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Paolo Aliverti: La storia di mio padre e del perché senza fiducia non abbiamo futuro

A noi di CheFuturo! piacciono le storie. Ecco perché in questo spazio trovate i racconti di innovazione che ci sono arrivati direttamente dalla rete. Per raccontarci le vostre idee e progetti potete utilizzare la pagina "Raccontaci la tua Storia". Vi aspettiamo.

Non vi racconto la mia storia, ma quella di mio padre e del perché abbiamo perso per strada la Fiducia. Senza Fiducia l’Italia si guarda le punte dei piedi. Senza Fiducia l’Italia non guarda all’orizzonte e al futuro da costruire.


Era il 1941, dicembre. Tra la neve e la guerra, in una casetta al limite del bosco, nacque un bimbetto di nome Giuseppe. Le bombe cadevano sulla vicina ferrovia e spesso nella notte ti capitavano in casa soldati stanchi e spazientiti. Tra cani, pecore e camion carichi di legna, quel piccolo bambino si appassionò di macchine, aerei e motori.
Un giorno si iscrisse alla classe “M”. “Siete in tanti!” esclamò sua madre.

Ma la “M” stava per meccanica: la scuola a cui si era iscritto con tante speranze.

Erano gli anni del boom, gli anni ’60: Giuseppe iniziò a disegnare al tecnigrafo per una piccola società che produceva casseforme (“stampi” per cemento armato) per grandi opere civili. Era così bravo che pian piano si fece notare e presto abbandonò il tecnigrafo ed acquisì maggori responsabilità: si fidavano di lui.

L’ Italia cresceva e gli affari andavano bene: arrivò alla dirigenza, ma poi fu Tangentopoli. Appalti e lavori si fermarono in tutta Italia e fu crisi.
Con un certo intuito si volse ad Oriente e la corsa riprese. Prima di andare in pensione ricopriva la carica di direttore commerciale: senza laurea, senza master. Quel bimbetto a cui devo tanto è mio padre. Lo vedevo ben poco per casa, sempre in giro per il mondo, ma è comunque riuscito ad insegnarmi molte cose.

Oggi una carriera così è una rarità. Mi sono chiesto il perché.

Lavorando per imprese medio grosse, spesso si finisce in una stanza a svolgere mansioni che restano tali fino ache non arrivano i Maya o non ci si licenzia. Se si libera un posto sopra di noi nell’organigramma assumeranno qualcuno di qualificato e con un master. Manca la fiducia nelle persone. E’ questo il problema. E’ questo che frena tutto il sistema e che fa si che la stragrande maggioranza delle aziende sia ferma al palo, non innovi, non investa ed abbia paura.

Lo dico da alpinista dilettante quale sono: per far funzionare le cose, su in montagna, serve la fiducia nei tuoi compagni. Devi fidarti di chi ti assicura (ti tiene) mentre sali.
Far crescere le persone è un processo lento ma remunerativo: le persone se ne accorgono e sono appagate. Si accorgono che c’è possibilità di crescere e che c’è chi crede in loro. Ti impegni, “dai” e qualcosa torna sempre (e non sono per forza soldi). Offrire queste possibilità fa accrescere la Fiducia nell’Impresa in cui si lavora.
Si fa sicuramente fatica a portare avanti un’azienda così. Guardare all’orizzonte non è da tutti: la maggior parte degli imprenditori o amministratori d’azienda si fermano alla punta dei propri piedi e si limitano a controllare e a porre paletti. Come si può innovare così?

Invece che fidarsi delle persone, si ha paura che queste non lavorino e quindi le si controlla. Si cade in questa modalità perversa in cui si cerca di controllare ogni passo per cercare di misurarlo, ottimizzarlo per aumentare il profitto.

Vogliamo ripartire? Fidiamoci delle persone, torniamo a camminare ed alziamo lo sguardo. C’è un proverbio che dice che si finirà là dove si continua a guardare. Ma se non guardiamo al nostro orizzonte (e questo è incoronato da bellissime vette), dove finiremo?

Milano, 10 dicembre 2012

Paolo Aliverti

  • http://twitter.com/pinkstrat1987 Filippo Andolfatto

    Mio padre ha una storia simile, tanta fame e voglia di farcela oltre alla fiducia delle persone. Si é fermato alla terza media eppure é arrivato ad essere dirigente in una azienda da 200 persone. E’  forse la persona che stimo di più nella mia vita. Ora é in pensione e guarda ai suoi figli e ai giovani in un epoca che come dice lui: “Qualcosa s’é rotto”. Il suo é per me l’esempio da cui attingere ogni giorno. 
    Bell’articolo.

  • http://twitter.com/seralf Alfredo Serafini

    Condivido la tesi dell’articolo e ripenso al mio, di padre, che iniziò a lavorare a 12 anni con la quinta elementare smettendo a 52 per essersi ammalato. 40 anni di lavoro, bloccato dallo star male in una età in cui non sapeva e non poteva fare altro, ma 40 anni di lavoro!
    Oggi neanche vale la pena mettersi a ragionare sulle prospettive pensionistiche del più motivato di noi. Nel contesto odierno non stupisce che  molti giovani rinuncino all’università, se si tengono presenti le prospettive pensionistiche, e il fatto che spesso gli anni di studio faticoso e di rinunce sono recepiti in azienda come un periodo di “non ancora lavoro”, invece che come una iniezione di esperienza e conoscenze. Qui da noi è tutto un lamentarsi del fatto che l’università non ti prepara al lavoro (ma sarà mica che la gente spesso lavora male e l’università non ti prepara -se la fai bene almeno- ad accettare di  lavorare male?).La fiducia che dici si costruisce nel rispetto del lavoro, qui da noi in Italia si è via via consumata, erosa la cultura del rispetto del lavoro, quella che i nostri padri citati avevano perché ogni minuto della loro esperienza era una piccola conquista personale, perché il mestiere andava rispettato, non rubato né improvvisato. Nel contesto in cui viviamo spesso la cultura del lavoro è stata soffocata lasciando spazio a quella della furberia meschina da pochi soldi, ci si trova nella posizione di voler solo lavorare bene e ci si scontra con il cartello del cialtronismo, di chi nasconde la spazzatura sotto il tappeto e ti vuole suo complice, di chi improvvisa competenze svilendo il lavoro costante e faticoso di altri, e rendendo di conseguenza impossibile loro farlo. Spesso e volentieri ci si ritrova incastrati nelle decisioni strategiche di un mister x scelto per cooptazione, perché figlio o nipote del capo, perché imparentato politicamente etc, etc. E’ molto facile intuire perché venga meno la fiducia, e perché molti ragazzi giovani fuggono, quando possono, dal nostro paese.
    Fidiamoci senz’altro delle persone come dici, ma aggiungerei: inventiamoci delle “certificazioni” basate sulle indicazioni dei dipendenti, che siano loro a giudicare la qualità umana di una azienda, e iniziamo a tenere conto di competenze verificabili senz’altro, ma anche di questa metrica di “minima umanità” per finanziare progetti… sono ragionevolmente convinto che ne trarremo ottimi benefici sul lungo periodo :-)

    • http://twitter.com/zeppelinmaker Paolo Aliverti

      Grazie a te Alfredo. Il tuo commento è quasi più bello del post! Anch’io ho sempre pansato alla possibilità di dare ai dipendenti “il diritto di voto” sull’azienda in cui lavorano. Sarebbe molto interessante.

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