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Francesca Mazzocchi: vi racconto cosa ho imparato all’Artisan’s Asylum di Sommerville

A noi di CheFuturo! piacciono le storie. Ecco perché in questo spazio trovate i racconti di innovazione che ci sono arrivati direttamente dalla rete. Per raccontarci le vostre idee e progetti potete utilizzare la pagina "Raccontaci la tua Storia". Vi aspettiamo.

Sono a Boston da circa una settimana per partecipare ad una ricerca sui Fablab portata avanti dal Mel del MIT.

Alla scoperta dell’innovazione e delle innovazioni possibili, sono andata un po’ in giro per i vari labs del Medialab e alcune strutture presenti  sul territorio.

Tra queste ho visitato Danger!Awesome, il service cittadino di laser cutting a Central Square, Cambridge.

Nutrivo grandi aspettative per un luogo che, però,  si è rivelato ai miei occhi niente di più che una copisteria futurista (stampi e tagli con il laser), utilizzato soprattutto da artisti e qualche professionista.

Poi a Sommerville, Boston, a 20 minuti a piedi dalla metro più vicina, in uno di quei posti che sa  di periferia americana, tra distributori di benzina e casette di legno polverose, ho trovato lui: il makerspace definitivo, l’Artisan’s Asylum, fondato da Gui Cavalcanti, salito agli onori della cronaca qualche mese fa su Wired perchè proprio qui stava costruendo il suo robot Stompy.

Questa realtà, di co-working e co-making, è poi cresciuta  con l’arrivo di Molly Rubenstein e Dmitri Litin, rispettivamente  Interim Executive Director e Controller.

L’artisan’s Asylum è un modello economicamente sostenibile: paga uno staff fisso di 4 persone, più di 2000 dollari al mese solo di energia elettrica e l’affitto dei locali.

Questo è possibile grazie ad una community di più di 80 volontari e oltre 250 soci che la vivono, la partecipano, la creano e la trasformano day by day.

Molly Rubinstein sostiene che questo makerspace sia  “più uno spazio culturale che un posto dove vieni per usare una macchina per un’ora e poi te ne vai”.

Così è, esattamente come l’ho percepito dal racconto di Bron, una delle volontarie che ci ha accompagnato nel tour degli spazi e delle storie che li abitano, ossia una sorprendente macchina creata e sostenuta da una comunità.

 E’ un capannone enorme, zeppo di attrezzature: saldatori, stampanti 3D, macchine CNC, laser cut, macchine da cucire, presse, stampanti serigrafiche e tanto altro. Le stesse macchine sono state donate da varie aziende manifatturiere, che le hanno dismesse o hanno chiuso a causa della crisi, e vengono usate da tutti i membri.

Si possono  avere un tot di ingressi liberi al mese o affittare spazi fissi, anche con una carta 24/7 (24 ore su 24 per 7 giorni la settimana). Il proprio spazio, in questo caso, non è un semplice desk ma una piccola bottega, nel senso rinascimentale del termine, dove si può fare, lavorare, lasciare le proprie cose, i propri manufatti ed attrezzi.

Se si compra un macchinario nuovo e lo si mette a disposizione della comunità, la propria rata mensile, comprensiva già dell’utilizzo di tutti gli apparecchi e facilities dell’hackerspace, viene diminuita.

Si può anche solo affittare un pallet dove stoccare la propria  roba, o un box o un terzo di box. Oppure si può solo andare per fare le proprie  cose e andare via, ma in pochi lo fanno, poi capirete perché…

Oltre alle attrezzature, all’area relax e alla sala per la formazione, ci sono anche due shop specializzati nella lavorazione del legno e dell’alluminio, a disposizione di tutti, di chi si dedica al bricolage, dei DIY, degli artigiani, di architetti e professionisti, di chi prototipa un nuovo prodotto e lo metterà in produzione.

Gli abitanti di questo luogo quasi immaginifico sono altrettanto fantasiosi: dall’artigiano di gioielli, agli smanettoni di Arduino, al fabbricante di birre artigianali, alla biologa che progetta giardini da tavolo. Dai Digital Maker alla Bike Gang che ripara e inventa biciclette, agli artisti di musica elettronica, che una volta alla settimana fanno un concerto nella sala formazione.

Spesso collaborano tra di loro, ma soprattutto collaborano alla costruzione collettiva di una comunità, che ha gradualmente modificato e ampliato i propri spazi e le proprie funzioni in base alle proprie esigenze e competenze.

Così, in questo enorme “distretto artigianale” vengono tenuti oltre 150 corsi di formazione al mese, dall’autoproduzione di strumenti musicali a corsi di business model per makers, da corsi di saldatura e lavorazione metalli a quelli per CAD/CAM e riparazione biciclette. Un universo di sapere e di saperi.

 Come sia possibile questo, a Sommerville, che non è la vicina Cambridge, dove sorgono i Labs del MIT, e nemmeno Boston (che comunque in tutto fa 650 mila abitanti, poco più di Firenze), non lo so. Eppure funziona, cresce ed è un vero e proprio hub metropolitano.

Le chiavi del successo dell’Artisan’s Asylum sono 3, e sono quelle che stanno alla base della filosofia dei makerspace: combinare macchinari e tecnologie della manifattura, la community e la formazione, con l’intento di consentire ai membri di tale comunità di apprendere e combinare design e prototipazione per creare manufatti e prodotti che non avrebbero potuto creare con le risorse disponibili a loro singolarmente.

E’ sicuramente su questi elementi che dobbiamo imperniare un possibile modello di trasferimento di queste esperienze nei nostri territori.

Strumenti, educazione e comunità: la loro sommatoria è qualcosa di molto più grande e di valore della somma delle funzioni delle singole parti. Un’altra forma di intelligenza collettiva.

Interrogandomi sul modello, pensando a quando tornerò a casa, credo che le sfide da cogliere, soprattutto in territori che non abbiamo già visto la nascita di FabLab, siano due: partire dal basso rintracciando e collettando la community e capire come il tessuto diffuso delle piccole imprese artigianali, più o meno strutturate, possano far proprio questo modello di collaborazione, di produzione e di sviluppo.

 

Boston, 6 novembre 2012

Francesca Mazzocchi

CNA Toscana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • http://twitter.com/MaciaoTwit Maciao

    mah, a quanto ne so è un anno che tutti cercano di raccontarvi (a voi CNA) le stesse cose. Evidentemente, da bravi provinciali, avevate bisogno di andare in America per aprire il rubinetto di destra e stupirvi

  • Fiamma Tortoli

    Ecco allora perché la Regione e il CNA non finanziano una iniziativa del genere?! Sono sicura che non mancherebbero i volontari e gli artigiani disposti a insegnare. Io credo fermamente che la domanda di un hub di questo genere a Firenze ci sarebbe eccome, specie da parte dei giovani!!!!

  • edocalia

    Interessante! Pero’ qualche considerazione/domanda è inevitabile : 4 persone, 2000 USD/mo di elettricita’. Malcontati ci vorranno 300,000 USD / anno solo per tenere in piedi la struttura. Poi manutenzione di macchine, altre utenze, etc. Qual e’ il modello di business? Non sono certo i 250 soci a sostenere questi costi… fanno formazione? Servizi a pagamento alle imprese?

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