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Luca Corsolini

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La lezione di Stephen Hawking per gli atleti che guardano su verso le stelle

30 agosto
Luca Corsolini
Luca Corsolini
@youlympic

Se ti chiami Guttman nella Germania nazista capisci da solo che è meglio cambiare aria, per te e la tua famiglia. Se poi sei medico nel mondo che corre verso la seconda guerra mondiale la tua missione è ulteriormente complicata. Avete presente Pearl Harbour per come ce l’ha raccontato il cinema? Attacco dei giapponesi, l’ospedale statunitense diventa un rifugio per tante, troppe persone. Kate Beckinsale prova a soccorrere tutti, poi la ferma un primario: devi badare solo a quelli che hanno una possibilità di salvarsi. E lei si arrende all’evidenza.

No, tertium datur. C’è un’altra possibilità, ed è quella che il dottor Ludwig Guttman ha sperimentato a Stoke Mandeville nell’immediato dopoguerra. In un ospedale come quello di Pearl Harbour, pieno di degenti senza troppe speranze – e all’epoca non solo i feriti gravissimi erano senza una aspettativa di vita decente – lui fa diventare lo sport una terapia di guarigione e di reinserimento sociale.

Sei un disabile ma nessuno si è mai fermato di fronte a questo dettaglio: troppo grande il tuo genio per essere neutralizzato da una definizione. Per tutti sei uno scienziato. Per tutti, al tempo stesso, sei il contrario di uno sportivo, non puoi esserlo. Ma tu sei Stephen Hawking, essere umano, dunque curioso, che accetta di esibirti alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi. Semplicemente per vedere l’effetto che fa. E l’effetto, una lezione di scienze e di storia in uno stadio, è straordinario. “Look up at the stars, and not down at your feet”.

Tertium datur: l’eccezionale non sta solo in cielo, anche se uno dei tedofori arriva proprio da lì, e non è banale la terra, nemmeno quando la attraversiamo con carrozzine o con le blade runner di Pistorius. “Le Paralimpiadi – ha detto la voce computerizzata di Hawking – cambiano la nostra percezione del mondo. Siamo tutti differenti, non esiste il concetto di standard parlando di esseri umani, ma tutti condividiamo lo stesso spirito. Quello che conta è la nostra abilità di creare. E questa creatività può assumere tante forme, da un risultato ottenuto col fisico all’elaborazione di una teoria. Per quanto difficile sia la vita c’è sempre qualcosa che tu puoi fare, e in cui puoi riuscire. Le Paralimpiadi sono per gli atleti una occasione per eccellere, per raggiungere i propri limiti e diventare leader nelle rispettive discipline. E allora celebriamo insieme l’eccellenza, l’amicizia e il rispetto. Buona fortuna a tutti“.

Ieri sera allo stadio olimpico di Londra sono state distribuite più di 60mila mele. Non era una citazione beatlesiana, né un omaggio a Steve Jobs: erano piuttosto un riferimento a Newton, un oggetto utile alla lezione. E semmai lo Steve Jobs di “stay hungry, stay foolish” è stato sorpassato, al pari del De Coubertin del motto olimpico – l’importante è partecipare – dall’invito a essere umani di Stephen Hawking. Tertium datur: be curious.

Sono cominciate le Paralimpiadi di Londra e, dopo queste lezioni, quella di Guttman e quella di Hawking, di tutti noi, di un mondo che cresce, guarisce, cambia.

Londra, 30 agosto 2012
LUCA CORSOLINI 

Canale: Social Innovation | Tag: paralimpiadi, persone, sport | Commenti (0)
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  • Luca Corsolini
  • Giornalista sportivo e appassionato di comunicazione. Sono un curioso, in particolare di quei meccanismi che rendono la partecipazione una forma di comunicazione. Per Sky curo Social Games, la trasmissione dedicata al sesto cerchio olimpico, ovvero i Giochi per come rappresentati in rete. Ho lavorato per aziende quali Adidas, organizzazioni sportive di ogni genere, e mi diverto a parlare di comunicazione. Credo che il bello dello sport non siano i risultati, ma il suo essere il migliore e il più collaudato dei social network.

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