redazione (Il Gazzettino, Il Giorno, agenzia internazionale Reuters) ha deciso di lasciare il posto fisso inseguendo lo spirito d'impresa di italiani di ieri e di oggi, raccontandolo con un progetto multimediale, interamente ideato, realizzato e sviluppato da solo. Partito con sei mesi trascorsi con famiglia a Silicon Valley, oggi Italiani di Frontiera ha uno sviluppo online (sito, video YouTube, pagine di Social Network) ed uno dal vivo con conferenze e seminari che sono storytelling multimediali di forte impatto. Con in cantiere un libro, uno spettacolo teatrale e un programma tv.

Estate 2008, una giornata di sole, nel campus della Stanford University Luca Cavalli Sforza spuntò da una curva in salita, bicicletta alla mano. L’aspettavo davanti a quella che era da oltre trent’anni la sua casa e che nel giro di pochi giorni avrebbe lasciato per sempre, per tornare in Italia, a Milano, ancor oggi docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Su una parete, le bellissime illustrazioni originali di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” disegnate dallo stesso autore Dino Buzzati fratello di Adriano Traverso Buzzati scienziato che di Cavalli Sforza fu maestro e suocero.

C’era una leggera tensione nell’aria, per la vigilia di questa svolta. Ci sedemmo in giardino, io con registratore e videocamera. Per me era un incontro importante, non sapevo che quell’intervista sarebbe stata così preziosa da segnare il progetto che poi ha cambiato la mia vita.

Con lucidità sbalorditiva, il professore ripercorse tutte le tappe della sua straordinaria carriera di genetista di fama mondiale.

Poi rispondendo ad alcune domande, individuò con precisione alcuni dei malanni che affliggono l’Italia: la propensione a premiare amici e chi la pensa come noi piuttosto che i migliori, la diffidenza reciproca.

Purtroppo non sappiamo fare quello in cui gli inglesi sono così bravi che è il gioco di squadra. Non sapiamo collaborare, non siamo abituati a fidarci degli altri. Gli inglesi hanno inventato quasi tutti gli sport popolari che sono giochi di squadra e gli americani li hanno moltiplicati. I nostri giochi piuttosto sono… il Palio di Siena…”.

Fu come un flash. Pochi giorni prima, durante un altro eccezionale incontro, Federico Faggin, padre del microchip, inventore del touchpad, il numero uno fra i tanti prestigiosi italiani di Silicon Valley, aveva individuato proprio in questa diffidenza reciproca, che fa considerare il successo altrui un pericolo e non un’opportunità, e nella conflittualità eccessiva, dei meccanismi culturali cui siamo assuefatti, veri macigni che gravano sullo sviluppo dell’Italia. E a chi non è successo di imbattersi in persone che si realizzano nel far fallire i progetti altrui?

Peggio ancora, “Son contento di perdere purchè tu perda”… E’ così che mi è venuto in mente di chiamare ironicamente “Sindrome del Palio di Siena”  questo che è uno dei malanni di cui soffriamo quasi senza saperlo, tanto è diffuso come malcostume.

Il Palio è quintessenza dello spirito di contrada, gara segnata dalla rivalità ma pure dal caso. Partecipanti e cavalli sono decisi dal sorteggio, chi non è in gara o non ha i numeri per vincere, partecipa attivamente cercando di far perdere i rivali. E se ci riesce festeggia.

Quando Siena è finita alla ribalta per l’inchiesta sul Monte dei Paschi, quella città bellissima, orgogliosa di una tradizione straordinaria è diventata paradossalmente metafora  del difficile rapporto dell’Italia con il rinnovamento.

Sul Corriere della Sera, Dario Di Vico ha invitato a riflettere proprio sul modo di pensare che fa da sfondo alla vicenda finanziaria e giudiziaria.

“…  Una sorta di rapporto museale con il territorio, un’osservanza quasi religiosa delle tradizioni che alla fine ha portato alle disgrazie di oggi….Il Monte dei Paschi, infatti, paga il mito della sua unicità, non aver voluto partecipare al processo di aggregazione delle banche italiane… Per il catenaccio imposto dalla politica locale e dalla Fondazione il Monte diventa, senza volerlo, una banca regionale mentre i concorrenti mettono su taglia e muscoli… quando Luigi Spaventa arriva a Siena per tentare di venire a capo dell’anomalia locale, e comincia ad assumere dirigenti dall’esterno, la comunità organizza le barricate. Una società chiusa decide di difendersi e riesce  a farlo con un successo”.

Certo, quelle tradizioni diventate quasi una religione non sono da poco. E anche  chi le ha vissute venendo da fuori ha imparato ad apprezzarle.
“Le cose che ho visto nella promozione del territorio e nella sua difesa, ogni borgo un museo per valorizzare le eccellenze.. il senso del futuro, nel discutere spesso di quel che si fa ‘per i citti’,  i bambini, ma anche una zona a traffco limitato che risale al 1967… nel tutelare e conservare il territorio c’era un’idea del futuro, una lungimiranza, che mi sono sembrate di una città aperta, per  comunicare al mondo bellezza ed eccellenze”, dice Daniele La Monaca, fotografo internazionale, nato a Milano, che ha vissuto per un lungo periodo a Siena.

Su quella tradizione, si è però consolidato un sistema chiuso, che è riuscito a distribuire ricchezza sul territorio e che andava bene a tutti. Col paradosso però di trovare risorse anche per progetti di respiro internazionale… senza farne però tesoro a casa propria, fa capire Antonio Rizzo  docente di Interaction Design e Cognitive Science and Technology (e omonimo del superteste nell’inchiesta MPS).

“Sono venuto a Siena da San Diego con la nascita della Facoltà di Scienza della Comunicazione nel 1993, abbiamo lanciato con Olivetti un laboratorio multimediale d’avanguardia. Presto però  l’abbiamo ribattezzato “Multimedievale”: eravamo visti con sospetto, per il successo come  numero di studenti, malgrado il numero chiuso…  siamo stati fra i primi a lanciare insegnamenti sull’interazione uomo macchina ma erano molti di più i contatti che avevamo con l’estero di quelli che avevamo in città”.

Quando quella senese divenne una delle tre Università europee coinvolte nell’Apple Design Project, ambizioso progetto di interazione e creazione fra il colosso dell’informatica e il mondo accademico, grande prestigio internazionale ed ottime opportunità per gli studenti, ricorda ancora Rizzo, in città l’esperienza venne ignorata, così come la sua prosecuzione, “Siena Design Project”, che  coinvolse  designer di fama internazionale, pure realizzata con fondi del Monte dei Paschi.

E non andò meglio, dice ancora Rizzo, quando l’Università propose servizi d’avanguardia per i cittadini che avrebbero valorizzato l’innovativa rete di cablatura della Provincia. “L’atteggiamento di fondo era sempre quello di snobbare innovazioni ispirate da esperienze provenienti dall’estero, in base al principio che  ‘abbiamo sempre fatto bene’”, dice ancora il docente.

In una città così orgogliosa della propria storia, uno straordinario senso civico, che già nel Medioevo aveva una sorta di piano urbanistico,  vietava in città i balconi, che all’epoca venivano usati come latrine e si prendeva cura degli orfani, molti chiamavano “Babbo Monte” quella potente e  generosa istituzione bancaria.

“Per 50 anni è stata un’isola felice, fino all’avvento dell’economia globalizzata… ma la grossa contraddizione è il fatto che la banca abbia catalizzato energie e competenze, assorbendo  molti dei migliori  al  servizio di una consolidato servizio bancario, mentre in una città pure aperta, agli stranieri ad esempio, è stato sempre più difficile far passare qualcosa di veramente innovativo e di respiro internazionale…”, dice Domizio Baldini, insegnante senese da poco in pensione, formatore di docenti sulle nuove tecnologie e coordinatore italiano ed europeo di Apple Distinguish Educator, comunità mondiale di educatori innovativi…

No, non è la conflittualità della Sindrome del Palio, che trasforma l’orgoglio della tradizione in resistenza al cambiamento. Piuttosto quella che un altro italiano di Silicon Valley, Francesco Lemmi, ingegnere a Innovalight aveva più o meno definito “Sindrome della Pastasciutta”. Perchè molti innovatori, in patria e all’estero, sono consapevoli che la nostra straordinaria tradizione di cultura e civiltà,  il vero punto di forza della loro versatilità, per molti altri connazionali è invece un freno.

Come se avere un patrimonio culturale così prezioso rendesse superfluo conoscere e misurarsi con il resto del mondo, come se la bontà della pastasciutta fosse un motivo per non volere nemmeno conoscere altre tradizioni gastronomiche.
Strano, anche un altro italiano di Silicon Valley era ricorso… al piatto nazionale, come simbolo di una mentalità arretrata.
“Qui in America troverai anche figli di emigrati italiani che non hanno più contatti con la madrepatria, non parlano la lingua e magari ti offrono come ‘specialità che faceva la loro nonna’ un piatto di pasta che a te pare immangiabile… ed è così. Quando la tradizione non si aggiorna, diventa rancida”, aveva osservato Mario Fusco, veterano dell’ingegneria, già alla Lockheed, oggi Executive Director all’Istituto Educazione Italiana nella Bay Area di San Francisco.

“E’ un rebus immaginare come reagirà ora la città… Intanto, prepariamoci a vincere il Palio…”, dice qualcuno a Siena.
Già essere consapevoli che “Sindrome del Palio” e Sindrome della Pastasciutta” sono cattive abitudini di cui liberarsi è un passo importante, per guardare avanti. E certo non solo a Siena…

Milano, 20 febbraio 2013

ROBERTO BONZIO

8 risposte a “Il Palio, la pastasciutta e l’innovazione bloccata”

  1. marco renzi scrive:

    articolo prezioso, attenzione però perchè l’immagine della sindrome del Palio, sebbene utile non si adatta per nulla allo scandalo in cui è piombata la banca di Siena e anzi rischia di far etichettare la questione come problema locale, mentre locale non è…

    • Roberto Bonzio scrive:

      Hai ragione Marco, infatti nel pezzo ho spiegato che non è la Sindrome del Palio, semmai quella che chiamo Sindrome della Pastasciutta ad adattarsi al modo di pensare che ha propiziato quello scandalo…

  2. Un articolo fantastico!
    Da anni cerco di far fare rete alle aziende innovative (in Futuridea, in Confindustria, in ambito indipendente…) e conosco bene questi problemi.
    Mi ha fatto venire in mente un’altra storia.
    Quando iniziavo a programmare, mia madre mi diceva spesso “come sei bravo!”, oppure parlava con una sua amica e diceva “guarda, mio figlio col computer è bravissimo: ha fatto un videogioco tutto da solo ed è bellissimo!”.Purtroppo mia madre non era espertissima come giocatrice.
    Io confrontavo il mio videogioco con quello che avevo comprato (sic) la settimana prima e dicevo “mamma, devo lavorare ancora tanto per fare un videogioco bellissimo”… ma il rischio era di crederci.A 15 anni va forse anche bene crederci, a 25 è preoccupante, a 40 è follia.È pericoloso basarsi solo sul giudizio di chi ci sta intorno (nel cortile o su twitter), perché si può finire con l’immaginare veramente di essere già delle eccellenze, quando ancora non lo si è che in potenza, o lo si è solo nel proprio “cortile”, e solo perché, per puro caso, intorno a noi non è capitato nessuno competente abbastanza da capire la differenza.Intendiamoci: i complimenti di chi ci sta intorno sono fondamentali e sono una grandissima spinta, ma devono esserlo per migliorarsi, per sfidarsi, per confrontarsi col mondo… per diventare poi davvero quell’eccellenza a cui si aspira.
    Altrimenti ci si blocca, tragicamente, nella finta ricerca, nel finto sviluppo, nella finta innovazione.

    Grazie a Roberto Bonzio per aver scritto  in maniera così efficace di questo nostro difetto: conoscere i propri limiti, ed ammetterli, è il primo passo per migliorare.

    • Roberto Bonzio scrive:

      Grazie Giovanni! Gran bel contributo, da un innovatore come te poi… 
      La vera speranza è nella circolazione di idee ma anche di storie, che fanno riflettere.  La metafora del “Sedicente genietto cocco di mamma” è ottima e me la rigiocherò citandoti come fonte.
       Thaks! 

  3. Umberto Mucci scrive:

    grande Roberto, come sempre interessante e pieno di spunti. da diffondere e far leggere ai ragazzi 

    🙂

  4. Guido Mattioni scrive:

    “L’aiuola che ci fa tanto feroci”

    Dante Alighieri

    Paradiso XXII, 151

     

    Concordo in toto, caro Roberto. La sub-cultura
    (in quanto sub-campanilistica) della quale il Palio si nutre (e ne è l’emblema)
    di qualcosa che ho sempre detestato. La trovo – al di là dello scempio dei
    cavalli che già da solo basterebbe a mio avviso a giustificare la cancellazione
    di questo evento – il simbolo di quello che almeno ai miei occhi è forse il peggio
    della mentalità italiana. Ovvero quella mentalità diffusa che porta i
    più a ragionare (o meglio a sragionare) soltanto in temini di bianco o
    di nero, dell’Inter o del Milan, del Toro o della Juve, della
    Roma o della Lazio,oppure, visto che siamo sotto elezioni, del Pd o
    del Pdl. Al punto che quando dici che tu non sei né dell’una né dell’altra
    parte, che proprio non riesci a indossare una casacca o a sventolare una
    bandiera, perché ti risulta assolutamente impossibile in quanto è una violenza
    che faresti a te stesso, alla tua intelligenza e al tuo spirito critico, dietro
    all’altrui sorriso di circostanza, stupefatto e incredulo, ti senti compatito
    quasi fossi un povero di spirito. Per loro, per i “Senesi” d’Italia, tu
    dovresti insomma essere comunque dell’una o dell’altra fazione, tertium non datur.

    Ma perché mai, mi domando?

    Il peggio è che questa mentalità l’Italiano
    medio (il “Senese” d’Italia,che viva a Nord al Sud o al Centro poco conta) la applica
    ormai forse inconsciamente a qualsiasi altro tema. Me ne sono reso conto di
    persona – e tu conosci già la storia – in tutt’altra sfera di interessi. Ovvero
    quando, non trovando (all’epoca) un solo editore disposto a darmi udienza (colpa
    mia: potevo vantare “solo” 35 anni di giornalismo professionale ad alto livello,
    ma nessun passato o presente come iena televisiva, cabarettista di Zelig o
    calciatore illetterato), me l’ero sbrigata da solo senza fare drammi, autoproducendo
    il mio romanzo sotto forma di ebook (e in due lingue) grazie a una piattaforma editoriale
    – Smashwords – di Los Gatos, nella Silicon Valley. “Ah no, io voglio continuare
    a sentire il profumo della carta”, mi dicevano i più guardandomi con un’epressione
    tra lo schifato e l’impaurito, come se io fossi una reincarnazione del gerarca nazista
    Goebbels intenzionato a fare dei libri cartacei un rogo in piazza del Duomo a
    Milano, proprio come fecero le camice brune a Berlino nel marzo del ’33.

    A parte la retorica circa il profumo
    della carta (quella di oggi non ha proprio alcun odore, al massimo si sente quello
    della colla), ciò che emerge da questi interlocutori è che non riescono nemmeno
    a concepire che i due supporti di lettura – la carta e l’e-reader – possano
    convivere in pace e con vantaggio reciproco. Dicono cose così senza nemmeno
    conoscere il problema specifico, né tantomeno i problemi più generali dell’editoria.
    Ignorando, per esempio, che in un Paese come gli Usa, dove ormai gli ebook
    hanno raggiunto una quota di mercato vicina al 40% (in Italia siamo
    faticosamente vicini all’1,5%), è proprio il settore dell’editoria digitale che
    sta andando in aiuto di quella tradizionale in quanto sta portando alla lettura
    (grazie a costi molto più bassi, se non addirittura gratis) fasce di pubblico
    che prima non leggevano. O che non potevano leggere. Ma quello del “poter
    leggere”, ai suddetti sospettosi risulta un argomento del tutto ignoto. Non è
    chic dire che sono gli affitti a strangolare le piccole librerie. No, bisogna
    trovare anche lì un nemico. Quindi dicono: “Ah no, a me piace passeggiare tra
    gli scaffali della libreria e scegliere”. Certo, piace molto anche a me, e mi
    piace almeno da quando so leggere, ovvero da più di mezzo secolo. E mi piace moltissimo.
    Ma so anche che esistono persone impossibilitate a leggere per via di problemi
    visivi e che hanno superato questo problema grazie ai tablet che consentono di
    ingrandire il carattere, cosa impossibile sulla carta. Si dimenticano poi che
    esistono persone inchiodate in un letto o immobilizzate che vorrebbero poter
    passeggiare tra gli scaffali ma che proprio non possono, impedite da una
    carrozzella. O banalmente perché non abitano in una città dove basta scendere
    in strada e svoltare un angolo per trovare una libreria, ma in centri piccoli o
    piccolissimi dove scaffali fisici non ce ne sono.

    Hai fatto bene, caro Roberto, a
    portare come esempio positivo quello dello sport anglosassone (di squadra). Lo
    sappiamo sia tu sia io: pure negli States il tifo c’è, durante le partite
    (anche se quasi mai violento), ma sappiamo anche che prima del fischio d’inizio
    “tutto” il pubblico presente nei loro stadi “fa squadra”, diventa una sola
    città o un solo Stato, senza Tigers né Cardinals da scaraventare a terra. Diventa
    una squadra, la squadra America, in piedi a cantare il suo inno con quella sua retorica
    mano destra sul cuore che io invidio molto. Perché anche la retorica a volte è
    utile, funziona, o per dirla come loro “it pays”. A noi resta la bolsa retorica
    senese, quella del “cencio”, delle contrade e dei contradaioli, incensata fin
    da quando sono bambino nelle assurde dirette Rai di quell’evento e finanziata
    proprio dal Monte Paschi. Retorica bolsa, ma chiamiamola anche più benevolmente
    “Leggenda” servita a nascondere per decenni – con la stretta complicità tra
    credito e potere politico amministrativo – una “Storia” fatta invece di
    inghippi, di trucchi, di mazzette, di cavalli dopati e di fantini comprati o
    venduti. Tanto a tutti i Senesi – stavolta sì quelli della sola Siena – andava
    bene così. Ora, con le loro azioni Mps svaporate, piangono e si stracciano le
    vesti. Detto di tutto cuore: non mi commuovo, sono cavoli loro, potevano pensarci
    prima.

    Guido Mattioni

  5. Molto interessante. E perfettamente applicabile alla situazione elettorale attuale, con una chiosa in più. I “cugini” francesi, per mia esperienza, non sono molto meglio di così, tant’è che hanno inventato lo chauvinismo. Però un passo avanti lo hanno fatto, e infatti da secoli fra i loro migliori talenti ci sono gli italiani che in patria non battono chiodo. Il passo in avanti rispetto agli italiani in generale (e ai senesi in particolare) è: riconoscerlo. Odio tutti gli altri che non sono me e che non sono “noi”? Perfetto. Dunque so che al primo turno, tutti contro tutti, molti giocheranno per far perdere l’odiato nemico e non per costruire qualcosa. L’importante è che ci sia un secondo turno, che dopo gli assolo ci sia anche il momento orchestrale, quello delle alleanze e della costruzione. Chi vince lì viene riconosciuto da tutti. Da noi il secondo turno è urlare “Brogli! Brogli!” e cercare di denigrare l’avversario fino alla 55esima generazione (“Tuo nonno era un ladro”, “E tuo bisnonno un pedofilo!”). Ecco, questo è essere italiani in patria…

  6. Andrea Scalia scrive:

    Condivido assolutamente il concetto della sindrome del Palio di Siena, emblema del nostro paese così come anche Pinocchio e molte altre metafore che impediscono alla nostra Italia di avere una capacità di costruire archetipi al posto dei noti stereotipi. Per ovviare a tutto questo e per ridare slancio ai giovani ed al sistema produttivo, occorre appropriarsi del linguaggio della rete applicandolo anche al “fare impresa” o, meglio, al fare microimpresa. Solo con una nuova partecipazione diretta e responsabile delle nuove leve, nelle impresa a misura di essere umano,  potremo ripartire e competere con gli altri paesi del mondo rivalorizzando i nostri punti di forza. Ma quando parliamo di rete, dobbiamo puntare ad un cambiamento sociale prima che tecnologico sennò facciamo lo stesso errore di chi intende smart city come sinonimo di banda larga. La rete è prima di tutto un concetto biologico, antropologico, sociale. Poi è anche tecnolologico ed economico. Ma ci dobbiamo appassionare tutti a questi concetti e parteciparli in prima persona. Resto a disposizione per approfondire questi temi per chi li trova di suo interesse. Consiglio anche il link che riporta la mio libro “Microimpresa Macrocompetizione”. Andrea Scalia  http://www.egeaonline.it/editore/catalogo/microimpresa-macrocompetizione.aspx

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