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Aspettando l’Open Data Day, i 7 ingredienti per rendere i dati pubblici utili

​Insegno al Politecnico di Milano. I dati del territorio, la sensoristica, le forme di visualizzazione, specialmente per la prevenzione dei disastri naturali, sono il mio lavoro da sempre. Mi sono occupato (e mi occupo) di alluvioni, frane e terremoti, ma non solo. Ho sviluppato le politiche di sostenibilità ambientale e innovazione del Comune di Firenze per tutto il mandato Renzi e ho collaborazioni aperte in molti.casi di innovazione nel nostro Paese. La mia visione è aperta, basata sulla condivisione dei dati, della ricerca e delle idee. Senza se e senza ma.

Lo dico subito, per essere chiaro: open data non è “Spalancare i cassetti,” o meglio, non è “solo” spalancare i cassetti. L’abbiamo fatto, lo continuiamo a fare. Ma non basta, non è nè può essere il nocciolo della questione, l’obiettivo, il core business dell’attività.

Faccio l’esempio dei rifiuti. La raccolta differenziata è una tipica operazione ex post. Senz’ombra di dubbio indispensabile e gloriosa, ma in fondo dettata da uno iato tra “ciò che succede prima” e quello che viene “dopo”. Un prodotto esce dallo stabilimento, diciamo, in un blister (odio i blister, ma questo non rileva). Scartiamo il prodotto, lo usiamo. Poi si differenzia: plastica con plastica, carta con carta. Queste “materie seconde” partono poi per il loro viaggio, alle volte proficuo, altre volte destinato a finire ingloriosamente nella sosta (magari di anni) su una piattaforma di stoccaggio.

Il mondo che abbiamo in mente noi usa pochi imballaggi ma, per quelli indispensabili, già al momento della produzione, ne traccia l’intero ciclo di vita, fino alla certezza di quella nuova, del riuso più economico ed efficace. È una visione diversa, organica, in cui tout se tient.

La vita di un dato parte dal concept, sia esso un atto, una tabella, una mappa o qualsiasi cosa. Il DNA, il metadato nasce prima che il dato venga alla luce, non un oggetto strano che si appiccica a una cosa che esiste già.

Dal concept emergono così i profili importanti, quelli della proprietà, della responsabilità, della modalità di pubblicazione. Poi header e tag, che devono avere un significato giusto, appartenente a una ontologia precisa. Definite queste cose, prima ancora di aver toccato mouse o tastiera, il dato esiste già, pieno di vita, come un bambino (absit injuria verbis) nella pancia della mamma.

Bisogna farlo crescere. Diciamo subito che il disco fisso di un client non è l’ambiente migliore per un giovane dato. È come tenere un bimbo in uno scantinato, che si apre su un vicolo buio, magari nei quartieri dell’angiporto. La storia è piena di grandi donne e uomini cresciuti in ambienti non consoni, equivoci o malfamati. È pur vero che si può essere grandi anche senza il carisma di sofferenze inenarrabili e che, anzi, è meglio e assai più semplice crescere felici, tranquilli e in una bella casa, piuttosto che il contrario.

Un dato aperto cresce bene in un gruppo collaborativo, si sviluppa, magari da qualche parte sul cloud, come una unica copia in divenire. E non rimbalza, con sempre nuovi nomi improbabili (ultimo, ultimissimo, ultimissimissimo) tra una mail e l’altra. Viene su da una analisi di processo che affida i ruoli a tutti gli attori, ha tempi, modi formati, dinamica degli aggiornamenti. E impara così ad essere aperto, visibile, condiviso, fin da piccolo.

Poi la maturità. I profili di accesso, quelli noti sin dall’ inizio, si allargano fino a dove i diritti degli altri lo consentono, e si aprono ovunque possibile a tutti cittadini. L’esposizione in rete è questo, viene da sé. non è un “di più”, la sovrastruttura, l’ulteriore ricaduta di qualcosa che ha funzioni diverse e che viene riciclato per un ulteriore risultato. Il dato aperto è solo una risorsa “pubblica”, un diritto riconosciuto, una ovvietà.

Segue poi la vecchiaia, l’archiviazione, la conservazione e la consultazione di archivio. Ma questa è un’altra storia e ne parleremo un’altra volta.

Qui si apre un ulteriore aspetto. Gli OD sono gratuiti. Lo sono, intendiamoci bene, perché lo devono essere, anche se costituiscono un costo per la PA. Su questo si è acceso un dibattito che ha persino sollevato qualche livore “negazionista”: si spenderebbero soldi pubblici per regalare dati inutili, quando non serve e a chi non sa che farsene. Chiacchiere da bar, non ci sono dati utili e inutili. Ogni cittadino ha diritto di accedere alle risorse della cosa pubblica “a prescindere”, limitato solo dal diritto alla privacy.

Qui passiamo al problema della torta, non il diagramma ma proprio quella vera, che si mangia. Maurizio Napolitano, in un suo post, riporta i diversi elementi che concorrono al risultato: gli ingredienti, la base cotta in forno, la farcitura e la decorazione che la rendono appetitosa. Riporta pure il problema della fruizione elitaria del dato grezzo e alla conseguente ghettizzazione di chi non è in grado di utilizzarlo: la metafora del cibo che va sprecato perché offerto malamente, nel momento sbagliato, senza la accortezza necessaria affinché possa essere utilmente consumato.

Allora, proviamo anche noi a mettere i nostri ingredienti della “filiera produttiva”, in preparazione del prossimo Open Data Day 2013. Sono sette.

  1. chi è: il concept;
  2. di chi è; proprietà, responsabilità, ontologia, tasso di aggiornamento, profili di accesso
  3. come nasce; analisi e progettazione del processo produttivo
  4. il parto: la produzione
  5. brutto ma intelligente: esposizione del dato grezzo, nei formati in cui tutti (comprese le macchine) lo possano leggere così com’è;
  6. il dato si fa bello: post processing ed esposizione del dato secondario, il (favoloso e, per molti aspetti, inesplorato) mondo della visualizzazione;
  7. il viale del tramonto: archiviazione e conservazione del dato storico, esposizione secondo criteri di consultazione di archivio

Questo, più o meno, è quello che abbiamo in mente. Insomma,  ci stiamo provando. La “filiera” è una delle nostre (tante) sfide per il 2013.

Vi faremo sapere.

Firenze, 1 Febbraio 2013

GIOVANNI MENDUNI 

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