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Open Gov: abbiamo voglia di cambiare? Il tempo è adesso

Economista, apprendista scienziato delle reti, runner. Mi occupo di economia creativa e digitale, con un forte interesse per le politiche di sviluppo. Collaboro con il Consiglio d'Europa e l'European Center for Living Technology. Sono stato musicista rock con i Modena City Ramblers e i Fiamma Fumana, ma sto cercando di smettere.

Sulla carta, l’open government è un’idea splendida.

Usare Internet per rendere più accessibile e trasparente l’informazione su ciò che le autorità pubbliche fanno (pilastro della trasparenza); per fare sentire più forte e chiara la voce dei cittadini ai decisori (pilastro della partecipazione); per consentire a istituzioni e cittadini di progettare e attuare le politiche pubbliche insieme (pilastro della collaborazione).

La rete è straordinariamente efficace nel veicolare informazioni, supportare conversazioni e pratiche collaborative; quindi, la promessa di un’azione di governo più accessibile e partecipata dal basso è a prima vista molto credibile.

Il movimento per l’open government nella sua forma attuale è decollato nella seconda metà degli anni duemila, e ha tratto un forte impulso dall’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America nel 2008. Non è questo il luogo per riassumerne successi e fallimenti; molti studiosi in tutto il mondo (tra cui io stesso) se ne sono occupati in articoli e libri.

Qui mi interessa sottolinearne un aspetto che può sembrare paradossale: i protagonisti dell’open government sono stati finora gli stati. È un movimento di riforma del potere che parte dal potere stesso.

La geografia del movimento parla chiaro. Le esperienze di punta del governo aperto sono concentrate in due paesi guida, Stati Uniti e Regno Unito. In entrambi l’iniziativa è partita da leaders nazionali (Barack Obama per i primi, Gordon Brown e David Cameron per il secondo) che hanno reclutato e posto in posizioni di potere tecnocrati con visione ed esperienza in questo campo.

Il più noto di questi è Vivek Kundra, che Obama ha designato – a 35 anni – per essere il primo Chief Information Officer della Casa Bianca. Kundra è entrato nel radar del presidente per l’eccellente lavoro svolto con l’amministrazione del District of Columbia; vi ha introdotto dati aperti, software open source, un sistema di project management centrato sulla soddisfazione degli utenti e altre innovazioni. La nomina di Kundra è del marzo 2009. Tre mesi dopo, il governo britannico reclutava sir Tim Berners-Lee, padre del World Wide Web, per concepire e porre in atto una strategia di rilascio di dati governativi in formato aperto. La open gov connection tra i due paesi atlantici è esplicita; nel 2011 l’amministrazione di David Cameron ha reclutato un’americana, Beth Noveck, vice di Kundra e responsabile del progetto open government della Casa Bianca nel 2009-2010.

Insomma, i primi progressi dell’open government sono figli dell’alleanza tra leaders politici di alto profilo e tecnici con forte profilo accademico. I paesi in cui l’iniziativa politica su questi temi è mancata non sono riusciti, per ora, a mettersi al passo con i paesi guida.

Tra i ritardatari, purtroppo, c’è anche l’Italia. Negli anni di Kundra e Berners-Lee, in Italia l’alleanza tra leaders proiettati verso il futuro e tecnici innovatori è mancata, almeno in questo campo. Con il governo di Mario Monti si sono fatti dei progressi innegabili. Con una differenza: privo di una legittimazione diretta da parte del voto popolare, il governo Monti ha un mandato abbastanza ristretto. Rassicurare i mercati; mettere in ordine i conti pubblici; intervenire sulla competitività internazionale; negoziare con la Commissione Europea e la BCE. Fare grandi riforme basate su una visione politica coraggiosa sarebbe una forzatura per un governo non eletto. Per la stessa ragione, credo, le nomine del governo Monti sul digitale, pur rispettabilissime, sono state un bel po’ più conservatrici di quelle dei suoi omologhi anglosassoni.

In questo quadro, il 2012 ha portato una portato una novità importante e gradita: un nuovo protagonismo della società civile. Lo si è visto bene all’Open Government Summit: diversi panelists erano espressione della società civile, e portavano alla discussione nuova energia e qualche primo risultato.

L’energia, per ora, si concentra prevalentemente sulla richiesta di trasparenza, chiaramente molto sentita dalla popolazione visti i molti episodi di corruzione che hanno scosso il Paese. È in cammino una petizione per ottenere un Freedom of Information Act, cioè una legge che dà a qualunque cittadino il diritto di esaminare qualunque documento pubblico (con le solite eccezioni in materia di privacy e sicurezza nazionale). In tutti i panel è stata citata l’esperienza di Spaghetti Open Data, una mailing list di civic hackers, sviluppatori e funzionari pubblici estremamente attiva sul tema dei dati aperti.Si sono formati gruppi di giovanissimi data journalists (praticanti di un giornalismo di inchiesta basato sull’analisi di dati pubblici) come i siciliani Data Journalism Crew e gli emiliani Data Cong. Lo stesso Open Government Summit ha tenuto a battesimo una nuova associazione, Diritto di sapere, che si propone di fornire aiuto legale a cittadini e giornalisti che vogliono ottenere il rilascio di informazioni detenute dalla pubblica amministrazione. Questa nuova leva di iniziative si aggiunge a quelle nate fino al 2011, come Datagov.it e Stati Generali dell’Innovazione.

Dal 2012 ci sono anche i primi risultati sul piano della collaborazione, la forma più avanzata di open government e l’unica che le amministrazioni non possono mettere in scena da sole. Per esempio l’associazione Wikitalia ha collaborato con il comune di Firenze a un progetto di wikificazione della città che per ora comprende un progetto open data di livello internazionale (c’è perfino la pubblicazione delle singole fatture pagate dall’amministrazione a partire da giugno 2012), l’attivazione di un sistema di segnalazione in crowdsourcing delle richieste di manutenzione stradale e la messa in pista di un’app che fa da calendario condiviso degli eventi culturali in città. Nelle intenzioni di Wikitalia, l’esperienza di Firenze dovrebbe consentire la preparazione di un protocollo di città wiki da applicare a tutte le città che ne faranno richiesta.

Altri esempi di collaborazione tra società civile e amministrazioni si sono visti con lo stress test effettuato dal gruppo di Spaghetti Open Data del portale Opencoesione del Ministero dello Sviluppo economico (i risultati sono stati pubblicati proprio su Chefuturo); con la creazione, sempre da parte di Spaghetti Open Data, di TweetyourMEP, un’app che utilizza i dati del Parlamento Europeo per consentire a tutti i cittadini di interagire con gli europarlamentari via Twitter.

Insomma, è un buon momento per una cittadina o un cittadino italiani che avessero un po’ di tempo e un po’ di energia da investire nella modernizzazione del nostro Paese. Sembra che in Italia stia emergendo un’alleanza per l’open government diversa da quella anglo-americana: se il loro è un asse leaders politici–tecnici di prestigio, la nostra è una coalizione tra funzionari, (talvolta) singoli decisori pubblici e società civile. Le associazioni, i gruppi informali e perfino i singoli civic hackers o attivisti vengono fatti oggetto di attenzione e rispetto e stanno ottenendo risultati.

Per chi ha voglia di fare, il tempo della passività impotente sembra finito.

Per quanto ne so, queste operazioni di società civile tendono ad essere molto aperte: se le contattate e chiedete di dare una mano verrete accolti con entusiasmo. Ma sono ancora piccole e relativamente fragili, molto dipendenti dallo sforzo personale dei rispettivi fondatori: niente a che vedere con realtà strutturate come Code for America o Sunlight Foundation.

La sfida vera, per loro e per noi, sarà attrezzarsi per reggere il salto di scala: e infatti ci stanno provando. Wikitalia va verso un’assemblea di rifondazione per fare un nuovo scatto (a Roma, a dicembre), mentre Spaghetti Open Data prova a contarsi e organizza il suo primo raduno (a Bologna, a gennaio). Ce la faranno? Dipenderà anche dalle scelte che faremo noi.

 Bruxelles, 12 Novembre 2012

Alberto Cottica

  • Flavia Marzano

    Il tempo è adesso si, ricordo che all’Open Government Summit c’era anche l’Associazione Stati Generali dell’Innovazione che da tempo ha iniziato il cammino verso l’Openness e la trasparenza (anche propria).
    Sul sito http://www.statigeneralinnovazione.it ad esempio trovate lo statuto e le modalità di partecipazione e adesione all’associazione e a breve… sorpresa… seguiteci :)

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      Grazie Flavia! Ho aggiunto SGI nell’articolo. Scusa della dimenticanza (e temo non sarà l’unica…)

  • Flavia Marzano

    Ecco la novità promessa. Proposta per Open Gov Parthnership: un manifesto per definire insieme le regole della trasparenza delle ONG http://www.statigeneralinnovazione.it/wiki/index.php?title=Iniziative&goback=.gde_62895_member_186365751 è un wiki, aggiungete la vs proposta!

  • http://twitter.com/Vi_Alghieri Vincenzo Alghieri

     Questo articolo riprende in maniera straordinariamente simile il contenuto della mia tesi che mi ha permesso di laurearmi da poco all’Università di Bologna (lo sottolineo semplicemente perché ne sono orgoglioso! :) )

    La mia tesi tratta dell’Open Data come “strumento” di Open Gov (…). Tra i vari spunti, realizzati grazie ad interviste ad esperti italiani in materia, si parla della possibilità di collaborazione dal basso solo dopo che le amministrazioni si sono attivate verso l’apertura e il cambiamento. Il cambiamento può essere incentivato dalla pressione dal basso, ma la pressione sembra essere l’unica attività possibile e se, anche a seguito di questa, le amministrazioni e i decisori non fanno “il primo passo” è difficile innescare altri processi.

    Ritiene corretta questa analisi? Se così fosse, come va letta la frase con cui si chiude l’articolo (“Dipenderà anche dalle scelte che faremo noi”)?

    • http://profiles.google.com/alberto.cottica Alberto Cottica

      In effetti, Vincenzo, il suo argomento mi pare tautologico. Certo, per collaborare ci vuole il “co”, cioè il consenso attivo di entrambe le parti. Il punto è che il consenso attivo delle pubbliche amministrazioni non è esogeno: dipende, appunto, dalle scelte che facciamo noi dal lato società civile. Se ti muovi in modo di abbassare i costi della collaborazione (per esempio con un buon lavoro di liaison tra associazioni e istituzioni, e un atteggiamento inclusivo); aumentarne i benefici (per esempio essendo generosi con gli apprezzamenti pubblici sui social media per le iniziative open delle istituzioni); e aumentare i costi della NON collaborazione (per esempio mobilitando l’opinione pubblica contro le operazioni di chiusura); se fai tutte queste cose, è più probabile che il consenso ci sia.

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