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Salvo Mizzi: “Cerchiamo Capitali Coraggiosi per dare un futuro all’Italia”

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

Lorenzo Tondi incontra Salvo Mizzi di Telecom Italia. Si parla dei temi di “Capitali Coraggiosi“, l’evento che vedrà il 26 settembre a Roma la partecipazione di Phil Wickham, del guru del crowdfunding Jason Best, Franco Bassanini, Marco Patuano, Nicola Zingaretti, Gianni Alemanno e molti altri speaker.

Salvo, perché la capital formation può fare la differenza, anche in Italia? Com’è nata l’idea di Capitali Coraggiosi? 

L’idea nasce all’interno della Kauffman Society, lavorando per oltre un anno su tutti i fattori che compongono le fondamenta dell’innovazione: oltre a talenti, idee e trust, spicca il tema del capitale. Quindi per capital formation intendiamo la genesi e l’offerta di capitale di rischio da impiegare in investimenti in nuove imprese, che spesso presentano un livello di rischio altissimo – in fase di seed e pre-seed financing – e possibilità di payback enormi.

In Italia come siamo messi?

Pronti a una doccia fredda? L’ultimo report per il 2011 parla di 82 investimenti early stage con valore medio di 0,8 milioni di euro. Dati davvero preoccupanti per un paese con un PIL di 1600 miliardi di euro. Non è un problema solo italiano, è un problema europeo: non possiamo vantare un livello di offerta di capitale di rischio tale da innescare il circolo virtuoso dell’innovazione.

La difficoltà di reperire capitale dipende dalla crisi economica?

No, secondo me è indipendente, è un problema culturale più che strutturale.

Wish list a parte, quali possono essere le soluzioni pratiche? Un esempio di intervento che possiamo adottare nel breve termine?

Si è parlato spesso, nelle varie versioni del Decreto Sviluppo, di un fondo di fondi in grado di alimentare la filiera del venture capital e quindi il settore delle startup. Noi nel febbraio 2011 abbiamo portato in Italia il Nobel Edmund Phelps per l’evento “Per rifare l’Italia”. Si è parlato della Banca nazionale dell’innovazione, una sua proposta provocatoria all’amministrazione Obama. In quell’occasione erano presenti come relatori Passera e Profumo, non ancora ministri ma già interessati alla questione. Working Capital non ha mai pensato solo alla propria attività, ha sempre cercato di coinvolgere tutti gli attori del sistema, di elaborare una strategia complessiva, quella che abbiamo discusso con Horowitt su Rainforest.

Parlando di capital formation Phil Wickham, CEO della Society of Kauffman Fellows, ha indicato nell’organizzazione aziendale il fattore che fa la differenza. È una visione diversa da quella a cui siamo abituati normalmente? È la visione di un’azienda dal volto umano?

C’è una forte continuità nella storia e nell’attività professionale di Phil, che è stato un imprenditore, un importante startupper della Silicon Valley. C’è il suo vissuto di team builder: quando fai venture capital ad un certo livello, operi su grande scala e ti rendi conto dell’importanza del fattore umano, al di là delle considerazioni micro e macro sui trend di investimento. Anche le idee migliori e le costruzioni più sofisticate rischiano di franare se le persone non sono adeguate al progetto.

Non ti spaventa che il player fondamentale di cui si parla sia la CDP? Il mercato sembra dover aspettare la mano pubblica…

Non credo che il mercato debba aspettare la mano pubblica: sul tema dell’intervento pubblico bisogna essere molto laici. Horowitt in Rainforest ne parla in maniera chiara: non è questione di essere a favore o contro il free market, ma di interpretarlo in maniera attiva o passiva. Il modo passivo è aspettarsi che le cose accadano per opera della mano invisibile smithiana; nello scenario in cui siamo adesso, in cui esiste una competizione mondiale per le conoscenze, in cui c’è un conflitto mondiale tra sistemi paese su produttività e competitività, l’intervento pubblico è diventato un fatto strutturale. Ricordiamoci che le grandi agenzie americane che coprono l’estrema rischiosità delle fasi iniziali del venture capital sono agenzie federali. Per non parlare del contributo che in Italia potrebbero dare i fondi pensioni.

Vero. Però nella Silicon Valley non saremmo qui ad aspettare la CDP.

In America c’è una capacità complessiva dell’ecosistema di riprodurre se stesso garantendo una crescita tendenziale dei capitali disponibili. Noi partiamo da 82 investimenti da 0,8 milioni di euro, non dimentichiamolo.

La creazione di una strategia per l’innovazione comune a livello europeo può creare quella massa critica necessaria a permetterci di fare paragoni con gli USA?

L’unica strada per avere volumi comparabili è quella europea: esistono delle strutture, come la Banca Europea degli Investimenti e il Fondo Europeo degli Investimenti che distribuiscono capitale di rischio in diversi paesi. Il problema è che in Italia arrivano poche risorse, un po’ perché siamo un ecosistema acerbo e un po’ perché non siamo capaci di relazionarci correttamente con le strutture comunitarie.

Non è che magari le priorità dell’UE sono altre, ad esempio finanziare la Politica Agricola Comune? C’è la volontà di cambiare?

Sinceramente penso che a livello comunitario la sensibilità su questi temi sia molto elevata. Il lavoro che si sta facendo lo dimostra: che poi settori molto grandi come quello agricolo abbiano una copertura elevatissima (40% del budget europeo), questo è vero, ma non credo tolga risorse dal settore dell’innovazione tecnologica. Forse c’è da chiedersi quanto sarebbe utile introdurre anche nel settore primario elementi di innovazione, ripartire i finanziamenti sulla base di criteri diversi.

Milano, 20 settembre 2012
LORENZO TONDI

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