In questi ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di “fuga di cervelli”. Una terminologia dalla connotazione negativa, solitamente associata ai molti discorsi sulle “cose che non funzionano” e sui “motivi per cui sarebbe meglio andarsene”.
Questi fantomatici cervelli (termine puramente scientifico, come se non ci fossero sentimento e passione in queste persone) sono alternativamente stati additati come traditori della Patria o come parte di un ristretto gruppo di “fortunati” per aver avuto l’occasione di trovare un posto migliore dove realizzare i propri sogni (come se si trattasse di puro caso e non di merito).
“Ah! Come sei stato fortunato ad aver trovato lavoro all’estero, beato te!” – “Sai, lo farei anch’io se potessi ma «inserire una delle tante scuse», quindi mi tocca rimanere qua!”.
Alcuni politicanti hanno cercato di “arginare” questa “emorragia” (sempre questa terminologia medica, come se fosse un male da curare!) senza grossi risultati. D’altronde non è di certo con assurdi incentivi che chi ha lasciato il nostro Paese cambia idea, ma con modifiche e miglioramenti strutturali che probabilmente dovranno aspettare una nuova generazione di politici per essere realizzati.
Quindi cosa resta da fare? Non resta altro che lasciare, anzi stimolare i giovani a lasciare questo Paese che finora è stato un po’ come quelle mamme che non vorrebbero mai vedere i propri figli diventare adulti e badare a se stessi.
Dov’è finito il popolo di viaggiatori? All’età in cui Marco Polo aveva già scritto il Milione molti giovani di oggi non hanno nemmeno mai lasciato la propria città.
La mobilità lavorativa (il così detto precariato) è ancora vista come un problema da risolvere, come se si potesse tornare all’epoca del posto fisso per tutta la vita.
In realtà quella che ci attende sarà un epoca di mobilità non solo lavorativa ma anche di vita.
Mai nella storia umana è stato così facile (e necessario) viaggiare, vivere e lavorare nei luoghi del mondo.
Ce lo stanno insegnando Indiani e Cinesi che vedono con naturalezza lasciare il proprio Paese ed andare a studiare negli Stati Uniti, allo stesso modo in cui un giovane Italiano della loro età vede con naturalezza la necessità di limitare le proprie scelte di crescita per non lasciare il proprio luogo d’origine.
Quegli stessi giovani Indiani e Cinesi, dopo essersi laureati a Stanford ed aver lavorato per Google o Facebook tornano nel loro paese di origine ed aprono aziende che generano migliaia di posti di lavoro. I nostri giovani invece cercheranno di entrare a stento in un mondo del lavoro che gli chiederà molto e gli darà molto poco.
L’Italia sta arrancando nel panorama mondiale: quel Paese che un tempo era considerato uno dei principali produttori di design e di tecnologia sta diventando soltanto un consumatore di innovazioni che arrivano dall’estero (quanti di voi portano con sé tecnologia Italiana?).
Sta diventando sempre più difficile per i giovani di talento acquisire le conoscenze, l’esperienza e le risorse per realizzare i propri sogni.
Nel campo del web, per esempio, è praticamente impossibile crescere dal punto di vista professionale ai livelli possibili negli Stati Uniti. Non ci sono palestre perché l’ecosistema è arido. In Italia non esistono una Google o una Facebook in cui fare esperienza e mai esisteranno perché né Google né Facebook sono aziende nate da un unica cultura.
Google e Facebook sono nate negli Stati Uniti ma non sono statunitensi: sono aziende globali, create da giovani provenienti da tutto il mondo, emigrati negli Stati Uniti per studiare, imparare e crescere. Sono aziende nate da una varietà e ricchezza culturale che in Italia semplicemente non esiste e (forse) mai esisterà perché nessun giovane di talento viene in Italia per realizzare un sogno.
Quello che possono fare i nostri talenti oggi è far parte di questa ricchezza culturale e arricchirsene il più possibile.
È giusto che vedano il mondo, acquisiscano conoscenze ed esperienza che un giorno riporteranno (forse) nella loro terra natale, quando il nostro Medioevo intellettuale sarà passato e ci sarà (speriamo) un nuovo Rinascimento.
New York, 19 dicembre 2012
Federico Feroldi
