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Luca Corsolini

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Il medagliere degli sponsor e il lavoro più duro del mondo

9 agosto
Luca Corsolini
Luca Corsolini
@youlympic

Per antico pregiudizio giornalistico gli sponsor sono i cattivi, e i giornalisti sono i buoni. In ambito sportivo i confini sono diversi, se poi, come è capitato a me, lavori anche per un’azienda del settore prima di tornare in redazione, capisci che non è questione di budget ma di comunicazione.

E i Giochi sono l’esempio migliore di questa situazione. Ci sono campagne pubblicitarie davanti alle quali non si può nascondere l’ammirazione. British Airways che dice a tutti gli inglesi “state a casa” è un colpo di genio. La Coca Cola che seleziona Mark Ronson, un deejay, per campionare i rumori dello sport e farli diventare spot e nuovo ritmo vince la medaglia d’argento dell’originalità. Omega che strizza l’occhio a tante generazioni diverse scegliendo i Rolling Stones di Start Me Up merita il bronzo. Oro virtuale alla mappa della maratona di Londra ridisegnata solo per essere un poster con i nomi dei grandi atleti al posto di quelli delle stazioni: è un gadget, non una rivoluzione dei trasporti.

L’oro in realtà va a Procter&Gamble. Nell’ambito del marketing communication essere passati per la P&G significa aver la laurea a Harvard o alla Bocconi per un economista. In ambito olimpico, P&G ha declinato questo suo primato inventando la sponsorizzazione sociale e rilanciando il futuro della comunicazione sportiva. Invece che puntare sui grandi talenti – il che vuol dire anche puntare al risultato – la multinazionale si è dichiarata sponsor orgogliosa delle mamme. Insomma, di quella prima società sportiva che è la famiglia, di quei primi tifosi che sono le mamme, di quella continuità dello sport che è costruita su passione, emozioni e calore piuttosto che sul freddo di numeri e statistiche.

Così facendo, P&G ha dato una picconata decisiva e definitiva al pregiudizio di cui sopra, e non solo. Una sponsorizzazione del genere ristabilisce i rapporti corretti e misurati tra domanda e offerta, nel senso che la domanda che conta è quella numerosa del social sport, della pratica sportiva quotidiana, non quella del professionismo. E i numeri dello sport sono quelli che abbiamo raccontato in questi giorni: per un Bolt in pista, punta di diamante di un movimento mondiale che deve diventare social se vuole avere un buon futuro, ci sono 300mila persone al villaggio olimpico e 2 milioni in tutto il mondo che di Bolt e della sua tribù sanno tutto.

È ora di smetterla di parlare di visibilità: oggi la sponsorizzazione tecnica è una forma evoluta di attività commerciale. Con la visibilità non paghi gli stipendi e non vendi, con l’interazione i clienti da estranei diventano dei tuoi follower, degli ambasciatori. Vale più un like di FB o un RT di Twitter che un centimetro di una divisa. Certo, i costi non sono diversi, ma sono in gioco gli interessi coincidenti di sponsor e sport: avere un ritorno economico a fronte di investimenti cospicui e permettere la prosecuzione dell’attività. In fin dei conti, è un discorso di sopravvivenza. Dunque, meglio fare squadra.

In attesa che questa filosofia renda più accessibile lo sport come mezzo di comunicazione, resta da raccontare un’ultima stoccata vincente di P&G. Ispirata dalle mamme, ha lanciato l’adozione sportiva premiando con un ricco assegno le società che hanno fatto crescere i campioni di oggi. Così, ha lanciato proprio a Londra la costituzione di un comitato che, in accordo con il CIO, si occuperà di raccogliere fondi da dedicare allo sport giovanile. Per aiutare i bambini a sognare una mamma che rimbocca loro le coperte e sussurra appunto, olimpicamente: sogni d’oro.

Londra, 9 agosto 2012
LUCA CORSOLINI 

Canale: Social Innovation | Tag: marketing, olimpiadi, sport | Commenti (0)
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  • Luca Corsolini
  • Giornalista sportivo e appassionato di comunicazione. Sono un curioso, in particolare di quei meccanismi che rendono la partecipazione una forma di comunicazione. Per Sky curo Social Games, la trasmissione dedicata al sesto cerchio olimpico, ovvero i Giochi per come rappresentati in rete. Ho lavorato per aziende quali Adidas, organizzazioni sportive di ogni genere, e mi diverto a parlare di comunicazione. Credo che il bello dello sport non siano i risultati, ma il suo essere il migliore e il più collaudato dei social network.

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