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Che accadrebbe se ogni studente potesse frequentare i migliori corsi del mondo con una modica spesa e da casa?

Classe 1980, udinese, ho conseguito due lauree (Economia e Filosofia) a Udine e Milano, e un master in Filosofia della Scienza alla London School of Economics. Dopo qualche esperienza come ricercatore universitario a progetto, apro il blog ilNichilista e inizio a collaborare con l'Espresso, occupandomi di politica e libertà di espressione in Rete. Poi un anno a Lettera43.it, e la scelta di ritornare freelance. Ora collaboro con La Lettura del Corriere della Sera, l'Espresso e Linkiesta. Sono autore di due saggi pubblicati da Mimesis, a tema la retorica dell'odio in Rete e il caso WikiLeaks. Scrivo principalmente di governance di Internet, tecniche di repressione e dissidenza digitale, conseguenze sociali e politiche dello sviluppo tecnologico.
Dice l’ultimo QS World Universities Ranking che per trovare la prima università italiana, tra le migliori al mondo, si debba scendere fino alla 194esima posizione. E che ai primi posti – nessuna sorpresa – ci siano, tra le altre, MIT, Harvard, Columbia, Caltech.

Che accadrebbe se ogni studente del nostro Paese potesse frequentarne con una modica spesa – e comodamente da casa – i corsi, ricevendone in cambio non solo un attestato di frequenza, ma veri e propri crediti che consentano di progredire verso l’ottenimento della laurea?

La questione è attualissima. Perché oggi la tecnologia lo consente. E, negli Stati Uniti e non solo, inizia a diventare realtà. Si prenda Coursera, che Will Oremus su Slate ha definito «una delle startup più rivoluzionarie che l’istruzione superiore abbia mai conosciuto». E che offre oltre 200 corsi gratuiti online, tenuti da docenti proprio di alcuni degli istituti che primeggiano nelle classifiche globali, frequentati già da circa 1,5 milioni di studenti.

I fondatori del progetto, i docenti di computer science di Stanford Andrew Ng e Daphne Koller, hanno annunciato a metà novembre che a partire dal 2013 inaugureranno una collaborazione con  l’ACE College Credit Recommendation Service, l’associazione per l’istruzione superiore Usa, proprio per consentire la traduzione della frequenza in risultati accademici.

Il 22 novembre, pochi giorni dopo l’annuncio, è arrivata la prima adesione.

Nell’autunno del 2013, infatti, alla Antioch University Midwest partirà un programma di completamento per la laurea triennale «che userà un misto di MOOCs (Massive Open Online Courses, i corsi in rete di massa aperti a tutti, ndr) e corsi della facoltà».

Lo stesso verrà fatto per gli studenti del liceo che vogliano guadagnare crediti per il college, dalla fisica quantistica al greco antico. Certo, non sarà più gratis. Ma la tariffa prevista, tra i 90 e i 130 dollari a credito, è di gran lunga inferiore a quella attuale (in media, tra i 500 e i 600).

Fuori dagli Stati Uniti, il riconoscimento dei crediti era già stato implementato dal dipartimento di Computer Science dell’Università di Helsinki, che ha stabilito che chi seguirà il corso di Human-Computer Interaction su Coursera avrà gli stessi crediti di chi seguirà un corso analogo in classe.

Se si considera che le valutazioni dell’ACE comprendono un network di oltre 2000 università statunitensi, e che il settore vede già la concorrenza tra Coursera e iniziative analoghe come edX e Udacity, si comprende come il potenziale di espansione dell’idea è enorme. Ed è destinato a realizzarsi.

Quello che manca, e che sta iniziando a imporsi nel dibattito pubblico oltreoceano, è una riflessione su cosa ciò comporti per il sistema dell’istruzione avanzata. E, naturalmente, per gli studenti.

La domanda a cui rispondere prima di importare acriticamente il modello nel nostro Paese, in sostanza, è: ma siamo proprio sicuri che frequentare un corso di persona e tramite la mediazione di un computer sia lo stesso? E se non lo è, i vantaggi superano i fattori negativi?

A parte problemi strutturali che riguardano specificamente l’Italia, su tutti il digital divide che ancora complicherebbe una diffusione capillare della modalità educativa, alcuni argomenti pro e contro la traduzione dei MOOCs in corsi veri e propri si possono mutuare dalla discussione in corso fuori dai confini nazionali.

Una discussione che ha visto coinvolti, recentemente, pensatori del digitale del calibro di Clay Shirky e Nicholas Carr.

Il primo dubbio riguarda la possibilità di evitare che gli studenti, al riparo dietro ai loro monitor, possano imbrogliare. Un problema di cui a Coursera sono bene al corrente e al quale stanno tentando di porre immediatemente rimedio. Per questo i frequentanti, per ottenere i crediti, dovranno sottostare alla sorveglianza di un’azienda terza, ProctorU, che avrà il compito di sincerarsi che gli studenti non copino. E che siano proprio loro, e non gli amici ‘secchioni’, a sostenere gli esami.

Ma, ammesso funzioni, si pone immediatamente un altro problema: se, come sostiene ProcotorU nel video di presentazione sul proprio sito, «li guardiamo; guardiamo i loro monitor, guardiamo i loro computer, guardiamo il movimento dei loro occhi», viene spontaneo chiedersi se misure tanto invasive siano rispettose della privacy degli studenti, e che sarà dei loro dati una volta concluso il corso, o anche solo spento il computer. Senza contare che la dittatura del «big data» e degli algoritmi potrebbe sì condurre a miglioramenti nello stile d’insegnamento (modulato sulle esigenze di ogni singolo studente, così come raccolte dal mare di dati e statistiche prodotte dal suo monitoraggio online), ma anche a un’ulteriore profilazione del soggetto. E questa volta intellettuale, prima ancora che sulle abitudini di consumo.

A parte le questioni tecniche, entrano in gioco poi fattori prettamente pedagogici. Tra gli scettici, infatti, ci si chiede che cosa comporti la mancanza di lavori di gruppo, di contatto fisico e rapporti umani: «Lo schermo di un computer non sarà mai più che un’ombra di una buona classe all’università», secondo Carr.

Ancora: al primo corso di Udacity si sono iscritti in 160 mila. Cosa significa, per un insegnante, trovarsi di fronte a una classe (virtuale) di 160 mila persone? Difficile comprenderlo, prima di una vasta sperimentazione sul campo. Promuoverà l’isolamento dello studente? Gli fornirà davvero l’equivalente di un’esperienza di studio in uno dei college più blasonati al mondo? E siamo sicuri che diminuirà i tassi di abbandono? Ricorda Carr che di quei 160 mila, solo il 14% è arrivato in fondo. Un caso a sé oppure il segnale di una incapacità di garantire costanza nella motivazione dei corsi online?

C’è anche chi, come Mark Edmundson sul New York Times, sottolinea che l’equiparazione dei MOOCs a corsi veri e propri renderà impossibile per gli insegnanti imparare dagli studenti: perché l’insegnamento, argomenta, «è questione di dialogo».

Ma la preoccupazione maggiore è che le università si affrettino a implementare il modello Coursera in maniera acritica, sull’onda dell’entusiasmo per il digitale che sembra aver contagiato ogni settore dell’attività umana. Magari, aggiunge Carr, riflettendo i giudizi (e i pregiudizi) degli architetti delle nuove infrastrutture dell’insegnamento, tutti informatici.

Le repliche degli ottimisti, tuttavia, non vanno sottovalutate. Prima di tutto, l’argomento principe è che i MOOCs non mirano a sostituire interamente i corsi da frequentare con la propria presenza fisica, ma a fornirne un complemento.

Poi c’è la questione monetaria: se è vero, come sostiene Koller, che «i costi crescenti dell’educazione superiore hanno avuto un impatto devastante sugli studenti», Coursera e gli altri rappresentano una soluzione potenzialmente efficace, essendo o gratuiti o più economici. Specie in un contesto in cui una laurea triennale costa 100 mila dollari in media (27,4 mila dollari l’anno di campus), e quasi il 60% dei ragazzi dice che ciò che studia non vale quanto spende per studiare.

Inoltre, a chi come Edmundson si preoccupi se i MOOCs siano in grado o meno di fornire un’educazione del «miglior tipo», si può rispondere con Shirky che chi potrà permettersela continuerà ad averla, ma la differenza è che ora potrà beneficiarne anche chi non fino a oggi non poteva permettersela.

Una sorta di democratizzazione dell’istruzione finora riservata solo alle élites – con tutto ciò che questo comporta.

Più in generale, è aprendo la riflessione al contesto socio-economico prodotto anche dal digitale che attenti osservatori della realtà contemporanea, come Mathew Ingram di GigaOm e lo stesso Shirky, individuano una tendenza favorevole alla sempre maggiore integrazione dei corsi di massa su Internet nel sistema dell’istruzione avanzata.

Il modello Coursera, riflette Ingram, non è infatti che un esempio di un trend più vasto, che investe l’industria alberghiera (Airbnb) come il trasporto cittadino (Uber): è l’espandersi del modello ‘peer-to-peer’ e del ‘social business’ dai media a tutti i livelli dell’economia e della società.

Certo, gli attriti con le regolamentazioni vigenti sono inevitabili (come nel Minnesota), ma nel lungo periodo accadrà qualcosa di rivoluzionario quanto l’introduzione di Napster nell’industria musicale, secondo Shirky. Allo stesso modo, infatti, l’educazione si potrà «spacchettare», senza dover prendere in blocco un intero percorso accademico.

Proprio come Napster ha consentito di aprire la strada alla fruizione (e oggi all’acquisto) di singoli pezzi, invece che di interi album.

Ma se davvero si volesse importare il modello Coursera in Italia, sarebbe possibile?

«L’idea che le online school possano assegnare dei crediti ai loro studenti è di per sé sensata e naturale», risponde Stefano Capezzuto, responsabile dei contenuti di Oilproject, un progetto che ha fornito circa tremila lezioni in Creative Commons a 250 mila studenti solo nell’ultimo anno. «Ovviamente garantendo specifici sistemi di interazione e di verifica dell’apprendimento nello svolgimento dei corsi», precisa.

Tuttavia, «introdurre una proposta del genere in Italia, dove la sensibilità verso la formazione su Internet e la relativa sperimentazione è a livelli imbarazzanti, risulta quantomeno prematuro».

Il problema, secondo Capezzuto, è duplice: «Da una parte abbiamo studenti che utilizzano quotidianamente il web per la ricerca di contenuti didattici ma che si trovano in difficoltà nel selezionare da soli le fonti attendibili, dall’altra docenti potenzialmente in grado di indicare i materiali più validi, ma spesso poco formati sia all’utilizzo delle tecnologie sia, soprattutto, alle dinamiche della Rete».

Insomma, la strada da fare è tanta. Ma, se la rivoluzione è davvero alle porte, è tempo che il tema diventi oggetto di dibattito pubblico anche nel nostro Paese. E capire se, quanto e come abbracciarla.

Udine, 5 dicembre 2012

Fabio Chiusi

8 risposte a “Che accadrebbe se ogni studente potesse frequentare i migliori corsi del mondo con una modica spesa e da casa?”

  1. mattiavalloni scrive:

    La sera in cui la mia ragazza mi ha fatto vedere coursera (lunedì della settimana scorsa) ho fatto una gran fatica ad addormentarmi, tanto era l’entusiasmo per ciò che avevo visto.

    E’ una cosa fantastica, meravigliosa. L’Intera istruzione accademica (e  il mondo del lavoro che ne seguirà) andrà ripensata in futuro, rimodellando tutte le università del mondo.

    A chi dice che l’esperienza in classe, e bla bla bla rispondo:

    1) Non è necessariamente vero. I corsi online potrebbero essere migliori di un’esperienza “dal vivo”. Più mirati, costruiti su noi stessi, teoria e pratica, prove per imparare, aiuto e assistenza nello studio, e l’illusione di avere un professore universitario solo per noi.

    2) Non è necessariamente vero che il primo punto escluda l’idea che ci si possa ritrovare tutti insieme “in una classe” o in un “meetup” universitario.   

    La Vecchia università farà una resistenza enorme al cambiamento ma il cammino, poste queste premesse, è già avviato. Solo una questione di tempo e le Università di tutto il mondo (e quelle italiane!!) non saranno più le stesse.

    Oh che bene ! : )

    Ps  Guardate che meraviglia! https://www.coursera.org/

  2. Claudio Erba scrive:

    La parte “pessimista” dall’articolo sono discosi che sento da 10 anni a questa parte quando si parla di e-learning. Quella parte dal mio punto di vista “sa di vecchio e non evidenzia nulla che non sia già stato detto e ripetuto fino allo sfinimento”.
    Per il resto saranno le iniziative tecnologiche a fare da elemento di rottura, invito a leggere quanto ha scritto Ray Kurzweil il mese scorso su come le iniziative di formazione del mondo startup stiano distruggendo i vecchi modelli didattici delle università http://www.kurzweilai.net/decentralizing-education-how-startups-are-dismantling-the-university

  3. Ho 15 anni e forse mi si potrà dire che sono troppo giovane per avere voce in capitolo sull’argomento.. Ma io non parlo in qualità di studentessa di liceo, ma da studentessa di Coursera. Il mio viaggio è cominciato ormai un anno e mezzo fa, come un’esperienza che doveva avvicinarmi alla carriera universitaria dei miei sogni. Di certo, mai avrei potuto immaginare quanto questa esperienza mi avrebbe cambiata e quanto le mie aspettative sarebbero state superate. Ho partecipato al corso di Intelligenza Artificiale (uno dei primi di Coursera) che contava circa 160000 studenti. Nelle nostre classi di liceo abbiamo una media di 30 studenti e molto spesso i professori si concentrano su coloro che hanno più bisogno di aiuto, dimenticandosi di curare quelle menti che corrono, che vanno oltre. Su Coursera, invece, non mi sono mai sentita trascurata. Il mio lavoro era costantemente monitorato e i miei progressi venivano spesso riconosciuti. Non si bara, o meglio non ci si guadagna nulla a copiare. Anche nei discussion forums, si ragiona insieme sui compiti della settimana, senza mai divulgare le risposte. Si impara l’uno dall’altro, poiché gli stessi docenti ci invitano a fare lavoro di gruppo. “Introduction to AI” non è stato il mio unico corso, ne ho fatti altri e tanti ancora ne farò. L’online education è qualcosa che non stanca mai, che attirerà sempre studenti. Nella mia esperienza, io non seguo corsi solo su un determinato argomento. Coursera ha fatto diventare così insaziabile la mia sete di sapere che vorrei avere il tempo di seguire tutti i corsi che propongono. Perché è questo l’obiettivo: il sapere esce dalle mura delle università migliori del pianeta per raggiungere persino una ragazzina di 14 anni. Ogni giorno, quando mi siedo alla scrivania per cominciare una nuova lezione sento che sto realizzando il mio sogno, perché chi non vorrebbe avere un’opportunità del genere? La cosa più meravigliosa è che non mi sono mai sentita sola. Se ho voglia di parlare con qualcuno di questa esperienza e non solo, comincio a chattare con i tanti amici che ho conosciuto e che sono e resteranno sempre una ricchezza. Molti mi chiedono: “ma cosa serve per riproporre questo nel nostro paese?”. Prima di tutto c’è chi si occupa di online education anche qui. Basti pensare a quanti italiano mettono in comune il loro sapere tramite blog o video. Ciò che manca è un’esperienza centralizzata. Credo che dovremmo rivalutare il significato di scuola e di sapere, a mio parere sin troppo legato all’istituzione scolastica, dove, come ho detto in precedenza, non tutti hanno la possibilità di esprimersi a pieno. La scuola diventa un arricchimento personale ad ampio raggio che, nel momento in cui è praticata da più individui, diventa un arricchimento della collettività. È una sfida. Forse la più grande sfida mai lanciata nel campo dell’istruzione. Ma che cos’è il progresso se non una sfida? Il punto è quanti sono pronti a coglierla. Io ci sono, e voi?

    • Io ho 43 anni. Laureato, “Masterizzato”, Imprenditore, Consulente, Formatore, ex Manager. Per questo ho sempre bisogno di rimanere aggiornato, studiare, aumentare le competenze, seppure con tempi e modalità non canonizzate. Ho frequentato due corsi su Coursera. La mia opinione è speculare alla tua, è una grande occasione. Avendo due figli, ancora piccoli, comincio ad interrogarmi su quale sia il miglior modo ed il miglior posto per loro per apprendere e formarsi. Coursera mi sembra un ottimo esempio, un’ottima esperienza da analizzare. L’importante è provarci. L’importante è fare. Dietro ci sono delle Università che si confrontano sulle eccellenze e sul “fare”. Attraggono studenti stranieri ma soprattutto insegnanti da tutte le parti del mondo. Qualcuno che ha qualcosa da dire. In Italia, quanti docenti stranieri abbiamo? Quante iniziative così contiamo?

    • GherardoL scrive:

      Prova a dare un’occhiata a http://www.academicinsight.it! E’ il tentativo di uno studente universitario di scrivere e raccogliere esperienze di studio con pro e contro (scritte direttamente dagli studenti)! Ho cominciato con le simulazioni di casi legali, di sessioni ONU e G8/G20 e ora sto cercando di espandere  a stage, exchange e primi anni universitari…ho incluso anche interviste a professionisti (ad es. avv., magistrati e imprenditori) e associazioni studentesche! C’è tanto da fare, ma sarebbe interessante parlare anche del tuo primo anno con Coursera! Fammi sapere e a presto! Gherardo

  4. Danielotto scrive:

    Sono giunto su questo blog per puro caso ma oro memorizzo il link perché lo trovo molto interessante.

    Si tutto vero ciò che si legge a favore della didattica on line ma per favore riflettiamo anche rispetto a iniziative tutte italiane quali ad esempio il Consorzio Nettuno che ha raggruppato corsi universitari erogati dai maggiori Atenei italiani e permesso di conseguire lauree a moltissimi studenti impossibilitati a frequentare corsi tradizionali… e prima ancora che Internet si diffondesse capillarmente nel nostro paese tali lezioni universitarie erano trasmesse sui canali Rai e Satellitari.
    Sono un laureato magistrale presso una nota Università di Roma che eroga corsi in modalità teledidattica/tradizionali  offrendo altresì  la presenza di tutor che supportano lo studente nelle difficoltà di comprensione. L’impegno per superare l’esame è il medesimo impegno che richiede un corso tradizionale poiché io stesso ho frequentato la triennale in Università Statale  e ho potuto “assaggiare” la mole di impegno richiesto.
    Nel nostro paese ci sono iniziative di corsi universitari erogati in modalità teledidattica sia da Università  Statali ad esempio Sociologia a Urbino ma anche Ingegneria alla Polimi di Milano  che da Atenei privati che si avvalgano della collaborazione di Professori provenienti da Università blasonate.
    In rete si trovano commenti denigratori rispetto le iniziative di Atenei privati privi di fondamento mentre rispetto ai corsi istituiti da Università pubbliche tutto tace.
    Qualcosa non mi convince.
    Molti grandi Atenei Pubblici parlano di E-learning di risorse On line a disposizione degli studenti  ma di fatto non vi è nulla di importante nei loro portali.
    Il Progetto Federica, invece,  della Università di Napoli è aperto a tutti e le risorse sono distribuite a chiunque voglia imparare.
    Tornerò ancora a scrivere su questo blog.
    Notte a tutti.
       

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