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co-creation @ Insegna Trieste

Il turbine di idee per trasformare Trieste in una Cloud City

Siamo Oriana e Salvatore: a cavallo fra arte, ricerca, interaction design e comunicazione. Lavorano insieme dal 2006 sotto il marchio di AOS (Art is Open Source) dando vita a opere e performance di interesse globale. Abbiamo partecipato a festival ed eventi internazionali, esponendo in musei e gallerie. Contribuiamo regolarmente alla comunità scientifica attraverso l'insegnamento accademico in diverse università, istituti e master. Il nostro è un "stato di workshop permanente".

Vi è mai capitato di riprogettare in una settimana il sistema di comunicazione urbana di un’intera città coordinando un gruppo di 15 futuri designer e architetti? Una città, fra l’altro, che avreste sempre voluto visitare ma dove la vita non vi aveva ancora portato? A noi sì, circa un mese fa. La città in questione è Trieste  e l’occasione è stata offerta da Insegna Trieste, un workshop intensivo promosso da ISIA Firenze in collaborazione con l’Amministrazione Comunale che ha coinvolto cinque atenei: l’ISIA di Firenze e di Urbino (design), lo IUAV di Venezia e l’Università di Trieste (architettura), l’Università di Nova Gorica (new media art). Per chi fosse interessato ad aggiornamenti in tempo reale, è attiva una pagina Facebook.

Il progetto ha preso da subito una piega interessante, trasformandosi in uno scenario di near future sulle smart city dove gli open data si mischiano con le reti wireless e le tecnologie ubique. Una città tanto più smart quanto più è capace di farsi piattaforma di espressione, relazione e comunicazione oltre che opportunità per la pluralità di soggetti che la popolano, la attraversano e la usano. In una parola: un nuovo ecosistema digitale urbano in cui agire e interagire, contribuire e condividere, produrre conoscenza e remixarla, fruire di informazioni e servizi, e crearne di nuovi. Il tutto accessibile sia dallo spazio fisico della città, sia da ogni angolo del pianeta, attraverso la rete.

1. La Città Piattaforma: teoria e pratica per una Human Centered Smart City

Lo scenario proposto è quello della Human Centered Smart City, in cui la città diventa un luogo sensibile, attivo, polifonico, libero, resiliente, ricombinante, emergente. La sua intelligenza si basa prima di tutto sulle persone, sulle relazioni e le interazioni. Prendendo spunto dalle architetture delle tecnologie Internet, si può infatti immaginare che una città si trasformi in una vera e propria piattaforma aperta, su cui costruire l’Ecosistema Digitale Pubblico. Qui la città diventa un sistema aperto e accessibile grazie ad infrastrutture tecnologiche quali il cloud cittadino, le reti WiFi e meshed, i network di sensori capaci di registrare i dati ambientali in tempo reale, la mobilità, la comunicazione, l’uso dell’energia, le forme di espressione, informazione e comunicazione digitale a disposizione di persone e organizzazioni.

Nel progettare un sistema di comunicazione urbana per la città, ci siamo ben presto resi conto che sarebbe stato impossibile affrontare questo compito in maniera significativa senza assumere un approccio olistico, orientato all’innovazione radicale e sistemica. È così che abbiamo affrontato il nostro compito servendoci di uno strumento complesso: l’Ecosistema Digitale (DE, Digital Ecosystem). Nel DE, la Città Piattaforma prende corpo, realizzando un ambiente umano e tecnologico capace di aprirsi alla società civile per consentire di esprimere desideri, aspettative, visioni, opportunità, disponibilità, necessità e capacità. Il tutto cercando collaborazione, aggregazione, iniziativa, sostegno, scambio.

 Un framework per l’espressione, l’informazione e la comunicazione, in cui sono disponibili strumenti per creare contenuti e per ascoltare la vita digitale pubblica.

Il DE è come un social network di nuova generazione, capace di uscire fuori dallo schermo e collegare tanto i profili dei cittadini quanto tutte le cose che ci sono e avvengono in città. Di conseguenza, il DE permette alle persone di esprimersi (“ecco quello che mi piace fare a Trieste”), di coordinarsi (“chi vuole organizzare questa cosa con me in città?”), di fare business (“facciamo filiera su questo processo!”) e, più in generale, di trasformare saperi, capacità, opportunità e progetti in risorse disponibili per l’intero ecosistema.

Così, strumenti come Facebook escono dallo schermo del computer grazie alle tecnologie ubique e al Web 3.0 e si trasformano  in sistemi umani che appartiengono alla città e ai suoi cittadini: interconnettono persone, cose, aziende e istituzioni per creare benessere ed opportunità. Infine, c’è anche la trasparenza: nel nuovo ecosistema cittadino le informazioni sono distribuite sotto forma di open data, offerti in formati standard e accessibili che diventano una risorsa pubblica, un nuovo “commons digitale” a disposizione di tutti.

Ecco come si esprime Fabio Omero – assessore allo Sviluppo economico e Fondi comunitari, Turismo, Aziende partecipate e controllate del Comune di Trieste e promotore del progetto con Elena Marchigiani, assessore alla Pianificazione Urbana, Mobilità e Traffico, Edilizia Privata, Politiche per la casa, Progetti Complessi – secondo il quale la Città Piattaforma è anche un modo per rispondere alla crisi:

Mi ha colpito che a distanza di pochi mesi ci siamo imbattuti in due mondi apparentemente tra loro distanti, ma che alla fine hanno parlato lo stesso linguaggio. Mi riferisco al dottor Mauro Bonaretti, direttore generale del Comune di Reggio Emilia, che in un seminario organizzato dal nostro Comune ha proposto il concetto di rete tra pubblico, impresa, lavoratori e terzo settore per affrontare in questa situazione di crisi il governo dell’economia, della società e del territorio con un’idea sistemica e integrata della città. E mi riferisco al workshop dell’ISIA di Firenze e all’idea di Città Piattaforma emersa dai lavori: una città dove non solo le istituzioni, i grandi operatori e le piccole associazioni, ma gli stessi cittadini – nati, immigrati o solo in transito – mettono in rete i propri saperi, scambiano informazioni, rendono leggibile la città e in definitiva comunicano. Che poi queste reti intelligenti stiano dentro all’idea di smart city a cui il Comune – con grave ritardo – sta lavorando, è solo un’altra coincidenza. Ma essendo la terza, non è più un caso, non è nemmeno più un indizio: è ormai una prova“.

2. Il workshop

Per entrare nel vivo del progetto, è interessante seguire lo sviluppo del workshop, che Stefano Maria Bettega, Direttore di ISIA Firenze, riassume così:

L’esperienza triestina rappresenta una sperimentazione esemplare per molti aspetti. Didatticamente efficace: ibrida i saperi svincolandoli da una logica strettamente disciplinare; mette a confronto studenti provenienti da diverse strutture; obbliga alla finalizzazione del lavoro con il decisivo contributo di una committenza (l’amministrazione comunale di Trieste) che mai come in questo caso ha svolto ruolo di stimolo e indirizzo rispetto al rispetto del mandato progettuale. Le necessità della PA nel settore del design non sono ancora riconosciute in modo strutturato se non recentemente con il fenomeno open data. È merito degli amministratori triestini quindi l’aver intercettato un bisogno reale e intrapreso una strada innovativa che sono certo possa portare alla realizzazione di economie e all’ottenimento di risultati di qualità, in un processo di ricerca e produzione che coinvolge in maniera attiva la componente accademica”.

Simone Paternich, docente ISIA e responsabile della collaborazione della città di Trieste con ISIA Firenze, sorride ricordando la genesi del nome:Quando ad Aprile abbiamo incontrato gli assessori Omero e Marchigiani ci hanno illustrato la necessità del Comune di riprogettare la cartellonistica della città (le insegne), ma allo stesso tempo di evolvere l’idea stessa di insegna aprendola all’allestimento/arredamento urbano e alle tecnologie digitali. Da qui, nel titolo, l’abbinamento di “Insegna” (insegna come cartello e insegna come insegnare) al nome della città: Insegna Trieste“.

Il workshop, strutturato in 7 densi giorni, inizia con una una serie di incontri in cui sono invitati a parlare esponenti dell’amministrazione comunale e regionale, dell’Agenzia Turismo Friuli Venezia Giulia, del Consorzio Promo Trieste, del Gruppo Eurotech Spa e di progettualità cittadine di matrice associazionistica. Discussioni su temi come turismo, caratterizzazione e identità della città di Trieste, strategie di comunicazione, approcci e sistemi tecnologici hanno offerto elementi rilevanti per la comprensione della città, aiutandoci a chiarire le esigenze progettuali e il contesto locale.

Trieste è stata dipinta come una città priva di centro, una città dove non esiste un attrattore unico capace di fungere da driver per il turismo e lo sviluppo, ma una molteplicità di centri. Una città il cui valore sta principalmente nella qualità della vita (benessere diffuso), nell’attività di centinaia di associazioni culturali e gruppi di cittadini, nelle spiagge, nei castelli, nella diversità culturale, nel patrimonio ambientale ed enogastronomico. Sviluppare la capacità di passare nei prossimi anni da “un turismo” a “tanti turismi” è presentata come altamente strategica. Tutto ciò coinvolge operatori di grandi dimensioni ma anche centinaia di piccole nicchie diverse impegnate a creare esperienze per turisti non convenzionali, appassionati di sport, cucina, fantascienza o qualsiasi altro segmento sia possibile immaginare.

L’associazione Manifetso2020 – con Marco Svara e Marco Barbariol insieme all’architetto Claudio Farina – ci ha accompagnato in un peculiare tour cittadino in cui abbiamo avuto l’occasione di attraversare Trieste e i suoi paradossi, coma hano sottolineato gli organizzatori. Enormi da opportunità per realizzare progetti come l’ex-opp (l’ex Ospedale Psichiatrico di S. Giovanni) e il complesso del Vecchio Porto (qui un articolo del Corriere per i cuiriosi), fino alla possibilità di incontrare operatori della cultura e dell’intrattenimento ed esponenti dell’architettura e della progettazione. Non limitandosi a luoghi e monumenti, la concezione del tour ci ha consentito di accedere ad una visione etnografica della città, con l’osservazione sul campo dei modi e dei ritmi della vita quotidiana triestina. Dall’andare al mare al Pedocin o sui marciapiedi affollati di Barcola, allo spritz, alle innumerevoli community e gruppi che riempiono la città. A tour concluso siamo pieni di stimoli e informazioni e si entra nel vivo del workshop.

3. La progettazione

Per la progettazione abbiamo scelto un approccio basato sulle metodologie di co-creazione e abbiamo usato una sequenza di esperienze costruttiviste, seguite da sessioni di progetto, disegno e sviluppo collaborativo. Il primo passo è consistito nella definizione dell’obiettivo: un sistema di leggibilità e navigazione dello spazio urbano. Il progetto è cominciato, quindi, dall’immaginare come fosse fatta l’architettura dell’informazione di una città come Trieste. Di quali informazioni hanno bisogno le persone quando sono lontane dalla città? Quali mentre viaggiano per arrivare a Trieste? E quando giungono in città? Di quali informazioni necessitano quando vi si fermano per un minuto, un’ora, un giorno, un mese, un anno o per tutta la vita, seguendo le traiettorie del turismo, del lavoro, della famiglia, del desiderio, delle emozioni, delle passioni, o della scienza?

Come ci si orienta in città dal centro di una candida piazza, da dentro un parco, dalle mura di un castello, dal marciapiede del porto o da una larga strada che attraversa edifici di archeologia industriale abbandonati? Come è fatto un sistema di navigazione della città, capace di rendere leggibili, visibili e accessibili e interattive queste tipologie di informazione e le loro declinazioni? Per capirlo abbiamo applicato le metodologie dell’Architettura dell’Informazione (AdI) nella progettazione della nostra Human Centered Smart City: la Città Piattaforma.

Lavorando sull’AdI ci siamo confrontati innanzitutto con la necessitè di descrivere una “città semantica” in cui ogni elemento fosse collegato agli altri attraverso legami di significato. In maniera simile a come si fa progettando un sito web, ci si è domandati come poter realizzare un sistema di navigazione semantica per la città, articolato su tre livelli:

  • globale – navigare la città secondo i grandi temi, quali i servizi, la cultura, l’ambiente, la storia, il divertimento;
  • locale – scelto un tema: cosa offre la città a riguardo?
  • contestuale – “ok, sono qui: cos’altro c’è?”, per trovare servizi correlati, cose compatibili o simili, o anche solo vicine.

Questa strategia determina una visione innovativa della città, in cui le informazioni digitali e fisiche si incontrano in uno spazio pubblico nuovo, pensato per visualizzarle attraverso una molteplicità di media, strumenti e modalità differenti. Ad esempio, combinando i segni grafici classici (ad esempio, la cartellonistica) con le tecnologie che si insinuano nel tessuto urbano in modi diretti (ad esempio, attraverso l’uso di app per smartphone, chioschi digitali, QRCode, RFID e così via) e in altri più inaspettati quali le esperienze di interazione naturale e gestuale.

4. Risultati: il prodotto

L’ultima parte del workshop è stata, infatti, dedicata alla progettazione di alcuni concept che rappresentassero la visione globale del progetto. Il risultato non poteva che avere una forma Ecosistemica. Già dalla definizione del target è emersa la metafora della “Città della Coda Lunga”. Le caratteristiche stesse della città, assieme all’idea del passaggio “dal turismo ai turismi”, ci hanno portato a configurare il nostro target come la somma delle infinite nicchie, grandi e piccole, che generano la domanda e l’offerta di mercato, proprio come teorizzato a suo da Anderson nel suo noto articolo “The Long Tail”.

Trieste come “Amazon”, dunque: una piattaforma in cui operatori di ogni dimensione possano trovare uno spazio di esistenza e azione. Tutto ciò è abilitato dall’esistenza dell’Ecosistema Digitale (DE) che, come detto in precedenza, è stato immaginato come un social network pubblico di nuova generazione che esca dallo schermo del computer, capace di interconnettere persone, organizzazioni, luoghi e processi della città.

Accedendo alla piattaforma gli operatori possono pubblicare tutte le proprie iniziative all’interno dell’ecosistema: ogni elemento pubblicato – tra alberghi, eventi, ristoranti e quant’altro – viene corredato da un insieme di informazioni e metadati, che consentono di classificarlo nello schema dell’Architettura dell’Informazione della città. Gli operatori, inoltre, possono indicare le relazioni che intercorrono tra i vari elementi, contribuendo alla formazione della Città Semantica. All’altro capo del diagramma, le persone (tra cittadini, residenti e turisti) possono beneficiare di diverse modalità per navigare la città, inclusa una modalità casuale per perdersi in maniera intelligente nella città. Avete presente Stumbleupon? Pensatelo applicato ad una intera città che, se volete, potete navigare randomicamente.

Nel corso dell’esperienza in città, le persone possono di nuovo partecipare all’arricchimento dell’ecosistema, pubblicando valutazioni, feedback, emozioni o altri contenuti quali video e immagini. L’ecosistema fornisce infine agli operatori (ad esempio il Comune) anche una modalità di fruizione dashboard, tramite cui osservare la vita della città e modulare i parametri di comunicazione e interazione, al fine di ottimizzare le esperienze e coinvolgimento dei cittadini. Una volta definito il framework generale, abbiamo progettato diversi modi in cui l’ecosistema si manifestasse nello spazio fisico della città.

Siamo partiti dalla segnaletica urbana, capace di offrire alla vista una rappresentazione chiara del sistema di navigazione cittadina. I segni grafici utilizzati, inoltre, sono usabili attraverso smartphone. Sono, infatti, dei QRCode e dei marker per accedere alle informazioni digitali in tempo reale associate a luoghi ed eventi all’interno dell’ecosistema. Abbiamo poi immaginato diversi tipi di esperienze interattive. Alcune, come il grande schermo urbano mobile che permette di interagire con l’ecosistema digitale, sono da considerarsi dei landmark mobili della città. Uniscono alla suggestione visionaria la possibilità di attivare interessanti dinamiche di spostamento e diffusione dei centri di interesse della città, così da creare dinamiche di sviluppo diffuso (pensate ad un “Colosseo mobile” che l’amministrazione può spostare da una zona all’altra della città).

Altre, realizzano funzioni più espressamente dedicate alla pubblica utilità, fornendo esperienze interattive che consentano di utilizzare le informazioni in tempo reale in maniera accessibile ed usabile. E, infine, gli Experience Spot: questi dispositivi a basso costo sono disseminati per la città e permettono di realizzare micro-esperienze sensoriali capaci di ospitare informazioni utili tanto quanto piccoli segreti, sorprese e giochi. Distribuendo i piccoli supporti fisici degli Experience Spot e mettendoli in rete, la Città Piattaforma consente di ricombinare relazioni sociali e di creare reti distribuite in modo diffuso sul territorio triestino. Tutti i supporti sono collegati tra loro e hanno la possibilità di scambiare e pubblicare informazioni in tempo reale, generando una nuvola di dati che si estende su tutta la città.

Inoltre, un apposito kit consente alle persone di progettare nuove micro-esperienze, e di distribuirle sul territorio, anche organizzando innovativi modelli di business. Ma non solo: l’uso dei kit è insegnato a scuola: giocando da piccoli, e fino all’università, si impara ad usare la città, i suoi dati, le sue informazioni e l’intelligenza espressa dalla sua popolazione per inventare, costruire, visualizzare, remixare, attivare coordinare luoghi, risorse, visioni, desideri, emozioni ed aspettative. Il cerchio si chiude con la presenza di un “logo generativo”, a ripensare radicalmente il concetto di  identità visiva della città. Ad ogni elemento pubblicato nell’ecosistema viene associato in maniera automatica un segno, un marker univoco che permette sia di identificare l’elemento (due differenti elementi avranno marker differenti), sia di utilizzarlo per accedere in realtà aumentata alle informazioni digitali associate all’elemento e aggiornate in tempo reale.

Il marker è un segno grafico generativo che codifica in maniera visuale le principali informazioni dell’elemento pubblicato: il titolo, la location, la dimensione temporale e la sua caratterizzazione all’interno della architettura dell’informazione della Città. Un logo, ogni volta differente e unico, emerge dalla vita dell’ecosistema diventando una nuova risorsa per i suoi attori.

Ciò significa che, ad esempio, un operatore  può usarlo come certificazione (essere parte dell’ecosistema digitale di Trieste) e in altri modi interessanti. Pensiamo ad un evento: il marker-logo è fatto per essere facilmente riconoscibile da una app e viene stampato sul materiale informativo (poster, locendine etc). Inquadramdolo con lo smartphone, si accederà alle informazioni aggiornate in tempo reale in base al cloud cittadino e alle conversazioni sui social network che parlano di quell’elemento dell’ecosistema (che siano recensioni su Trip Advisor, conversazioni su Facebook e Twitter o immagini su Instagram). Il tutto previsto a livello di piattaforma cittadina.

5. Perchè questa esperienza è importante

Dall’analisi e dal racconto di questo progetto emergono una serie di riflessioni estremamente innovative riguardo modi di concepire, vivere, utilizzare una città. Queste mettono in luce alcuni elementi rilevanti nella definizione smart city, qui presentata nell’accezione di “human centered smart city”:

  • l’idea di Ecosistema Digitale come nuova infrastruttura pubblica cittadina: un ambiente umano e tecnologico accessibile in maniera ubiqua, che diventa un framework di espressione e di ascolto alla base della vita e dei processi della città;
  • l’idea di Città Piattaforma in cui non solo è possibile accedere ed utilizzare informazioni e servizi, ma soprattutto attivare i cittadini e gli operatori al fine di crearne e realizzarne di propri, sia direttamente che attraverso remix/ricombinazione di informazioni, servizi, competenze ed opportunità presenti nella città;
  • la Città-Cloud che, al pari di un sistema come Amazon, consente a operatori grandi, piccoli o piccolissimi di utilizzare e coordinare l’ecosistema per creare impresa, cultura, emozione, poesia, politica, divertimento. Non un centro singolo, ma le molteplicità potenzialmente infinite che riescono ad esprimersi attraverso la Città Piattaforma;
  • la città Open Source, nel senso che l’amministrazione rilascia le API (Application Programming Interfaces) cittadine e un vero e proprio kit per lo sviluppo software (SDK), offerto ai cittadini come strumento per la libera creazione di applicazioni, esperienze, operazioni creative ed artistiche, di servizi, culture, coordinamenti, filiere nuove e inaspettate. Un elemento talmente importante da essere intgrato nell’intero ciclo di vita scolastico, proprio come si impara a leggere, a scrivere e a far di conto.

E sull’immagine di una classe di bambini intenta a smontare e rimontare il nuovo SDK cittadino insieme ai propri maestri, vi lasciamo con una frase di William Mitchell, nel suo bellissimo “The City of Bits”.

Le strutture civiche e le disposizioni spaziali che emergono nell’era digitale modificheranno in profondità la nostra possibilità di accedere ad opportunità economiche e ai servizi pubblici, le tipologie e il contenuto del discorso pubblico, le forme dell’attività culturale, l’esercizio del potere, e le esperienze che danno forma e tessuto al nostro quotidiano”.

Roma, 31 agosto 2012
ORIANA PERSICO E SALVATORE IACONESI

  • http://www.twitter.com/aainslie Alexander Ainslie (@AAinslie)

    Wonderful initiative!

  • http://www.facebook.com/gianni.ciao Gianni Ciao

    Sono senza parole, mortificato per non avere avuto la possibilità di partecipare a tale bellissima esperienza e disperato per non riuscire, mio malgrado, a coinvolgere la mia collettività ad occuparsi di tali temi e a sollecitare le istituzioni a muoversi in questa direzione! Complimenti! Esiste la remota speranza di poter contattare qualcuno per verificare la possibilità di replicare tale esperimento anche nei nostri territori? 

    • http://www.facebook.com/salvatore.iaconesi Salvatore Iaconesi

      caro Gianni, è auspicabilissimo che queste belle iniziative si ripetano il più possibile! contattaci o qui su CheFuturo o su Facebook per vedere come coinvolgere altri territori. Noi siamo molto emozionati: gli studenti, le amministrazioni, l’università stanno dando prova di gran coraggio e di grande forza nell’esplorare questi grandi cambiamenti.

  • Arthur Green

    Fantastico articolo! Mi chiedevo se sui temi trattati si potesse allegare una breve bibliografia. Grazie  per divulgare il futuro! 😉

    • http://www.facebook.com/salvatore.iaconesi Salvatore Iaconesi

      caro Arthur, ci sono moltissimi punti che affrontiamo in progetti del genere. Provo a darti alcuni dei riferimenti di base che usiamo, ma poi aiutami anche tu chiedendomi con precisione su quali temi vorresti approfondire la trattazione.

      sugli spazi fisici delle città che diventano digitali:M. McCullough, Digital ground : architecture, pervasive computing, and environmental knowing. Cambridge  Mass.: MIT Press, 2004.W. Mitchell, Placing words: symbols, space, and the city. Cambridge Mass.: MIT Press, 2005.M. Zook and M. Graham, “From Cyberspace to DigiPlace: Visibility in an Age of Information and Mobility”, in: H. J. Miller, Ed., Societies and Cities in the Age of Instant Access. London: Springer, 2007.Kerckhove, D. (2001). The Architecture of Intelligence, Basel, Boston and Berlin: BirkhäuserMitchell, W. J. (1995). City of Bits: Space, Place, and the Infobahn, Cambridge MA: MIT Press Ratti, C., Baker, N. (2003). Urban infoscapes: new tools to inform city design and planning. Architectural Research Quarterly, 7(1), 63-74. Cambridge, USA: Cambridge University Press.Aurigi, A., De Cindio, F. (2008). Augmented Urban Spaces: articulating the physical and electronic city. Reading, UK: Ashgate Publishing.Iaconesi, S., Persico, O. (2011). Read/Write Reality. ISBN 9781105267482. FakePress Publishing.Sugli spazi, le mappe, la percezione dei luoghi:Pickles, J. (2004). A history of spaces: cartographic reason, mapping, and the geo-coded world. New York, USA: Routledge.F. Jameson, Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism. Duke University Press Books, 1990.Lynch, K., The image of the city, MIT Press, Cambridge, Mass,1960.M. F. Goodchild, “Citizens as sensors: the world of volunteered geography,” GEOJOURNAL, p. 211–221.D. Cosgrove, “Maps, mapping, modernity: Art and cartography in the  twentieth century”, Imago Mundi, 57, pp. 35-54, 2005.M. Zook and M. Graham, “Mapping DigiPlace: Geocoded Internet Data and the Representation of Place”, in Environment and Planning B: Planning and Design, 34, 2007.Boyer, C. (1996). Cyber Cities, New York: Princeton Architectural Press Golledge, R. (1992). Place Recognition and Wayfinding: Making Sense of Space, Geoforum, Vol.23, pp.199-214 Farina, A. (2010). Cognition and Landscape. New York, USA:Springer.Sull’Urbanismo p2p:Davidoff, P. (1965). Advocacy and Pluralism in Planning. Journal of the American Institute of Planners, 31(4), 331-338. New York, USA: Taylor & Francis.Alexander, C., et. al (1973). The Grassroots Housing Process. Retrieved from http://www.livingneighborhoods.org/library/grassroots.htmAlexander, C. (1977). A pattern language: towns, buildings, construction. London, UK: Oxford University Press.Salingaros, N. (2008). Anti-Architecture and Deconstruction. BoD, Books on Demand.Salingaros, N., Mehaffy, M. (2006). A theory of architecture. Solingen, Germany: UMBAU-VERLAG Harald Püschel.Butz, C. (2010). The World I Dream of. London, UK: O Books.Eran, B. J. (2011). City design in the age of digital ubiquity. Companion to Urban Design, 261-274.New York, USA: Taylor & Francis.Smith, M. J., Salvendy, G. (2009). Human Interface and the Management of Information: Designing Information Environments. Proceedings of Symposium on Human Interface 2009, Held as Part of HCI International 2009, San Diego, CA, USA, July 19-24, 2009. New York, USA: Springer.Raley, R. (2010). Walk This Way: Mobile Narrative as Composed Experience. Beyond the screen: transformations of literary structures, interfaces and genres, 299-316. New York, USA: Springer Verlag.Vande Moere, A. (2005). Infoscape: an online visual information landscape for collaborative design education. Proceedings of DUX ’05, the 2005 conference on Designing for User eXperience, Art. no. 24. 2005. New York, USA: ACM.Sui modi di rappresentare e percepire le informazioni:E. Tufte,  Visual Explanations: Images and Quantities, Evidence and Narrative,  Cheshire, CT: Graphics Press. 1997.Ingram, I.R. and Benford, S. (1995).  Legibility Enhancement for Information Visualization, Proceedings  of Visualization conference, Atlanta, USA McLuhan, M.l (1964). Understanding Media: the Extensions of Man, Cambridge MA: MIT PressVande Moere,  A. (2005).  Form Follows Data, the Symbiosis between Design & Information  Visualization Key Centre of Design Computing & Cognition, Sydney: University of Sydney Cosgrove, D. (1999). Mappings. London, UK: Reaktion Books.Cosgrove, D. (2005). Maps, mapping, modernity: Art and cartography in the  twentieth century. Imago Mundi, 57, 35-54.Zeisel, J. (2006). Inquiry by Design: Environment/Behavior/Neuroscience in Architecture, Interiors, Landscape, and Planning. New York, USA: W. W. Norton & Co.Tufte, E. (1997). Visual Explanations: Images and Quantities, Evidence and Narrative. Cheshire, CT, USA: Graphics PressWare, C. (2008). Visual thinking for design. New York, USA: Morgan Kaufmann.Maes, P. (2005). Attentive objects: enriching people’s natural interaction with everyday objects. Interactions – Ambient intelligence: exploring our living environment, Magazine, 12(4), 45-48. New York, USA: ACM.

      e poi vabbè, ci sono una infinità di cose interessanti, queste le avevo sotto mano ora. Chiedi qualcosa di più specifico e ti saprò dire. ciao!

  • marccanter

     Wow! Sembra fantastico! Spero che la nube non è il vento Bora!

  • luca

    Me ne ha parlato mia sorella – che ha partecipato al workshop.
    Il mio vero dubbio è: si farà? Trieste è la città del “no se pol”, del “faremo, faremo”.  L’entusiasmo dell’amministrazione si trasformerà veramente in finanziamento? E l’investimento di partenza, in che proporzione diveterà guadagno?

    • http://www.facebook.com/salvatore.iaconesi Salvatore Iaconesi

      ciao Luca! beh questa è la domanda che si pongono tutti! A noi pare sinceramente che l’amministrazione abbia un ottimo atteggiamento nei confronti di questa iniziativa: presente ed attivo. La tematica e la necessità sono identificate in maniera chiara e pressante (vedi anche il commento dell’assessore Omero nell’articolo). Quindi i presupposti ci sono tutti. E tutti i partner coinvolti, cominciando dalle università – per prima ISIA – e arrivando ai possibili partner industriali/commerciali, son pronti con strategie potenti e con quella forte voglia di “creare il nuovo” che in questi anni è la cosa che ci dà la vita. Gli elementi ci son tutti, mi sembra! Fatevi sentire! Tutti voi! Ogni elemento che faccia sentire in maniera chiara che iniziative di questo genere sono positive e ben accette sono utilissime! E fatevi sentire in maniera attiva: sarebbe molto bello, nei prossimi passi del progetto, allargare la base di partecipanti, così da fare di più, meglio e in modo più partecipato, a più voci. Per esempio, per quel che mi riguarda, per la prossima fase proporrò una iniziativa a due direzioni, capace di affrontare simultaneamente il discorso dell’ecosistema (e dell’identità visiva generativa, sì da avere una risonanza mediatica forte e semplice) e del KIT di sviluppo open source per la città (cosa *mai* vista prima e di incredibile portata). Ciao!

  • http://www.facebook.com/gianluigi.colaiacomo Gianluigi Colaiacomo

     Molto interessante. Avevo anche letto il report http://www.artisopensource.net/2012/08/10/trieste-cloud-city-new-frontiers-of-urban-communication/ che da qualche ulteriore prospettiva.
    Confesso che in questo articolo ho saltato un pochetto i commenti dei rappresentanti istituzionali, ma e’ interessante vedere come si sono fatti coinvolgere anche loro. 
    L’idea del toolkit mi sembra molto efficace. 
    Bravi !

  • http://twitter.com/kornfeind Alex Kornfeind

    Great! Da tempo affermo città per netizen dove i luoghi diventano veri e propri media 😉

  • http://twitter.com/kornfeind Alex Kornfeind

    http://goo.gl/dHlSG da tempo affermo città moderne per i netizen. Luoghi come nuovi media. L’Arte in movimento. La città diventa un brand.

  • Francesco Pesaresi

    Prima di tutto, complimenti.
    Poi: mi piacerebbe saperne di più, e poter dare un contributo soprattutto alla voce comunicazione e marketing. Esiste già un sito/portale/blog in cui è possibile scambiare informazioni, suggerimenti, competenze?
    Sarete d’accordo con me nel dire che un solo tour cittadino non è suficiente per conoscere davvero tutte le potenzialità in grado di diventare “driver” del portale triestino “Human Centred Smart City”. Lo dico da triestino DOC emigrato a Milano/Londra/Torino e ora Bologna per lavoro. Quale? Comunicazione, of course.

    Spero che tutto vada avanti alla grande e che mi sappiate dare altra linfa.
    F.

    • Serena Grassi

      Veramente interessante! Mi sono letta tutto, ne parlerò con Stefano Pattuanelli che è consigliere comunale  a Trieste per il movimento 5 stelle e si occupa di open data ( e trasparenza in generale). Ho visto comunque i commenti di Omero e la vicesindaco. Per ora resta solo un workshop, purtroppo.
      Quando la cloud- idea dovesse farsi progetto concreto: allora sì diventerebbe ancor più interessante! Proveremo a parlarne seriamente. Serena (mamma)

  • Uberto Fortunadrossi

    a causa delle mie lunghe assenze da Trieste, appena oggi vengo a conoscenza dell’iniziativa che ritengo fantastica:  mi piacerebbe sapere lo stato dell’arte ad oggi. 

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