• http://twitter.com/pinkstrat1987 Filippo Andolfatto

    Mio padre ha una storia simile, tanta fame e voglia di farcela oltre alla fiducia delle persone. Si é fermato alla terza media eppure é arrivato ad essere dirigente in una azienda da 200 persone. E’  forse la persona che stimo di più nella mia vita. Ora é in pensione e guarda ai suoi figli e ai giovani in un epoca che come dice lui: “Qualcosa s’é rotto”. Il suo é per me l’esempio da cui attingere ogni giorno. 
    Bell’articolo.

  • http://twitter.com/seralf Alfredo Serafini

    Condivido la tesi dell’articolo e ripenso al mio, di padre, che iniziò a lavorare a 12 anni con la quinta elementare smettendo a 52 per essersi ammalato. 40 anni di lavoro, bloccato dallo star male in una età in cui non sapeva e non poteva fare altro, ma 40 anni di lavoro!
    Oggi neanche vale la pena mettersi a ragionare sulle prospettive pensionistiche del più motivato di noi. Nel contesto odierno non stupisce che  molti giovani rinuncino all’università, se si tengono presenti le prospettive pensionistiche, e il fatto che spesso gli anni di studio faticoso e di rinunce sono recepiti in azienda come un periodo di “non ancora lavoro”, invece che come una iniezione di esperienza e conoscenze. Qui da noi è tutto un lamentarsi del fatto che l’università non ti prepara al lavoro (ma sarà mica che la gente spesso lavora male e l’università non ti prepara -se la fai bene almeno- ad accettare di  lavorare male?).La fiducia che dici si costruisce nel rispetto del lavoro, qui da noi in Italia si è via via consumata, erosa la cultura del rispetto del lavoro, quella che i nostri padri citati avevano perché ogni minuto della loro esperienza era una piccola conquista personale, perché il mestiere andava rispettato, non rubato né improvvisato. Nel contesto in cui viviamo spesso la cultura del lavoro è stata soffocata lasciando spazio a quella della furberia meschina da pochi soldi, ci si trova nella posizione di voler solo lavorare bene e ci si scontra con il cartello del cialtronismo, di chi nasconde la spazzatura sotto il tappeto e ti vuole suo complice, di chi improvvisa competenze svilendo il lavoro costante e faticoso di altri, e rendendo di conseguenza impossibile loro farlo. Spesso e volentieri ci si ritrova incastrati nelle decisioni strategiche di un mister x scelto per cooptazione, perché figlio o nipote del capo, perché imparentato politicamente etc, etc. E’ molto facile intuire perché venga meno la fiducia, e perché molti ragazzi giovani fuggono, quando possono, dal nostro paese.
    Fidiamoci senz’altro delle persone come dici, ma aggiungerei: inventiamoci delle “certificazioni” basate sulle indicazioni dei dipendenti, che siano loro a giudicare la qualità umana di una azienda, e iniziamo a tenere conto di competenze verificabili senz’altro, ma anche di questa metrica di “minima umanità” per finanziare progetti… sono ragionevolmente convinto che ne trarremo ottimi benefici sul lungo periodo :-)

    • http://twitter.com/zeppelinmaker Paolo Aliverti

      Grazie a te Alfredo. Il tuo commento è quasi più bello del post! Anch’io ho sempre pansato alla possibilità di dare ai dipendenti “il diritto di voto” sull’azienda in cui lavorano. Sarebbe molto interessante.